Rassegna della MicroEditoria 2013: nonostante la “tempesta”, la voce degli editori indipendenti è ancora forte e CHIARI!

Si è chiusa ieri, domenica 10 Novembre, l’11a edizione della Rassegna della MicroEditoria di Chiari, una delle manifestazioni più importanti e interessanti tra quelle dedicate alla piccola e media editoria ovvero, come a me piace definirli, agli editori indipendenti. Niente grandi editori qui, insomma, ma spazio solo alle piccole realtà editoriali provenienti da tutta Italia, quelle che negli eventi più celebrati e affollati (sì, sto pensando proprio a Torino) o trovano spazio ma non se li fila nessuno, o lo spazio non se lo possono nemmeno permettere, visti i costi di certi eventi…
Chiari invece, con Pisa, Roma e Modena, rappresenta senza dubbio un’ottima vetrina potenziale per gli editori indipendenti, che in questi tempi di tempesta economica la quale, inutile dirlo, nel comparto culturale in generale e in quello del mercato dei libri in particolare sta facendo non pochi danni, hanno bisogno di emergere e porsi il più possibile all’attenzione del pubblico. logo_chiari_2012_bello_bordiFar sentire la propria voce forte e chiara, insomma – ecco, al di là dell’ameno (?!) e ironico titolo dell’articolo! – unitamente alla voce dei propri autori e delle produzioni offerte, molte delle quali è ben difficile che possano trovare adeguato spazio sugli scaffali delle librerie, tanto più se “griffate” e controllate dai suddetti grandi gruppi editoriali.
Eventi come quello di Chiari rappresentano dunque anche un ottimo “controllo del polso” dell’editoria indipendente nazionale ovvero della produzione letteraria corrente: qui gli editori e gli autori si confrontano direttamente col pubblico senza alcuna intermediazione e senza gli scintillii, a volte fin troppo abbaglianti, delle pubblicità mediatiche. Alla Rassegna della MicroEditoria, così come negli eventi simili, i libri si acquistano perché attirano l’attenzione e l’interesse dei lettori, non certo perché l’autore lo si vede sempre in TV o perché la copertina del libro occupava un’intera pagina d’un qualche quotidiano nazionale! Anche per questo – ribadisco un’evidenza già più volte espressa altrove – è proprio l’editoria indipendente, oggi, a produrre la migliore “nuova” letteratura sul mercato, a fare ricerca letteraria e autentico talent scouting, a sperimentare nuovi linguaggi espressivi. Svincolata da azionariati, politiche di marketing, bilanci, strategie finanziarie e quant’altro di matrice biecamente industrial-politico-consumistica che ha ormai corrotto la grande editoria – con il risultato che poi è riscontrabile nelle librerie, i cui scaffali proibiti (o quasi) alle opere dei piccoli editori sono occupati da libri di valore letterario infimo! – l’editoria indipendente può ancora permettersi, peraltro a proprio totale rischio e pericolo, di pubblicare autori non alla moda, creatori di testi troppo originali per il grande pubblico o di libri d’avanguardia, che magari tra dieci anni saranno considerati precursori di nuovi stili e nuovi linguaggi ma che oggi la grande editoria rifiuta, puntando tutto sulla quantità piuttosto che sulla qualità. Tutto ciò, appunto, comporta molto coraggio, parecchi pericoli e infiniti bastoni tra le ruote del proprio minuscolo carro, spesso infilati da un sistema “istituzionale” che protegge ben poco tali realtà imprenditoriali nonostante la situazione generale del mondo editoriale nazionale sia, come detto, abbastanza tragica nonché – tocca ribadire pure ciò, ahinoi – dalla triste realtà della scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio.

