Fake DOP

Condivido pienamente quanto scrive Paolo Ciapparelli, del Consorzio Salvaguardia Storico Ribelle – Presidio Slow Food, in occasione del venticinquennale della “DOP” assegnata ai formaggi valtellinesi Bitto e Casera, mettendo in luce tutta l’ambiguità (per usare un termine parecchio eufemistico) di tale titolazione ora “festeggiata” e di quanto c’è veramente dietro la sua immagine pubblica. Tutte cose risapute da tempo, ormai, ma che è sempre utile mantenere in evidenza. Per chi non avesse Facebook può trovare il testo di Ciapparelli qui, in pdf.

Ne approfitto per invocare, da operatore e promotore culturale nei territori di montagna in primis ma non solo lì, una approfondita riflessione, finalmente, sul senso, la sostanza reale e le finalità di tutte queste titolazioni così ambite da molti – DOP, DOC, IGT/IGP, “Patrimoni Unesco”, marchi di protezione e salvaguardia di vari generi con relative normative istituzionali, eccetera – le quali di contro, e non di rado, presentano all’interno del loro ambito di influenza criticità, incongruenze e devianze non indifferenti, a volte piuttosto palesi (come nel caso del Bitto/Casera DOP) e alla fine inficianti il senso stesso di salvaguardia e valorizzazione che quelle titolazioni dovrebbero garantire e promuovere.

Ovviamente non intendo dire che DOP, Unesco e compagnia bella siano cose da demonizzare oppure da disdegnare: al solito non è nello strumento di salvaguardia che sta il problema, ma nel modo in cui viene interpretato, utilizzato e sovente, prima, ottenuto. Anche in questi ambiti a volte l’abito non fa il monaco, insomma, tanto più se è un vestito “firmato”, ma può capitare che il monaco si faccia l’abito e se lo faccia a suo piacimento più che a quello dei suoi discepoli.

In ogni caso, il titolo fondamentale che ogni prodotto, manufatto, territorio, luogo può e deve cercare di conseguire resta quello del consenso più pieno e consapevole del suo fruitore. Con l’assenso inconsapevole dacché indotto e forzato, invece, nessuna cosa andrà mai da nessuna parte, fosse pure all’apparenza la più preziosa che esista: la sua reale natura prima o poi salterà inesorabilmente fuori, già.

Qualche domanda sulle pale eoliche

P.S. (Pre Scriptum): leggete il brano qui sotto ma non fermatevi ad esso e andate oltre, grazie!

Negli ultimi due secoli la regione alpina – una volta considerata un frammento di natura selvaggia – è stata fortemente addomesticata seminando ovunque interventi infrastrutturali che l’hanno trasformata in un paesaggio culturale. Sono così scaturiti paesaggi della comunicazione, costituiti da antenne e tralicci; paesaggi idroelettrici, tramite l’edificazione a grande scala di dighe e bacini idrici artificiali; paesaggi della mobilità, tracciati in grado di ridurre tempi e distanze ridisegnando l’assetto territoriale, ma anche paesaggi eolici, localizzati in zone ventose adatte all’installazione di aerogeneratori dai tratti essenziali. […]
Questi artefatti funzionali pongono inoltre agli studiosi del paesaggio una serie di problemi interpretativi, a cui si accenna nei saggi presentati. Come è noto, a partire dal XV secolo si è progressivamente delineato un comune «codice dello spazio» che ha orientato sia la produzione territoriale che la sua percezione individuale. Un codice collettivo che di fronte alle serrate trasformazioni della modernità è entrato in crisi nel Novecento evidenziando la fragilità degli equilibri precedenti. «Ora siamo messi a confronto con una realtà molto articolata – avverte il geografo Claudio Ferrata – in cui infrastrutture di diverso genere hanno acquisito un posto preponderante e configurato il territorio: una diversità dei paesaggi che non fa che riflettere la condizione ordinaria del mondo che ci circonda»; aprendo quindi degli interrogativi sulla relazione che queste opere intrattengono con i paesaggi, sul modo in cui alterano i sistemi di relazioni spaziali o i processi di territorializzazione.

[Dall’editoriale del numero 01/2021 di “Espazium-Archi”, rivista svizzera di lingua italiana per progettisti, architetti, ingegneri, istituzioni, attori e operatori del settore edile, dedicata in questa uscita ai paesaggi tecnologici delle regioni alpine.]

