Una politica di nessun valore

[Fedor Adol’fovich Vogt, “Carnival”, 1935, Minsk, Museo Nazionale d’Arte della Repubblica di Bielorussia. Fonte dell’immagine: qui.]
Ma in effetti, se ordinariamente i politici si presentano alle elezioni o a qualsiasi altra circostanza elettorale affermando che faranno cose che poi non fanno attraverso dichiarazioni alla collettività senza alcun valore, per equipollenza politica ciò non dovrebbe determinare che le preferenze elettorali da essi conseguite, in quanto dichiarazioni collettive di voto, vengano sì espresse ma poi non abbiano alcun valore?

Ah, no, un momento… che stupido! Funziona già così, da diverso tempo!

A volte, sovrappensiero, ad ascoltare come certe persone ne discutano con convinzione sostenendo le proprie posizioni, mi dimentico che invece è tutta quanta una grottesca pantomima, utile ai “teatranti” che ne scrivono la sceneggiatura e impongono il copione per continuare a tenere in piedi il loro teatrino e pagarsi i cachet.
Già. Sbadato che sono!

Appello agli amici umbri

Cari amici umbri, voi che domani andrete a votare per le elezioni regionali, mettetevi il cuore in pace:

comunque vada, sarà un disastro.

Perché oggi in Italia non esiste da nessuna parte una “politica” che sappia essere tale nel senso vero e virtuoso del termine, quand’essa sia (come è ormai da tempo) prodotto ed espressione del sistema vigente e a questo vi si assoggetti. Spiace dirlo per qualsiasi figura che si presenti reclamando di essere eletta e, magari, abbia sincere buone intenzioni ma, ribadisco, la politica italiana ha ormai da tempo abdicato al suo ruolo di “buon governo” della cosa pubblica, divenendo puro teatro rappresentato su un palcoscenico ove recitano meri tornaconti e interessi di parte, vestiti con costumi propagandistici tanto colorati (e coloriti) quanto illusori se non menzogneri – e a volte pure indegni di una società democratica e avanzata.

Non curatevi di loro, amici umbri, abbiate invece cura della vostra terra e della sua bellezza, della sua cultura, dei suoi Genius Loci, e sfuggite dall’eterno presente nel quale la politica vi vuole impantanare a suo mero vantaggio puntando lo sguardo verso il futuro vostro e del territorio in cui vivete. Questo conta innanzi tutto e, forse, come niente altro può contare. Anche da voi in Umbria come altrove, è la bellezza che salverà il vostro mondo, ben più che la politica: perché, ribadisco, non è più politica, quella offerta dai partiti di oggi, ma pura recitazione, peraltro fatta molto male. E che non c’entra assolutamente nulla con voi, la vostra quotidianità, con l’identità culturale peculiare della vostra terra, con il vostro futuro.

Ecco, fine appello.

(Le immagini sono tratte da pixabay.com, autori: Tonixjesse, Fausto Manasse, Chatst2, Cnippato78.)

Dalla parte di Jekyll, o della buona destra

Posto che possa avere ancora senso, oggi, un dibattito politico polarizzato da due schieramenti, uno di “destra” e uno di “sinistra”, è del tutto evidente che la destra, quella autentica e autorevole nel suo essere tale, è di nuovo in balia di figure pseudo-politiche che la stanno soffocando e distruggendo attraverso una sconcertante ricaduta in forme (non) ideologiche degradate e troglodite, delle quali il sovranismo di matrice neofascista, xenofobo, razzista, antidemocratico, illiberale, che con la sua propaganda vergognosa coltiva e poi pesca nella parte peggiore dell’animo di certi individui privi di cultura civica (ma anche in senso generale). Dunque, posta una tale evidenza, che in Italia ha preso soprattutto le orride sembianze della Lega di Sal**ni, un libro come Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, il nuovo saggio di Filippo Rossi edito da Marsilio, risulta assolutamente necessario, anzi, vitale per il futuro dello schieramento di destra.

Perché alla domanda che viene posta nella presentazione del volume, se esista ancora una destra che non vuole arrendersi a Sal**ni, laica, realista, autorevole ma non autoritaria, capace di dare risposte alle sfide della modernità, Filippo Rossi non solo esiste, ma è in grande fermento. Solo che, ribadisco, viene soffocata da schieramenti e personaggi che di destra non sono affatto, ma bieche e pericolose pantomime fascistoidi del pensiero di destra, distorto e deviato verso forme indegne e inaccettabili in qualsiasi paese civile e avanzato – forme peraltro meramente propagandistiche e totalmente vuote di sostanza politica – per mere ragioni di tornaconto elettorale e interessi di “clan”.