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Detto tutto questo, anche questa undicesima edizione della Rassegna di Chiari – alla quale ho partecipato sia sabato che domenica, ovviamente i giorni più importanti per essa – si è confermata un evento ottimo sotto tutti gli aspetti, ben partecipato dagli editori e parecchio affollato: una sorta di piccolo prodigio, considerando che la cittadina bresciana non è certo una metropoli e dunque che, eccetto i residenti, il pubblico affluito nella bellissima Villa Mazzotti (altro punto forte della Rassegna, con la sua meravigliosa e sontuosa architettura liberty) ci deve venire apposta, lì – e vi ci trova solo libri, peraltro, nient’altro di più nazional-popolarmente attraente come a volte accade in altre manifestazioni (sì, sto pensando ancora a Torino!). Ma gli stessi editori, con parecchi dei quali ho potuto conferire, mi pare si siano detti discretamente soddisfatti del riscontro ottenuto, sia in termini di vendite che di diffusione della propria conoscenza presso il pubblico. Ripeto, i tempi grami che viviamo non possono far sperare di ottenere vendite e fatturati da bottiglie di champagne stappate a raffica, ma in fondo anche per questo ciò che gli editori riescono a ottenere è tutto oro colato, ovvero ossigeno fondamentale per la loro sopravvivenza economica e per la prosecuzione della loro così meritoria attività editoriale.
Riguardo l’evento, auspicherei solo un maggior interesse da parte dei media nazionali – e non solo quello ovvio dei media locali: la Rassegna lo merita, e credo si impegni pure a fare che ciò avvenga (ogni anni viene invitato qualche ospite di grido che possa attrarre attenzione mediatica e accrescere l’immagine di essa: quest’anno i “big” erano Philippe Daverio, Giulio Giorello e Andrea De Carlo. Tutti personaggi che comportano un costo non indifferente per le casse della Rassegna, al quale deve necessariamente corrispondere un ritorno di vario genere, in primis di pubblico tra gli stand), ma temo di dover ricadere nel discorso prima accennato su certe “strategie” che ben poco hanno a che fare con i libri, la letteratura e la cultura in genere, alle quali – sapete bene – i media nazionali sono assai affini… Forse è anche meglio così (si potrebbe sarcasticamente pensare), visti i contenuti tipici che essi abitualmente diffondono, ma in fondo la Rassegna di Chiari è un evento di portata nazionale, dedicarvi uno spazio degno non sarebbe piaggeria, ma informazione.
(Come? Dite che “cultura” e “informazione” oggi in Italia sono cose antitetiche? Beh, non avete tutti i torti, credo.)
Insomma, al di là dell’inevitabile piglio caustico che mi si genera spesso, intorno a tali questioni, è assolutamente importante che il pubblico dei lettori abbia ben presente l’evidenza che, in Italia, nei cataloghi dei piccoli editori si può trovare letteratura di gran qualità, sovente anche più che tra i grandi e certamente molto di più rispetto a certi blockbusters da ipermercato e battage mediatici milionari a gogò. Per questo il successo reiterato, anno dopo anno, di un evento come quello di Chiari è un segnale veramente incoraggiante e non per l’evento in sé – il quale personalmente mi auguro possa crescere sempre più in termini di popolarità e rinomanza – ma per l’intera produzione editoriale nazionale. Finché la Rassegna della MicroEditoria saprà dimostrarsi viva e vitale, credo potremo – noi tutti amanti della letteratura, qualsiasi sia la posizione occupata – sperare in un buon futuro per il libro e la lettura, anche con la tempesta in corso contro la quale, tenetelo ben presente, la cultura e libri rappresentano un’ottima salvaguardia. Sempre.

Il bistrattato racconto nell’Olimpo letterario. In fondo è anche questo, il Nobel ad Alice Munro.