[Immagine tratta da aet.ch.]
Da qualche mese in Svizzera, ai 2100 m di quota del Passo del San Gottardo (Gotthardpass in tedesco) che per gli elvetici è “la montagna nazionale” ovvero culla della nazione e simbolo identitario, è attivo il più elevato parco eolico d’Europa, dotato di cinque aerogeneratori alti quasi 150 metri la cui presenza si distribuisce lungo la vasta sella che conforma il valico, punteggiata da diversi bacini lacustri, naturali e artificiali, e circondata da vette belle e alpinisticamente rinomate.

Nel suo genere, è senza dubbio una delle infrastrutture più emblematiche mai costruite, proprio perché si inserisce in un territorio d’alta quota, comunque in parte già antropizzato, e nel suo paesaggio talmente peculiare, ricercando (o pretendendo) un dialogo con gli elementi geomorfologici del luogo – le montagne, in primis – che inevitabilmente perdono parte della loro funzione di marcatura referenziale ovvero di presenze indiscutibilmente dominanti sul luogo. Non che non restino ancora tali, sia chiaro, ma indubbiamente ora ci sono alcuni nuovi oggetti, le cinque grandi pale appunto, che nel bene o nel male diventano ulteriori punti focali (non naturali e antropici) nella percezione visiva del territorio del passo. Ma certamente ve ne sono altri, di impianti dotati simili peculiarità in relazione al luogo nel quale sono installati: come ripeto, di sicuro il parco eolico del Gottardo è tra i più iconici – a prescindere da come lo sia, ecco.

[Immagine tratta da bluewin.ch.]
Poste queste rapide osservazioni, vi chiedo: che ne pensate, di una infrastruttura del genere? È bella, è brutta, è in armonia con il territorio d’intorno, è uno scempio orribile? Il paesaggio del valico del Gottardo come vi pare (se vi pare) cambiato, con la presenza delle cinque pale? Credete sia un impianto di produzione d’energia alternativa accettabile e ammissibile, nel complesso, oppure al riguardo è oltre il limite di tolleranza, in un luogo del genere?

Se vi va, rispondete liberamente ovvero senza preconcetti e pregiudizi. Il dibattito al riguardo (in senso generale, voglio dire, non nel caso specifico qui narrato o in altri similari) non si è ancora sviluppato nel modo migliore e più virtuoso possibile, a mio parere, ergo cercare di capire quale immaginario diffuso si sia formando al riguardo è veramente interessante e istruttivo.

Dicevamo?

[Immagine tratta da dirittiglobali.it, cliccateci sopra per visitare la fonte originaria.]

L’Italia è stato il decimo maggior esportatore di armi al mondo, vendendo soprattutto aerei militari (1.439) e navi (796): ha esportato il 2,2 del totale delle armi vendute. I paesi che hanno ricevuto le maggiori quote di armi dall’Italia sono stati Turchia (18 per cento), Egitto (17 per cento) e Pakistan (7,2 per cento).

(Fonte della citazione: qui; fonte originaria dei dati: qui.)

P.S.: quello che penso della vicenda di Giulio Regeni l’ho scritto qui, di recente. Altri post pubblicati nel blog riguardo questa ed altre simili questioni li trovate qui. Cliccando sull’immagine potrete invece saperne di più sulla storia dell’omicidio di Giulio Regeni.

Lavorare male

(Photo credit: Creative Commons license; uploaded by Wikivisual.)
Non so, sbaglierò, può ben essere, ma col tempo mi si fa sempre più nitida l’impressione che se nell’intero comparto produttivo (industria, commercio, terziario… ovunque, insomma) si dovessero eliminare quelle figure che non compiono le proprie mansioni lavorative come dovrebbero e come la loro etica professionale imporrebbe, e che vanno a lavorare tanto per tirar sera e portarsi a casa lo stipendio alla fine del mese, almeno due terzi dei lavoranti finirebbe disoccupata ma il PIL nazionale aumenterebbe in misura cospicua.

Già.

Proprio come aumenterebbe di quota librandosi sempre più agile nel cielo l’aerostato che si liberi della zavorra inutile, ecco.

È un’impressione personale, eh, ma nitida. Sempre più nitida. Nitidissima, sì.