La folle antitesi tra “economia” ed “ecologia” sarà la nostra condanna. A meno che…

La decisione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di far uscire gli USA dall’Accordo di Parigi sul clima – decisione che, lo dico fin da subito, in mancanza di azioni alternative da parte americana, è la scellerata idiozia di uno spaccone ignorante pur se democraticamente eletto (il che la dice lunga sulla bontà del noto assioma “ogni popolo ha i governanti che si merita”!) – mette ancora una volta in luce, e con inopinata drammaticità, la dicotomia esistente tra due vocaboli così fondamentali per il mondo di oggi, “economia” ed “ecologia”, dal momento che Trump ha dichiarato di non voler rispettare l’Accordo di Parigi per “difendere” l’economia americana.

In verità, economia ed ecologia derivano dalla stessa nozione filosofica, ovvero da una identica radice etimologica greca: οἴκος / oikos, “casa”. L’economia, nel senso originario, è la gestione dei beni della casa, l’amministrazione delle cose di famiglia; per estensione, poi, indica la condotta di allocare risorse scarse, in generale, per soddisfare al meglio i bisogni individuali e/o collettivi. L’ecologia – vocabolo ben più recente dacché coniato nel 1869 dal biologo tedesco Ernst Haeckel – usa invece il prefisso “eco-” con un’accezione ben più ampia, indicando la gestione dell’intero ambiente nel quale l’uomo vive la propria vita e col quale interagisce. Un ambiente, tuttavia, che in senso assoluto è a sua volta “casa” dell’umanità, inutile rimarcarlo.

Non è un caso che il concetto moderno di “ecologia” nacque proprio quando, nella seconda metà dell’Ottocento, il progresso industriale divenne impetuoso, aumentando il benessere quotidiano di sempre più persone e dunque legandosi a doppio filo all’accezione ordinaria di “economia” – estremamente correlata alla finanza e al denaro – ma, al contempo, cominciando a pesare in modo evidente sull’ambiente naturale, il cui crescente e sregolato sfruttamento mise in luce la necessità di una gestione e di una salvaguardia di esso, non antitetica all’economia ma equilibrata e proporzionata. Tuttavia questa necessità restò incompresa per lungo tempo, probabilmente per la mancanza di una preparazione culturale, sia nelle masse che nei governanti, atta a comprenderne la portata e l’importanza nel tempo, e ciò concesse ancor più campo libero all’industrializzazione e allo sfruttamento ambientale sempre più sfrenato, con gli inquietanti risultati climatici (e non solo) che ormai da qualche lustro a questa parte sono sotto gli occhi di tutti (ad eccezione del suddetto Presidente americano e di parte del suo entourage, a quanto pare).

Credo che il non aver compreso quanto fosse fondamentale per il progresso della civiltà umana l’armonia tra l’economia e l’ecologia, ovvero quanto fosse deleteria l’antitetica dicotomia tra le due scienze e pratiche antropiche, sia una delle colpe più gravi che noi umanità – almeno la parte teoricamente più avanzata e istruita – ci dobbiamo imputare. Una colpa a cui stiamo solo ora cercando di rimediare, peraltro in modi non così decisi come forse dovrebbero essere (secondo molti l’Accordo di Parigi sul clima è troppo blando, negli obiettivi che si pone) e nella speranza di non essere già andati oltre il punto di non ritorno – cosa invero avvenuta, temo, per alcune emergenze ambientali: ad esempio i ghiacciai, che sulle Alpi e non solo lì sono in rapido disfacimento.

In ogni caso, al di là di accordi politici tra gli stati del mondo, di obiettivi più o meno adeguati e di autentiche o infingarde volontà di conseguirli, mi pare chiaro che continuare a preservare la contraddizione tra l’economia e l’ecologia, come pare stia facendo il Presidente USA Trump, rappresenti la strada più rapida ed “efficace” per la catastrofe ambientale definitiva. Di contro, impegnarsi globalmente per ritrovare un’armonia il più possibile proficua tra le due cose è, io credo, forse l’unica strada da seguire per salvaguardare (o dovrei già dire salvare) il pianeta e noi stessi che ci stiamo sopra e lo abitiamo. Non possiamo pensare di gestire al meglio i beni di casa nostra se nel frattempo il mondo intorno va allo sfacelo: inesorabilmente anche casa nostra sarà distrutta. Se invece sapremo amministrare la casa in cui viviamo in modo sostenibile con l’ambiente d’intorno, e se tutti i proprietari delle altre case faranno lo stesso, il mondo intero ne trarrà giovamento e con lui chiunque ci starà sopra. Anche perché un’economia che non tiene conto degli aspetti ecologici della sua azione finirà per annullare ogni tornaconto ottenuto per via dei danni che inevitabilmente causerà all’ambiente naturale: danni che in modo altrettanto inevitabile si riverbereranno per l’intero globo.