Dunque, il Premio Nobel per la Letteratura 2013 – probabilmente il più popolare e rinomato tra i riconoscimenti conferiti dall’Accademia Svedese – è andato alla scrittrice canadese Alice Munro, “master of the contemporary short story” come si legge nella motivazione del premio: sì, perché la Munro è soprattutto un’autrice di racconti, tant’è vero che l’unica sua opera pubblicata come romanzo, Lives of Girls and Women del 1971, è in realtà a sua volta una raccolta di novelle interconnesse l’una all’altra, peculiarità che ha concesso all’opera di essere considerata un “romanzo”, appunto.
Ora, al di là delle varie e assortite notazioni che verranno formulate al proposito e di quanto si scriverà circa la vincitrice – la quale peraltro sta già ricevendo l’apprezzamento dei colleghi italiani: tra i primi Walter Siti, ultimo vincitore del Premio Strega, che ha commentato: “Finalmente hanno dato il Nobel a una scrittrice di grande valore. Capita che lo diano per ragioni geopolitiche, ma in questo caso è indiscutibile.” – mi permetto personalmente di considerare questo Premio Nobel ad Alice Munro un riconoscimento alla forma letteraria del racconto, così tante volte bistrattata, considerata figlia d’un dio letterario minore, denigrata da molti (con perfetta par condicio: editori, autori, lettori) quasi fosse scaturisse da un esercizio di scrittura debole, incompleto, incapace di narrare storie lunghe a sufficienza da poter essere considerate letteratura “autentica”, come al contrario sempre il romanzo si ritiene sia – almeno in principio.
Invece no, non è affatto così. Il racconto è letteratura alla massima potenza, è una cosa di cui sono convinto da sempre e che più volte ho sostenuto in diversi articoli (spalleggiato da altre ben più prestigiose “firme”): per tale motivo trovo questo Nobel particolarmente apprezzabile. A ben vedere, non è assolutamente semplice scriverne uno ben fatto, di racconto. Chi si impegna a scriverlo non può e non deve prenderlo sottogamba, non può considerarlo un lavoro minore, appunto, meno prestigioso e, magari, meno “responsabilizzante”. E’, secondo me, l’esatto contrario: il racconto è un possente e sublime esercizio di alta letteratura, lo ribadisco, in grado di narrare storie con rara intensità e capace di rivelare molto della bontà e della qualità di uno scrittore. Deve necessariamente essere, per sua natura e per suo destino, un testo pulsante, fremente, ricco fin dalle prime righe di spessore, denso d’un valore letterario che non può permettersi momenti di pausa, proprio perché la pagine a disposizione sono poche. Il romanzo, anche quello più movimentato, può permettersi qualche pagina di “quiete” narrativa, perché appunto avrà poi tutto il tempo, lo spazio e le parole per recuperare; il racconto no, deve definirsi da subito, delineare la propria “personalità” immediatamente, prendere il lettore e portarlo subito dentro la storia narrata senza troppi tentennamenti, e anche per questo, per imporre una tale vigoria al lettore che, inevitabilmente, si aspetterà che essa non scemi e anzi che la conclusione sia degna di tutto il resto, deve restare così denso e carismatico fino all’ultima riga. In fondo, sono le stesse considerazioni messe in luce dalla motivazione al premio: “Alice Munro è nota soprattutto come autrice di racconti ma sa portare in ciascuna storia altrettanta profondità, intelligenza e precisione come la maggior parte dei romanzieri in tutta la loro opera: leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”.
Insomma, se il bravo scrittore è in grado di scrivere un capolavoro sia in forma di romanzo che di racconto, è ben più facile scrivere una gran schifezza sottoforma di racconto che di romanzo. Ecco perché di racconti ben scritti e compiuti, nel senso che ho qui delineato, ce ne sono in giro pochi – ovvero, ci sono pochi bravi autori capaci di scriverli e spesso, appunto, per generale sottovalutazione del genere e del suo valore. Per questo, credo che considerare il racconto una forma letteraria minore sarebbe come ritenere che un capolavoro pittorico debba necessariamente essere di grande formato, e che invece una piccola tela non possa esserlo. Il tutto, ovviamente, senza alcuna contrapposizione tra opera lunga e opera breve, tra romanzo e racconto: anzi, semmai è il contrario, che entrambi i generi possano brillare di intensa luce propria non può che illuminare ancor di più l’intero panorama letterario e “riscaldare” la passione di ogni lettore.
E’ un Nobel a suo modo significativo, dunque, quello conferito ad Alice Munro, che rende omaggio non solo a una grande scrittrice, ma pure a una parte importante della produzione letteraria contemporanea.

Ancora sul rischio di estinzione dei piccoli librai: quando alcuni sono indipendenti sì, ma dalla coerenza e dall’onestà…

Voglio dare un rapido ma assai significativo seguito all’articolo pubblicato qui sul blog (e non solo qui) qualche giorno fa, e dedicato al sempre più grave pericolo di estinzione dei librai piccoli e indipendenti nel mercato contemporaneo dominati dalle oligarchie editoriali, dai grandi distributori, dagli ipermercati e – cosa correlata – dai titoli della pseudo-letteratura di consumo.
E’ un seguito che, facendo contro-eco al mio grido d’allarme sulla sopravvivenza delle piccole librerie e al relativo apprezzamento del loro valore culturale e sociale, vuole invece mettere in luce che – banale dirlo tanto quanto triste, e pure irritante – non tutti i librai indipendenti sono angeli, anzi… Ci sono pure quelli che, pur sbandierando la propria indipendenza da grossi gruppi industriali, leggi di mercato, consumismo editoriale e quant’altro, nella pratica non fanno che imitare, se non scimmiottare, quei grossi gruppi, divenendo complici della corruzione e della distruzione del mercato editoriale di qualità e della falcidia dei suddetti piccoli librai.
Ed è un seguito che mi viene direttamente “raccontato” da un collega scrittore, scaturito durante una chiacchierata on line sulla questione, e che trovo parecchio interessante da proporvi di seguito (dietro suo consenso, ovviamente, per il quale lo ringrazio molto):

