Neve artificiale e consumo di acqua

P.S. – Pre Scriptum: pubblico di seguito il testo completo dedicato al tema “neve artificiale e consumo di acqua”, legato ad altri miei post al riguardo pubblicati di recente qui sul blog, dal quale è stato ricavato l’articolo di Fabio Landrini uscito su “La Provincia di Lecco” del 6 luglio scorso, che trovate qui. Credo possa rappresentare un ulteriore interessante contributo analitico (nelle note in calce al testo trovate le fonti dalle quali ho tratto i dati e le informazioni citate) per alimentare la riflessione sul futuro dello sci su pista nella “nuova” realtà climatica che stiamo ormai cominciando pienamente ad affrontare. Una realtà che ben difficilmente ci consentirà di lasciare le cose come sono state fino a oggi e verso la quale è necessario programmare una ben meditata resilienza, per il bene delle montagne ma, ancor più, per il bene di tutti noi. Anche perché, a ben vedere, la “resistenza” che qualcuno propone sembra solo una via ancor più veloce verso il disastro, ecco.

[Foto di Heike Georg da Pixabay.]
In tema di neve artificiale – sul quale di recente ho disquisito più volte, qui sul blog – probabilmente molti si chiederanno il perché si accusino gli impianti di innevamento programmato di consumare acqua quando non facciano altro che trasformarla in neve la quale poi, sciogliendosi, tornerà allo stato liquido. È una cosa che parrebbe scontata, a prima vista, e che mi sono chiesto anch’io prima di scriverne, documentandomi presso varie fonti scientifiche e persone competenti al riguardo. Teoricamente sì, l’acqua trasformata in neve dai cannoni torna al suolo, una volta sciolta: solo non si sa dove, come e quando. Ovvero, la questione è molto complessa e legata a numerose variabili di difficile o impossibile controllo da parte dei gestori degli impianti o dagli amministratori delle risorse idriche locali, che rende la produzione di neve artificiale una pratica necessariamente da sottoporre a rigidi parametri di sostenibilità ambientale, economica e ecologica se non proprio, in molti casi, da disincentivare.

Innanzi tutto per produrre neve artificiale vengono utilizzate risorse idriche potabili, spesso pescate dai corsi d’acqua e dalle falde locali (ove non vi siano bacini di accumulo, che tuttavia a loro volta non possono essere alimentati unicamente dalle acque meteoriche) in momenti dell’anno nei quali la loro portata e disponibilità d’acqua è minore[1] nonché, anche per quanto appena osservato, in aree che spesso soffrono di carenze al riguardo (vedi i Piani di Bobbio, sul cui tema ho scritto nei giorni scorsi[2]) e dunque alle quali l’acqua potenzialmente disponibile viene tolta per poi essere teoricamente resa, una volta sciolta la neve sparata, quando magari non serve più – ovvero nei mesi primaverili. Anche l’affermazione secondo la quale i bacini di accumulo dell’acqua per la produzione di neve artificiale sarebbero delle riserve idriche per i propri territori è alquanto opinabile: se un certo deposito idrico viene destinato a un ben determinato uso – sparare neve artificiale – per il quale c’è bisogno dacché non nevica, ma siccome non nevica e dunque nemmeno piove i paesi a valle soffrono di carenza d’acqua nei propri acquedotti, secondo voi quell’acqua non verrà utilizzata per produrre neve e garantire l’apertura delle piste da sci (che altrimenti resterebbero chiuse, con evidenti danni economici per la società di gestione del comprensorio e l’indotto relativo), e verrà magnanimamente “donata” agli acquedotti a valle? Be’, personalmente mi permetto di pensare a tale eventualità come non credibile.

Inoltre: parte dell’acqua da scioglimento della neve artificiale resta in prossimità del suolo ove è stata sparata senza raggiungere le falde sottostanti o i corsi idrici locali, dacché è impossibile determinare il displuvio delle acque dalla superficie verso il sottosuolo se non a livello di bacino idrografico di zona: dunque non è detto che la neve artificiale, una volta sciolta, raggiunga le risorse idriche alle quali pescano gli acquedotti a valle. Un’altra parte evapora in forza delle temperature ovvero per sublimazione[3], dunque diventa gas nebuloso che poi il vento trasporta a decine se non centinaia di km di distanza prima di scaricarla nuovamente come pioggia al terreno (magari in zone che di problemi di siccità non ne hanno).

Poi c’è da considerare il problema – invero poco o nulla contemplato da chi gestisce gli impianti di innevamento artificiale – della perdita di acqua durante la produzione di neve artificiale, ovvero quel dato tra il 15 e il 40% determinato dalla ricerca dell’Istituto Svizzero per lo Studio della neve e delle valanghe di Davos[4]: in pratica, di 10 litri d’acqua immessi nell’impianto di innevamento può essere che fino a 4 litri non diventino neve e si perdano in varie modalità, di contro senza che vi sia la certezza che rappresentino un apporto idrico alle risorse locali.