Insomma: in un modo o nell’altro stiamo parlando della nostra οἴκος, di casa nostra. Se vogliamo veramente dirci e ritenerci una civiltà, nel senso più pieno e “meritato” del termine, dovremmo cominciare a capire una così basilare verità. E, ovviamente, contrastare in ogni modo possibile chi invece continua a non capirlo e ad agire in modo contrario: perché sono certo che nessun individuo intelligente e civile gradisca di vedere la propria casa insozzata, contaminata, messa in pericolo, rovinata, distrutta. Nessuno.

C’è siccità (idrica) e siccità (culturale)

In questo articolo vi parlerò di siccità.
«Un argomento off topic!» forse penserete. Beh, niente affatto e per diversi motivi – ma vado con ordine.
In molte zone del Nord Italia c’è il serio pericolo di una siccità senza precedenti. Fa sempre più caldo, anche d’inverno – nonostante qualche settimana di freddo del tutto ordinario, d’altro canto – e in montagna nevica sempre meno. È paradossale che in queste zone vi possa essere un rischio di siccità, per quanto formalmente siano ricche di acque nonché a ridosso delle Alpi, sulle quali almeno d’inverno dovrebbe nevicare, appunto, e alle cui alte quote vi sono numerosi apparati glaciali… Già, ma il cambiamento climatico sempre più evidente e profondo i ghiacciai se li sta mangiando rapidamente, e di questo passo la maggior parte di essi scomparirà nel giro di qualche lustro, facendo dunque scomparire una preziosa riserva di acqua potabile a disposizione della pianura antropizzata e coltivata – oltre che dei monti stessi, naturalmente. Per di più, non solo d’inverno fa più caldo ma pure d’estate e, quando piove, sempre più spesso si scatenano dei nubifragi terrificanti che fanno gran danni e, di contro, non danno nemmeno il tempo al terreno di assorbire tutta la pioggia caduta.
Insomma, il cambiamento climatico non è il solo problema, semmai è l’inizio (drammatico già di suo) del problema susseguente: il relativo cambiamento del paesaggio, dell’ecosistema entro il quale viviamo e dunque, gioco forza, la modificazione forzata della nostra vita quotidiana la quale – ce ne dimentichiamo spesso, purtroppo – è strettamente legata all’ambiente naturale nel quale viviamo, anche oggi che ci crediamo uomini ipertecnologici e in grado di controllare tutto e tutti.
Non è così, proprio per nulla, e forse a questo punto già comprenderete che questa mia disquisizione ha una forte valenza culturale, altro che! In primis perché ciò che sta avvenendo al nostro ambiente finisce per modificare il territorio e la sua percezione fondamentale da parte nostra, il “paesaggio”, il quale è un elemento culturale ben determinato e determinante. In secondo luogo, come ribadisco, perché a doversi necessariamente modificare è la nostra esistenza quotidiana – anche in senso molto pratico: se in effetti e malauguratamente il rischio siccità dovesse concretizzarsi e, ad esempio, in un’estate con temperature torride come accaduto negli ultimi anni dovesse mancare l’acqua per irrigare (non solo le coltivazioni industriali ma pure il proprio orto di casa ovvero persino l’acqua corrente domestica), beh, capite da soli quali conseguenze immediate ci potrebbero essere. Inoltre, perché tutto ciò deve obbligatoriamente comportare un cambiamento mentale, intellettuale ovvero – di nuovo – culturale: a partire dalla tassativa comprensione di ciò che sta accadendo o che potrebbe accadere, delle conseguenze che ne potrebbero derivare e della riflessione generale sulla questione, che colpisce profondamente un nostro patrimonio condiviso quale è il paesaggio – patrimonio identificante, per giunta, dunque ancora più fondamentale per la valenza culturale e antropologica di noi tutti che lo abitiamo.
«Sì, ma che ci possiamo fare, noi, se non piove e il clima cambia?» qualcuno potrebbe chiedere. Forse nulla, tra l’oggi e il domani, forse moltissimo da dopodomani fino ai prossimi anni: anche solo – ribadisco ancora – comprendendo la situazione in essere, la sua anormalità, il suo potenziale pericolo e, ancor più, comprendendo come tutto ciò possa finire per danneggiare il valore assoluto del territorio e del paesaggio nel quale viviamo e dal quale ricaviamo non solo molto di ciò che ci serve per vivere la nostra esistenza quotidiana ma pure la nostra identità. Da questo punto di partenza basilare, io credo, potranno poi venire tutte le più buone e proficue iniziative pratiche per agire anche concretamente riguardo le modificazioni ambientali in corso.
Occorre un accrescimento della preparazione culturale al riguardo, insomma, che io temo sia ancora parecchio carente – d’altro canto lo è in generale circa i macro-temi ecologici e ambientali, figuriamoci su questioni più specifiche e per molti aspetti non comprensibili (che ci possa essere un pericolo di siccità sulle Alpi, ad esempio: cosa da ritenersi assurda fino a qualche anno fa!) Occorre che il paradosso non debba diventare normale, piuttosto che venga preso di forza e con determinazione “raddrizzato” e annullato, per quanto possibile. Occorre che noi tutti si ritrovi il più profondo e stretto dialogo con il territorio e il paesaggio che abitiamo, in buona sostanza: solo in questo modo potremo prevedere i pericoli a cui andranno incontro e che potrebbero coinvolgerci, potremo prevenirli e magari contrastarli efficacemente prima che si realizzino.
Possiamo anche correre il rischio di una siccità idrica; non possiamo proprio permetterci, invece, il rischio di una siccità culturale, su tali temi e su ogni altra cosa. Il tempo presente e ancor più il futuro non ce lo consentono più.