Ecco, allora quando ho letto il bellissimo pezzo di Luca mi è venuta in mente una cosa che mi è successa e che vorrei dirvi. Ho frequentato per quasi due anni una libreria dove si tenevano corsi a cui partecipavo. Una libreria che si definiva e si definisce tuttora alternativa e indipendente. Una libreria che poi ho trovato anche nell’elenco delle librerie fiduciarie del mio editore. Una libreria dove alcuni amici hanno proposto a più riprese una presentazione del mio libro. Una libreria, alternativa, indipendente e ben lontana dalla grande distribuzione, dove mi hanno chiesto di portare una copia per valutarne la presentazione. Bene o meglio… mi eran già girati i co****ni. Comunque vado e mi chiedono se l’editore mi ha chiesto di comprarne delle copie. Visto che scrivere lo ritengo un bellissimo passatempo e come tale lo faccio per piacere, non mi va di dire balle. Ho risposto loro, ma avevo già capito, che sì, alcune copie le avevo comprate. Dopo oltre un mese li ho chiamati io, più che altro per avere indietro il mio libro che a saperlo in loro mani mi giravano ancor di più, mi hanno detto che non l’hanno nemmeno letto perché sono contrari all’editoria a pagamento, che con quei soldi me lo sarei potuto autoprodurre, che di sicuro sarebbe costato meno, che se farò successo, come mi augurano, saranno ben lieti di presentare i miei prossimi libri editi con altre case editrici.
Ecco allora a me vien da dire che di “queste” librerie alternative e indipendenti, forse un po’ troppo alternative e indipendenti per i miei gusti, non me ne frega niente.

Letta tale così significativa riflessione, la risposta che ho scritto al “collega” è stata questa:
Sai, la situazione che hai vissuto con quella libreria “indipendente” l’ho conosciuta anch’io, e più volte, con altre librerie che si proclamavano tali – tirandosela anche parecchio – mentre nel concreto era ben peggiori delle altre di catena, dove quanto meno ti dicono di no perché “non siamo interessati ad autori di case editrici non trattate dai nostri distributori” e blablabla simili e, insomma, ti fan capire che o sei Fabio Volo o non ti si filano manco di striscio. Ma almeno lo sai, li insulti un po’ e amen.
Ovviamente il mio articolo concerne la realtà di tutti quei piccoli editori, tanti dei quali ho conosciuto personalmente, che ancora resistono all’assalto degli iperstore – il mio libraio di fiducia è così, ad esempio: un pazzo suicida (professionalmente) che resiste con la sua piccola libreria in un paese circondato da almeno 20 ipermercati nel raggio di 10 km… – e che vorrei facessero (o potessero fare) di più per contrastare le mutazioni del mercato, appunto. D’altro canto, le mele marce ci sono ovunque, il che per me significa che dobbiamo trovarle e quanto meno far vedere quanto sono marce, non certo meramente accettare che ci siano perché “tanto è così che vanno le cose…”.
No, e proprio per il senso di quell’articolo che ho scritto dovremmo – noi autori, editori e chi è coinvolto nel “giro” – in qualche modo far capire ai librai come quello che tu hai incontrato che non hanno capito nulla, e che in tale modo faranno crepare i piccoli autori ed editori ma loro pure appena dopo, e che – nel tuo caso – prendere peraltro a pretesto la storia dell’essere contro l’editoria a pagamento, con le folli strategie di mercato messe in atto dai “nobili” grandi editori, con libri di me**a (e scusate se uso il termine “libri”, che certi titoli nemmeno se lo meritano! L’altro termine sì’, invece, se lo meritano eccome!) venduti a 25 euro o più, ovvero ebook a 15 euro quando a loro costeranno 50 centesimi a esagerare, è veramente da ipocriti, oltre che da cretini.

