I rivoluzionari educati

Un tempo, per fare gli antagonisti e/o i “sovversivi” si tiravano i sampietrini, le molotov, ci si accapigliava, si urlavano slogan, si mettevano le città a ferro e fuoco.
Oggi, a voler fare antagonisti e/o i “sovversivi”, c’è da essere educati, gentili, capaci di dialogare pacatamente, dimostrare senso civico e della realtà, solidarietà reciproca, intelligenza.
Le “sovversioni” d’una volta – le più incivili e becere, soprattutto – sono ormai diventate il politically correct, sdoganate fino ai vertici sociali e istituzionali, imposte come “legittimo” modus vivendi. I più maleducati, prepotenti, rozzi, ottusi, magari più furbastri e cialtroni, fanno facilmente carriera e guadagnano preminenza sociale; gli onesti – in senso intellettuale, civile, umano – vengono considerati dei cretini, presi a pesci in faccia, messi da parte, denigrati come fossero degli sfigati.
Un individuo gentile ed educato, che pretenda in ciò reciprocità dagli altri, è invece oggi un grande rivoluzionario, con a sua disposizione un’arma micidiale: l’educazione figlia dell’intelligenza e del senso civico. Arma micidiale proprio contro le orde di prepotenti e maleducati che pensano di poter dominare e che cercano lo scontro con i loro pari credendo di vincere, ma che nulla possono contro ciò che demolisce immantinente la loro in verità fragilissima e debolissima spocchia, verso cui non hanno difese. La civiltà è fatta di persone civili, l’inciviltà è destinata per natura a soccombere, anche quando pare stia dilagando: ma, appunto, il mare è fatto di acqua, non di pietre, le quali in esso vanno a fondo inesorabilmente.
E, sia chiaro, che quell’arma sia micidiale tanto da essere definitivamente letale, ecco.

P.S.: sostenevo tutto ciò già più di due anni fa, per la cronaca, qui. Proprio vero che certe volte – o in certi posti – il tempo va all’indietro.

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C’è bisogno di più concretezza

C’è bisogno di più concretezza, a questo mondo, moooolta più concretezza.

Troppe parole vuote e inutili, discorsi campati per aria, scelte che non scelgono nulla, relazioni sociali sterili che determinano rapporti insignificanti: l’unione non fa più la forza ma è lo sforzo di apparire e giammai di essere, di dire per non fare, di decidere per l’indecisione credendosi “risoluti” – ma essendo in realtà sempre più insoluti. Troppo tempo e troppe energie perse a “menar cani in aie” sempre più piccole, rinchiuse entro angusti recinti mentre il mondo di fuori resta desolatamente deserto, vuoto di cose concrete, tangibili, pratiche e pragmatiche.

Ma nulla si costruisce da sé, senza un progetto, senza una regola, un metodo o quanto meno un’idea fondata. Il mondo rischia di diventare una scatola vuota che, invece di essere ricolma di futuro, contiene solo il nulla di un presente sfibrato e isterilito. Ci vuole molta più concretezza, appunto, più senso pratico. Non si può certo pensare di vivere dentro “castelli in aria“: basta un piccolo sbuffo di vento per spazzarli via.

Leggere Claudio Vercelli

[…] L’essere cittadini implica senz’altro il chiedere di venire riconosciuti come persone, con la propria specificità, ma anche l’accettare di essere leali nei confronti delle norme e delle regole che garantiscono la vita insieme. Tra di esse, la fedeltà alle istituzioni. Ma bisogna poi vedere quali siano, e cosa comportino, queste regole. Soprattutto, da chi vengano dettate e con quali obiettivi. Poiché non sono il prodotto di qualcosa di astratto, ma di concreti rapporti di forza. Non sempre la legalità, infatti, corrisponde alla legittimità. È legale ciò che è conforme alle regole vigenti; è legittimo ciò che risponde ad imperativi morali non sindacabili.
La questione del potere, ossia di chi ha la forza di decidere e di imporre sugli altri la propria volontà, è allora strategica. In una democrazia liberale e sociale i centri di potere, non a caso, sono molti. Principalmente per evitare che troppa forza si concentri in poche mani. Quando questo invece avviene, le minoranze quasi sempre sono a rischio. Non per capriccio del potente di turno, autocrate, despota, dittatore o capo che sia (anche il “popolo” può essere dispotico, se vogliamo ragionare in questi termini), ma per l’ossessione che si crea rispetto a chi non è omologabile agli interessi e agli obiettivi di una maggioranza che viene completamente schiacciata su un conformismo che è funzionale al potere medesimo. Chi non aderisce a tale principio di “fede” è da subito messo ai margini. Per non dire di peggio. […]

Claudio Vercelli, autore del brano qui sopra – tratto da qui – è uno storico (e intellettuale, uno dei pochi che io riesca a definire tale) che trovo imprescindibile per chiunque voglia analizzare e (cercare di) comprendere la realtà contemporanea, le sue origini storiche – soprattutto moderne – nonché il futuro che probabilmente ci aspetta. Per questo spesso mi trovo a citarlo, qui sul blog, e ugualmente per questo, ovvero per quanto ho appena scritto, voglio segnalare l’uscita, proprio oggi, di un altro suo volume che io credo molto importante: Neofascismi, per le Edizioni del Capricorno (cliccate sulla copertina qui accanto per saperne di più).

Un libro in fondo importante da leggere in primis proprio per chi si dica “di destra”, per capire che se il pensiero e la cultura di destra contemporanei non sanno/sapranno far altro che identificarsi in mere forme di neofascismo (sia pure post ideologico e deculturato come quello attualmente più votato, in Italia), non fanno e faranno altro che firmare la propria autocondanna a morte. Cosa del tutto deleteria, a mio modo di vedere, ma d’altro canto in perfetta par condicio funerea con la parte ideologica (o presuntamente tale/post tale) opposta, peraltro.

Asini di Buridano everywhere!

Trovo sempre parecchio sorprendente, ovvero inquietante, constatare l’incapacità manifestata da molte persone di prendere decisioni. E, nel caso finalmente ci riescano a decidersi su qualcosa, di prendere la decisione sbagliata.

Sorprendente. O inquietante, se non drammatico già.

Accidenti, di fronte a così tante gente irresoluta non so nemmeno io quale aggettivo scegliere!

Giudicare sempre, giudicarsi mai!

Aaah, questa gran passione che noi tutti abbiamo di voler giudicare gli altri, così utile soprattutto per non dover giudicare noi stessi!
Siamo come bagnanti che in acqua sanno stare a malapena a galla ma pretendono di insegnare a nuotare a tutti gli altri. Perché per non rendere evidente quanto si nuoti male, bisogna che nessun altro possa nuotare meglio.