Determinismi 2.0 #3: web e imbecilli

Ma poi… è “Internet che dà diritto di parola a legioni di imbecilli” (Eco, 2015) o sono legioni di imbecilli che, proprio in quanto tali, rivendicano (più di altri) il diritto di parola su Internet?

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Se oggi le ideologie uccidono le idee

Osservando e ascoltando il mondo d’intorno, con le sue cose buone e le altrettante storture, mi sembra sempre più evidente il fatto che, se in passato dalle idee sono nate le ideologie, oggi dalle “ideologie” viene sempre più spesso la morte delle idee.

In fondo non conta che ciò accada perché le ideologie (classiche) siano morte ovvero perché si siano trasfigurate in qualcosa che non rappresenti più la “visione del mondo” di un determinato gruppo sociale più o meno ampio, dotata d’una certa propria logica (scientifica o no), ma una mera manifestazione propagandistica e mistificatoria nella quale la costruzione del pensiero, condivisa e condivisibile, è stata messa da parte per far posto all’affermazione di intenti esclusivi sostanzialmente privi di logica sociale – qualcosa che per generarsi e affermarsi, insomma, non abbisogna di idee ma dell’esatto opposto, della mancanza di esse.

Non conta ciò, appunto, perché se le ideologie muoiono, ed è naturale che avvenga (oltre che sovente giusto), di contro le idee non possono morire, almeno finché vi sia qualche mente ancora in grado di formulare pensieri nel modo più libero possibile, il che significa ricercare e formulare sapienza e conoscenza. Dunque, sarebbe bene tornare all’origine, alle idee senza ideologie. Che magari rinasceranno, inedite, singolari, innovative, più o meno rivoluzionarie ma solo, finalmente di nuovo, con le idee alla base e non altre cose molto più infide e bieche.

Bye bye, Turchia!


Arrivederci, Turchia! È stato bello “conoscerti” – conoscere ciò che saresti potuta diventare e in parte già eri: uno dei paesi più avanzati dell’Occidente, vero e proprio laboratorio socio-culturale tra Europa e Asia nel quale cogliere e sviluppare il meglio delle culture in contatto e in transito, oltre che una cerniera politica (in senso profondamente storico) fondamentale… È stato bello, già, prima che un clan politico tra i più biechi e pericolosi, capeggiato da un personaggio di raro viscidume, ti soggiogasse, soffocasse tanta della tua parte migliore, di quella più libera, aperta, emancipata, culturalmente viva, e ti costringesse con la forza e l’inganno a dirigerti verso la più tenebrosa e letale dittatura teocratica – proprio tu che eri tra i pochi stati ad avere sancito il principio della laicità delle istituzioni direttamente nella carta costituzionale, nonché “(…) Il divieto di esercitare diritti che rappresentino un attentato all’integrità indivisibile dello Stato, o al fine di sopprimere la Repubblica democratica e laica fondata sul rispetto dei diritti dell’uomo”!

Se, da un lato, la Turchia post referendum merita un addio definitivo e al contempo la più dura e determinata reazione delle diplomazie del mondo libero – tra le quali evidentemente non devono più essere iscritti gli USA, almeno riguardo alla leadership politica corrente; ma temo che pure da parte europea non ci si possa aspettare granché di “determinato” – dall’altro mi auguro di tutto cuore che invece possa e debba essere un arrivederci. Mi auguro, ovvero, che la parte (preponderante) della società civile turca che non appoggia e contrasta la dittatura montante – e che non a caso è stata oggetto di censure, arresti, detenzioni di massa e moltissimi altri episodi di repressione – riesca a ribaltare le sorti del paese, altrimenti segnate definitivamente. In ciò deve e dovrà essere sostenuta con forza e in ogni modo possibile: perché sostenere la democrazia turca – il che ovviamente implica di contro l’eliminare politicamente qualsiasi elemento che la sta distruggendo – significa sostenere i valori democratici dell’intera società civile europea nonché di tutta quella parte di mondo, così importante, così culturalmente rilevante e così drammaticamente martoriata da una politica folle e criminale.

Addio, dunque… anzi no: arrivederci, Turchia. Speriamo di rivederti ancora, nuovamente libera, democratica, colta, emancipata, quanto prima.

P.S.: immagine tratta da qui.

Il potere (del dubbio)

Ma siamo proprio certi che il mondo, senza poteri, governi, gerarchie, autorità e quant’altro di simile, sarebbe veramente nel caos?

Se millenni addietro, quando si cominciava ad articolare la civiltà umana attraverso la nascita delle strutture di comando che tutt’oggi la caratterizzano, l’uomo si fosse reso conto per qualche prodigiosa illuminazione che tali strutture non fossero esattamente il meglio per il benessere futuro della civiltà e per il suo progresso, nel senso più pieno e alto del termine, oggi come saremmo messi? Peggio, o meglio? Ci saremmo già autodistrutti, o saremmo la civiltà più libera e avanzata di questa parte di Universo?

Tuttavia, il fine assoluto di una civiltà che si ritenga intelligente – e capace di dimostrarsi tale – non sarebbe quello di svincolarsi, col tempo, da qualsiasi forma teorica e pratica di autorità e di prevaricazione (anche quando “democratica”) della dignità umana derivante da quell’intelligenza?

Lo so. Sono domande a cui non ci può essere alcuna risposta effettiva ma che di contro, in aggiunta ad una lettura pur fugace della storia dell’uomo, lasciano inesorabilmente aperto il dubbio – ancor più osservando certe realtà di oggi, anno 2017. Ed è un dubbio necessario, io credo, per cercare di restare il più possibile liberi.

Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.

(Henry David ThoreauLa disobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Casa Editrice SE, Milano, 1992.)