Appunto, preservare una realtà tanto fondamentale per la nostra società – attuale e certamente ancor più futura – come quella delle librerie piccole e indipendenti, dove il libro è ancora l’oggetto culturale per eccellenza e non un mero bene di consumo come un detersivo o un pacchetto di merendine, significa anche identificare chi gioca sporco, o chi ipocritamente tiene il piede in due scarpe, proclamandosi in un modo e palesandosi in un altro, e ciò solo per mero egoismo ovvero per correre dietro al presunto carro dei vincitori – che in verità, vista la situazione oggettiva del mercato editoriale, è forse più scalcagnato dei tricicli sui quali si muovono traballando l’editoria e la distribuzione indipendente.
Poi, per carità, ognuno è pure libero di fare ciò che vuole: ma allora che non si continui a piangere ipocrite lacrime di coccodrillo al capezzale del comatoso mercato editoriale italiano e, al capezzale accanto, della letteratura nostrana di qualità mentre nelle classifiche primeggiano sfumature grigie, fabivoli e ricettari televisivi!

Quando in cantina si conservano bene anche i libri. Susegana, “Libri in Cantina” 2013: un report dall’edizione appena conclusa

E’ stata la prima volta per me a Libri in Cantina – la mostra nazionale della piccola e media editoria di Susegana, giunta quest’anno alla 11a edizione – complice il debutto del mio nuovo libro Lucerna, il cuore della Svizzera pubblicato da Historica nella collana Cahier di Viaggio, al cui stand sono stato presente per l’intera giornata di domenica 6. Come al solito, quando ho l’occasione di visitare logo_LIC-201_medium2eventi del genere, mi piace “viverli” pienamente, conoscerli più approfonditamente, valutarne sul campo la qualità e l’efficacia anche grazie al contatto diretto con chi li anima, ovvero gli editori, gli autori e i lettori. Se seguite anche occasionalmente il blog sapete bene quanto sia sempre attento alla realtà dell’editoria indipendente – e certamente non solo per un diretto interesse personale – quindi ogni piccolo o grande evento grazie al quale possa cogliere, per così dire, lo stato dell’arte del settore dal punto di vista sia editoriale che letterario, oltre che lo stato di salute dello stesso, è per me importante e, se non ho altro di così improrogabile da fare, inevitabile.
Voglio da subito rimarcare come Libri in Cantina sia stata veramente una piacevole sorpresa. Organizzata impeccabilmente dal punto di vista logistico – numerosi e ampi parcheggi con bus navetta gratuiti, buona ristorazione, dettagli curati (il sacchetto in plastica atto a infilarci l’ombrello evitando che sgoccioli tra gli stand) – in una splendida location che, indubbiamente, da sola fa già molto per suscitare una notevole attrattiva verso i potenziali visitatori, è risultata anche parecchio affollata nonostante la giornata tipicamente autunnale – grigia, piovosa, di certo non così invitante per farsi una passeggiata nel bellissimo parco del Castello di San Salvatore, dove appunto si è svolta la mostra. Segno di una rinomanza consolidata, quanto meno in zona, e riconoscimento di una risaputa qualità dell’evento, risultati che a tanti visitatori hanno fatto superare l’impiccio della pioggia, come detto, e che senza dubbio pochi eventi del genere possono vantare e ancor più consolidare nel tempo.
Considerando poi i tempi grami che viviamo, con la spesa per la “cultura di base”, ovvero per l’acquisto di qualche libro da leggere, sempre più contratta, e non dimenticando mai di stare (ahinoi!) in un paese il cui analfabetismo culturale assume contorni sempre più drammatici e deleteri, mi è parso di cogliere una pacata soddisfazione, tra gli editori, in tema di vendite negli stand: nulla per cui stappare bottiglie di champagne esultando a squarciagola, certo, ma per molti un buon incoraggiamento a continuare nella missione editoriale intrapresa attraverso il campo minato del mercato editoriale contemporaneo. Perché alla fine, molto banalmente e materialmente, quello conta: da sempre vado dicendo che la letteratura di qualità oggi si trova molto di più nei cataloghi dei piccoli editori piuttosto che Susegana-20131006-00142_smallin quelli dei grandi, blasonati e celebrati, ma se non si vendono i libri nemmeno l’editore più appassionato e/o stoico riesce a stare in piedi – e ciò è ancor più irritante constatando, appunto, il successo di certi titoli-spazzatura messi sul mercato dai grandi editori e imposti con tutti i bercianti megafoni mediatici del caso, che la gente compra meccanicamente ovvero perché, a momenti, se li ritrova persino come omaggio nei fustini di detersivo per bucato!
Due soli “nei” devo rilevare, riguardo alla mostra di Susegana: il primo, segnalatomi da alcuni editori, è una certa “debolezza” della promozione sui media, ovvero la mancanza di una maggiore e auspicabile intraprendenza dell’ufficio stampa della mostra che, forse, avrebbe ancor meglio diffuso la conoscenza dell’evento. Il secondo, l’assenza nel programma di qualche appuntamento letterario “forte” – il “classico” autore di successo, ad esempio, capace di attirare curiosi che ovviamente possono ben diventare compratori di libri e futuri fedeli visitatori della mostra. Non è certo un neo, invece, l’evidenza che buona parte degli editori presenti fossero indigeni, ergo dotati di cataloghi e opere di interesse soprattutto regionale: ci mancherebbe, anzi, ottima cosa quella di prestare un occhio di riguardo all’editoria locale! Historica Edizioni era invero tra i pochi espositori provenienti da fuori regione e con un catalogo di interesse generale (al di là degli editori di libri per l’infanzia, sempre numerosi: d’altro canto l’editoria per ragazzi è al solito l’unica a vendere “bene”, oggi!), e una maggiore popolarità della mostra presso gli editori di tutta Italia credo aggiungerebbe ulteriore prestigio e qualità all’evento, oltre che naturalmente ampliarne la conoscenza in un ambito molto più vasto e “redditizio”.
Tuttavia, lo ribadisco ancora, Libri in Cantina mi è parso entrare di diritto tra i migliori eventi dedicati alla piccola e media editoria a livello nazionale. Non posso che augurarmi che con tempo cresca sempre di più, consolidando la propria buona fama e diventando – in particolare per il Nord Est ma non solo, appunto – una fiera di riferimento, un ottimo veicolo promozionale per l’intero panorama editoriale indipendente nazionale e, perché no, un bell’esempio per certi altri eventi i quali, nonostante buoni propositi e apparenze, lasciano ancora troppo a desiderare.