Del libro di Rossi ne parla “Il Post” (un media certo non gentile con quella che oggi si definisce “destra”) qui, che cita alcune parti del libro le quali a loro volta, in un passaggio illuminante, citano le parole di un grande intellettuale di destra come Mario Vargas Llosa, quanto mai esemplari ed efficace nella descrizione che offrono: «Dobbiamo affrontare i Matteo Salvini dei nostri giorni con la convinzione che non sono altro che il prolungamento di una tradizione oscurantista che ha riempito di sangue e cadaveri la storia dell’Occidente e sono stati il nemico più acerrimo della cultura della libertà, dei diritti umani, della democrazia». Uomo dalle scorciatoie propagandistiche, dalle semplificazioni dozzinali, dalla giustizia sommaria e tribale, dagli slogan turpi e immondi, Salvini è quindi – bisogna essere sinceri – l’ennesimo erede di una «tradizione» sin troppo antica, di manganello e olio di ricino, di violenza reale e virtuale, di totalitarismo più o meno soft. Che pretende di urlare anche quando è doveroso parlare sottovoce, con discrezione, con umiltà, con signorilità.» Un personaggio, e gli altri come lui, che in verità è (cito ancora dall’articolo de “Il Post”)  «un traditore della civiltà italiana, capace di accogliere, aprirsi, vivere. È traditore degli eroi italiani, di chi è morto per costruire una nazione nata dalla poesia. È traditore dei valori di umanità che impongono di salvare vite umane prima di ogni altra cosa. È traditore di una destra che vorrebbe essere giusta e rigorosa, che sa benissimo che salvare tutti non significa accogliere tutti.»

Filippo Rossi
In effetti, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra è un testo di grande valore per molti motivi ma soprattutto, io credo, per uno fondamentale: perché non è certo la sinistra (che di problemi e ipocrisie a sua volta ne ha a vagonate) a dover combattere la non destra indegnamente deviata di Sal**ni e cosi, ma lo deve fare proprio la destra, la vera destra, quella che ha realmente a cuore sé stessa, il suo futuro e quello della società e del paese che vuole rappresentare. Altrimenti la sorte è inesorabilmente segnata: il trogloditismo politico salvinista e della pseudo-destra in voga oggi distruggerà in primis se stessa e subito dopo l’intero paese con la sua società.
È bene invece che distrugga solo se stessa – come accadrà, garantito. Ma se dall’implosione la destra vera saprà restarsene al di fuori, ben lontana e già con lo sguardo rivolto al futuro politico e culturale della propria storia, ne trarrà sicuro giovamento e, con essa, l’intero ambito politico, sinistra inclusa.

Lo leggerò presto, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, credo proprio sarà una lettura interessante e, appunto, necessaria.

Il voto

Voto (s.m.). Simbolo e strumento della facoltà che ha ogni libero cittadino di dimostrarsi uno sciocco e di rovinare il proprio paese.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, scelta e introduzione di Guido Almansi, traduzione di Daniela Fink, TEA, 1988, pag.181.)

Se considerate che Bierce fece pubblicare il suo Dizionario “demoniaco” nel 1911, ma parte di esso risale al 1906, diventa chiaro come il grande scrittore americano più di un secolo fa aveva già capito tutto riguardo la questione elettorale: troppi individui, quando si tratta di esprimere una preferenza politica, riescono inopinatamente a disattivare il cervello nemmeno lo stesso avesse veramente un pulsante ON/OFF sì da farsi abbindolare dai peggiori cialtroni, finiti in politica proprio perché la stessa, oggi ma evidentemente pure allora, è uno degli ambiti nei quali certi “peggiori cialtroni” sanno esprimere al meglio le proprie “doti” – oggi per di più avendo a disposizione mezzi di comunicazione maggiori e più potenti di quelli di un secolo fa ad acuire gli effetti cagionati. Che invece sul paese restano gli stessi rimarcati da Bierce, inesorabilmente.
Ecco.

Il “Premio” Strega

Ok, è uscita la cinquina dei finalisti del Premio Strega 2019, con il libro che sembrerebbe il favorito alla vittoria in quanto a consensi raccolti e disquisizioni pubbliche e va benissimo, sono certamente cinque ottime opere scritte da altrettanti meritevoli autori – non li ho letti ma posso ben dare loro fiducia letteraria – e comunque non serve certo questo o quell’altro premio a stabilire che in Italia di scrittori di valore ce ne siano (più di quanto a volte si sia portati a credere, meno di quanto solitamente si trovi nelle classifiche).
In ogni caso, posto quanto sopra, ribadisco di nuovo che a me, quando sento parlare dello Strega, quando leggo le notizie al riguardo (del premio, intendo, non dei libri coinvolti), quando penso al sistema del quale è manifestazione e “prodotto” – ne scrissi al riguardo già qui, più di tre anni fa – e quando considero gli effetti concreti che, in parte, ricadono sul mercato editoriale, confesso che la prima rappresentazione che mi viene in mente resta sempre questa:
…Sempre restando fermo il massimo rispetto e la considerazione per gli scrittori e i libri partecipanti, ribadisco anche qui. Ma veramente fatico a pensare diversamente e a non chiedermi quale possa essere il senso di concorsi del genere che non sia quello meramente “politico”. E non parlo tanto di politica commerciale, di per sé anche legittima, ma proprio di “politica” intesa come l’intrallazzo partitico-poltronaro tanto caro ai potenti italici d’ogni sorta. Riguardo il quale, sia chiaro, libri e autori, vincenti, finalisti o meno, sono meri strumenti e sovente povere vittime, più che protagonisti fortunati e virtuosi.