Poi ancora bisogna considerare la geomorfologia delle località che utilizzano impianti per la neve artificiale i cui comprensori sciistici hanno piste su versanti idrografici diversi (sempre ad esempio i Piani di Bobbio, che “scaricano” acqua verso la Valsassina o verso la Val Brembana, ma ciò accade per quasi tutti i comprensori posti su altipiani, selle, valichi), per cui – per intenderci – la neve sparata a ovest diventa acqua che divalla a est, quindi con privazione di apporto da una parte e vantaggio dall’altra che magari non ne avrebbe bisogno mentre la prima sì.

Poi c’è la questione dell’additivazione chimica ancora in uso negli impianti di innevamento più vecchi, mentre quelli più recenti, stando alle dichiarazioni dei produttori degli impianti[5], non dovrebbero più farne uso. Tuttavia è appurato che la neve artificiale, rispetto a quella naturale, possiede una cristallografia e una struttura chimica diverse, che in maniera non evidente ma significativa genera modifiche alla biodiversità locale. Non è vero quello che sostengono certi gestori dei comprensori turistici innevati artificialmente che «il manto erboso rimane protetto più a lungo soprattutto in primavera, quando possono ancora esserci delle gelate che potrebbero danneggiare la crescita dei prati. Quando farà molto caldo, lo scioglimento di questa neve fornirà ulteriore acqua ai prati, facendo crescere l’erba meglio che in altre parti»[6]: al contrario, la neve artificiale ha un alto contenuto di acqua liquida, circa il 15-20% rispetto al 7-10% della neve naturale, di conseguenza ha un peso maggiore e una minore capacità di isolamento termico che la neve asciutta eserciterebbe fra suolo e atmosfera. Questi fattori causano il congelamento del suolo impedendo il passaggio di ossigeno e provocano l’asfissia del sottostante manto vegetale, il quale è così facilmente soggetto a morte e putrefazione. Nei luoghi soggetti ad innevamento artificiale è stato riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa, fino a 20-25 giorni rispetto alla media. Il deterioramento del manto erboso rende i pendii più soggetti all’erosione e altera l’ecologia e la biodiversità dei versanti montuosi.[7] [8]

Infine, c’è la questione dei livelli di captazione delle acque dalle risorse idriche locali per destinarle alla produzione di neve artificiale. In teoria, in sede di richiesta della concessione di captazione che i gestori dei comprensori sciistici devono presentare, viene stabilito un dato massimo di prelievo oltre il quale non poter andare. Tuttavia, visto quanto accade nel similare ambito delle captazioni per uso idroelettrico con il cosiddetto MDV – minimo deflusso vitale[9] – che dovrebbe garantire ai corsi d’acqua una portata sufficiente a garantire la loro vitalità biologica (dato già dipendente dagli andamenti meteoclimatici stagionali, peraltro), e che invece sovente non viene rispettato[10], viene purtroppo naturale temere la stessa situazione per la captazione destinata alla neve artificiale, anteponendo in entrambi i casi le esigenze (e il tornaconto) economico a quello ecologico. Una domanda, poi, sorge spontanea: chi controlla che le prescrizioni suddette sul massimo prelievo consentito vengano effettivamente rispettate?

Insomma, è vero che l’acqua tolta dalle risorse idriche locali per produrre la neve artificiale poi ritorna al territorio, tuttavia le modalità e i tempi rappresentano variabili talmente incontrollabili che il dover affrontare problematiche idriche conseguenti nel breve periodo è cosa pressoché certa (salvo stagioni estremamente nevose e/o piovose: ma è inutile dire che il cambiamento climatico in corso ha cambiato le carte in tavola al riguardo, anche solo rispetto a qualche anno fa); problematiche che sul lungo periodo potrebbero trasformarsi in difficoltà croniche di gestione sempre più difficile e con ricadute vieppiù gravi. È certamente una questione delicata, visto che oggi è sostanzialmente la neve artificiale a tenere in vita molti comprensori sciistici, soprattutto quelli dotati di impianti e piste poste al di sotto dei 2000 m di quota, con relativa sopravvivenza economica delle maestranze e dell’indotto turistico; ma è una verità altrettanto sostanziale che la realtà presente e dei prossimi anni, climatica, economica e non solo, rende la pratica dell’innevamento artificiale sempre meno sostenibile e, per certi versi, meno logica, peraltro a fronte degli ingenti finanziamenti che richiede e degli alti costi che impone, sovente scaricati sulla collettività e non solo sul costo degli skipass. Forse non è legando in modo così “dogmatico” la montagna alla monocultura dello sci che le si garantirà una prospettiva di sopravvivenza, anzi, è ben più prevedibile la situazione opposta. Di questo passo, c’è da temere, non sarà solo l’acqua a mancare, alla montagna, ma anche un buon futuro.