E’ on line il numero 112 – Settembre 2013 – di InfoBergamo.it

cop_Infobergamo_Set2013E’ uscito il numero 112 – Settembre 2013 – di InfoBergamo.it, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica, indubbiamente (fin dal nome, appunto!), ma di respiro, spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più. Un gradimento così grande e continuato che persino in Agosto, mese vacanziero nel quale di sicuro la maggior parte della gente preferisce starsene all’aria aperta, in spiaggia, in acqua o su qualche bel sentiero di montagna piuttosto che davanti a un pc, il numero dei lettori ha raggiunto il numero incredibile di 74.000! Ma, come ripeto spesso, è certamente questa una quantità e un relativo gradimento ben legati – anzi, proporzionali! – alla qualità degli articoli e dei collaboratori del mensile, come sempre ben orchestrati dal direttore Graziano Paolo Vavassori. Un mensile che anche in questo numero 112 offre veramente molta carne al fuoco, tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori, viaggi e molto, molto altro, come si può evincere dal sommario del mese
A mia volta sono molto onorato di far parte dei collaboratori di InfoBergamo.it, cercando di offrire ai lettori spunti, osservazioni, testimonianze e riflessioni sul mondo dei libri, della letteratura e dell’editoria contemporaneo. In questo numero 112, vi offro un articolo provocatorio, che riflette e focalizza un’ipotesi apparentemente assurda – e sperando che veramente tale sia e non il contrario! – e sulle conseguenze che la sua manifestazione potrebbe (e dovrebbe) avere: se domani mattina sparissero libri, librai ed editori, dunque non ci fosse più nulla di letterario da leggere, voi credete che ne scaturirebbe una rivolta popolare? All’apparenza, credo che molti di voi risponderebbero di sì, perché accidenti, si può veramente concepire un mondo senza libri e lettura?
E se invece la realtà potenziale fosse diversa da ciò?
Potete leggere E se domani mattina sparissero di colpo editori e librerie? cliccando direttamente sul titolo dell’articolo oppure QUI ma, ribadisco, non perdetevi nulla dell’intero ultimo numero e di tutto quanto offre la piattaforma web del mensile, cliccando sull’immagine della copertina lì sopra ed entrando nel sito del mensile: InfoBergamo.it merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!