Sindaci da stadio

I festeggiamenti da stadio che si sono potuti constatare sui media da parte di certi sindaci vittoriosi nelle recenti elezioni comunali, dopo le prime votazioni e i ballottaggi ove svoltisi, esultanze sovente ridicole o fuori luogo quando non sguaiate – si va dai mortaretti e dalle trombe ad aria, ai cori da ultras, fino ai tuffi dei sindaci eletti nelle fontane pubbliche o a casi limite come quello dell’immagine lì sopra – fanno capire perfettamente, e indubitabilmente, a quali livelli infimi sia ormai caduta certa “politica” anche in ambito locale ovvero a quali modelli comportamentali faccia riferimento e importi nell’attività amministrativa per affermare ed evidenziare la propria “egemonia” istituzionale.

E siccome, come frequentemente accade, dai comuni vengono pescati i futuri rappresentanti dei partiti da mandare ai livelli superiori, fino in Parlamento, capite bene come possa essere messa, l’Italia, al riguardo.

Leopardi, ex sfigato

Giacomo Leopardi in un ritratto di Tullio Pericoli (http://tulliopericoli.com/).

Be’, dai… dopo che per decenni è stato spacciato per un tipo depresso cronico, sfigato, malinconico, tedioso, ipocondriaco, pessimista-a-manetta, un “ranocchio con la gobba”, sì che le sue poesie fin da subito risultassero indigeste a generazioni di studenti ancor più di quanto le rendessero tali certi insegnanti, ora tutti a esaltarlo, il Leopardi, a magnificarlo, a chiamarlo genio, a dire che era “pieno di vitalità”, mosso da “frementi passioni” – oggi soprattutto, dacché sono 200 anni dalla composizione de L’infinito. Finalmente, insomma, è una gran bella cosa che agli studenti di oggi lo si ponga nuovamente nella luce che gli compete ed essi stessi sappiano glorificarlo a dovere: già nel mio piccolo lo auspicavo anni fa e ora mi auguro che tale rigenerata celebrità non svanisca nuovamente e rapidamente, ovvero che quell’aura tetra che a Leopardi era stata appiccicata addosso – chissà da chi, poi – non torni ad adombrarne la preziosa grandezza.

Poi, certo, siamo in un paese nel quale, se si chiedesse a certuni “l’infinito” di Leopardi, temo che quelli risponderebbero leopardare. Il che, fosse pure stato il buon Giacomo il più sfigato del suo tempo, lo rende senza alcun dubbio infinitamente troppo grande e inarrivabile per tanti omuncoli contemporanei, naufragati amaramente nel loro mare di analfabeta ottusità.

 

La Svizzera (e la “Svizzeritudine”), secondo Gottfried Keller

Seldwyla, secondo l’antica parlata, indica una località solatia e deliziosa, che si trova da qualche parte in Svizzera. Essa è ancora circondata da alte mura e torri, come lo era trecento anni fa, ed è rimasta sempre lo stesso nido; l’originale e profondo intendimento di questo insieme è stato consolidato dalla circostanza, che gli stessi fondatori della città, si erano posti a una buona mezz’ora da un fiume navigabile, con il chiaro segno, che non se ne sarebbe fatto nulla. Ma essa è sistemata bene, nel mezzo di verdi monti, troppo esposti a mezzogiorno, cosicché il sole la può investire appieno, ma neppure un alito di vento la sfiora. Così vi cresce attorno alle antiche mura un buon vitigno, mentre più in alto sui monti si estendono zone boscose, che costituiscono il patrimonio della città; perciò è questo stesso un emblematico e curioso destino, che la comunità sia ricca ma la cittadinanza povera e precisamente che nessuna persona di Seldwyla abbia qualcosa e nessuno sappia, di che cosa essi da secoli vivano.

(Gottfried Keller, Kleider machen leute (“Gli abiti fanno le persone”) in Die Leute von Seldwyla (“La gente di Seldwyla”), 2a ed. 1873-1874.)

Gottfried Keller in un disegno di Karl Stauffer-Bern del 1887

Quella descritta da Keller, scrittore “nazionale” svizzero per eccellenza ovvero uno dei più significativi in senso assoluto della letteratura elvetica (ma pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano), è una località immaginaria, Seldwyla, che tuttavia compendia in modo letterariamente efficace i principali caratteri della Confederazione e delle sue genti: il paesaggio montano e boscoso (patrimonio della città così come della Svizzera reale, innegabilmente) e la cura agricola delle terre (i vitigni) ma pure la difesa di esse (le alte mura e le torri), la concretezza degli abitanti (il fondare la città a mezz’ora da un fiume navigabile) così come una certa condizione sociale, e socioeconomica, che per certi versi è emblematica anche per la contemporaneità elvetica. Come si può leggere su Wikipedia nella voce dedicata alla novella da cui è tratto il testo qui citato, “Persone di poche parole, gli abitanti di Seldwyla, ridono raramente e non perdono tempo ad immaginare storielle divertenti ed altre amenità. Essi non vogliono saperne di politica, che, secondo loro, conduce spesso a guerre, che loro, essendo da poco arricchiti, temono più del diavolo.

Ecco: svizzeri, appunto. Oggi che è il 1° di agosto, la Festa Nazionale Svizzera, anche di più.