 

[1] http://archivio.cai.it/fileadmin/documenti/documenti_pdf/Ambiente/L_impatto_ambientale_dello_sci.pdf

[2] https://lucarota.com/2022/06/18/acqua-un-bene-prezioso-ma-non-per-lo-sci/

[3] https://meteobook.it/la-neve-montagna-sparisce-anche-senza-fondere-perche/#:~:text=Anche%20la%20neve%20evapora%20ma,nevoso%20si%20assottiglia%20senza%20fondere.

[4] https://www.slf.ch/it/progetti/acqua-e-linnevamento-artificiale.html

[5] https://www.technoalpin.com/it/chi-siamo/neve-artificiale-faq/

[6] https://corriereinnovazione.corriere.it/2019/03/28/neve-artificiale-come-riserva-d-acqua-0e974ba0-4d5e-11e9-b061-7fa3bff20422.shtml

[7] https://www.lifegate.it/sciare-tutti-costi-limpatto-ambientale-della-neve-artificiale

[8] https://www.unimontagna.it/web/uploads/2015/10/Pedrazzoli_Ambra_Elaborato_finale.pdf

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Minimo_deflusso_vitale

[10] http://www.freeriversitalia.eu/osservazioni-ricorsi-sentenze/210331_lettera_ai_Ministri_su_DMV_e_sanzioni.pdf

 

3 pensieri su “Neve artificiale e consumo di acqua”

  1. Buongiorno Luca,
    mi trovo d’accordo su quasi tutto, l’innevamento programmato è di certo una pratica dannosa per il paesaggio di montagna (soprattutto per le infrastrutture che richiede) e del tutto assurdo in epoca di siccità e riscaldamento globale.
    Tuttavia, ho due punti da segnalare:
    – Qui da me, l’acqua per l’innevamento non è acqua potabile. Viene captata dai torrenti che potabili non sono. Se altrove viene captata da sorgenti o falde potabili, allora non è solo uno spreco ma un vero scandalo.
    – Sul peso e la densità della neve artificiale rispetto a quella naturale: il discorso non ha tanto senso perché poi, in ogni caso, la neve viene battuta dal gatto per ottenere la pista da sci. Che sia naturale o artificiale, viene compattata a una densità molto maggiore: lo “zoccolo” della pista diventa quasi ghiaccio. Per cui i problemi di isolamento del suolo, congelamento del terreno, danni sulla vegetazione ecc. sono imputabili alla presenza stessa della pista, non alla neve artificiale.
    Un saluto

    1. Buongiorno Paolo,
      grazie di cuore per le sue osservazioni. Non sono un biologo o un agronomo, mi occupo di relazioni antropologiche tra genti, territori e paesaggi, dunque cerco e tratto le informazioni più autorevoli e attendibili contestualizzandole alle mie osservazioni: in tal senso ogni cosa che possa affinare l’analisi al riguardo è assolutamente gradita.
      Riguardo la captazione delle acque: le concessioni di derivazione sono pubbliche, e spesso se ne trovano anche sul web nei siti dei comuni o delle provincie interessate. Per alcuni casi di mia diretta conoscenza, le derivazioni per gli impianti di innevamento pescano da risorse potabili: che poi queste siano dichiarate preventivamente non potabili per aggirare il problema (pratica che a sua volta ho potuto constatare direttamente, qui dalle mie parti) non mi sorprenderebbe.
      In tema di battitura delle piste ha ragione: peso e densità della neve cambia, una volta battuta, e infatti, banalmente, sulle piste la neve si scioglie più tardi che fuori. Tuttavia, dal punto di vista dello “sfruttamento antropico” del terreno di montagna, mi verrebbe da pensare che non cambi granché: la presenza della pista genera comunque una modificazione biologica del terreno e un degrado crescente nel tempo. Ci può stare, ci mancherebbe, però mi vengono in mente certe dichiarazioni di gestori dei comprensori sciistici secondo i quali sarebbero proprio le piste a “salvaguardare” il territorio sul quale insistono e, be’, mi viene un po’ da ridere.
      Alla fine, forse per mia formazione culturale, ne faccio anche, e parecchio, un problema di onestà intellettuale (ovvero professionale): e certe pretese giustificazioni alla sussistenza di altrettante pratiche, come lo sci su pista in certe condizioni attuali, imposte come verità indubitabili e indiscutibili oltre che necessarie, mi sono veramente difficili da accettare.
      Grazie ancora per le sue osservazioni, e buona giornata!

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