P.S.: seppur da tempo avevo in mente di scrivere un articolo come questo, un buon impulso al farlo me l’ha fornito la sempre illuminante Annamaria Testa con questo articolo nel quale si parla di desertificazione – ma non in zone equatoriali o altrove… qui da noi, già.

Piove… no, c’è il Sole… no, è sereno… anzi, nevica…. embè?

meteoMa poi, tutta questa reale, sincera, supposta, presunta, strombazzata, garantita, indotta, artificiosa, adulterata – e così via, lungamente… – necessità della gente normale di conoscere in anticipo che tempo farà… voglio dire, che senso ha?

Considerando che, tale mania – perché alla fine, a ben vedere, di ciò si tratta: anzi, di una psicometeopatia! – alimenta poi tutto un bailamme di pochi autentici e tantissimi sedicenti meteorologi le cui previsioni sono molto meno attendibili di quelle d’un mago da spiaggia ma che, per via della sostanziale incompetenza diffusa nel settore, trovano pure il modo di farsi pagare a fronte del loro palese dilettantismo (si intenda il termine nell’accezione più spregiativa possibile, visto che poi non sono rari i casi di meteorologi “dilettanti” – qui nel senso di appassionati che nulla ci ricavano dal loro lavoro previsionale, i cui bollettini sono estremamente più curati scientificamente e più attendibili meteorologicamente – loro, ad esempio – dei suddetti indegni tizi) – dicevo, considerando che ‘sta mania di dover sapere se domani pioverà o ci sarà il Sole alimenta un mercato oberato di cialtroni, mi permetto di osservarla con parecchia diffidenza se non con malcelato spregio. Ecco. Posso capire che un’esigenza indubbiamente importante in tal senso la possano rimarcare certi professionisti – i quali dovrebbero dunque affidarsi a servizi meteorologici dedicati e altrettanto professionali, che gli enti e le associazioni di ricerca sulla meteo e sul clima seri generalmente offrono; ma tutti gli altri… mah!

Ricordo che un paio di estati fa, durante un agosto particolarmente piovoso, parlavo con il gestore d’un rifugio sulle Alpi lombarde: l’uomo si lamentava in modo anche piuttosto fervido del fatto che, a fronte delle poco favorevoli condizioni meteo, gli stranieri – che fossero svizzeri, tedeschi, francesi o nordeuropei – non mancavano di arrivare in rifugio e onorare la prenotazione; di contro, degli italiani solo uno su dieci arrivava, tutti gli altri disdettavano la prenotazione eseguita, a volte anche qualche giorno prima della data d’arrivo e dunque basandosi totalmente su quanto annunciavano per l’occasione le previsioni meteo – le quali poi sovente, appunto, finivano per sbagliare. «Viziati, siamo tutti viziati ormai!» esclamava l’uomo, «Preferiamo rintanarci nei centri commerciali anche se fuori c’è bello, piuttosto di rischiare un acquazzone ma standocene all’aria aperta e in luoghi meravigliosi come questo!»
Vuoi che parlasse, quel rifugista, per mero interesse, vuoi di contro che, per un rifugio di montagna (in particolare, ma il discorso vale per qualsiasi altro posto) ogni disdetta di prenotazione comporta costi notevoli (si pensi solo ai rifornimenti di vivande, sovente deperibili, parametrati alle prenotazioni ricevute, quando poi buona parte di queste non vengono rispettate) e vuoi infine che non esiste previsione della meteo attendibile oltre le 48 ore dal giorno di emissione (ma c’è che chi sostiene che persino oltre le 8 ore una previsione perda buona parte della sua attendibilità)… insomma, vi dirò che sotto sotto – non me ne vogliano gli amici meteorologi (dilettanti, vedi sopra, i quali poi i bollettini li sanno elaborare bene, appunto) – ogni qual volta una previsione non azzecca il tempo che poi verrà, la cosa mi diverte non poco. Ciò perché è come se la Natura si prendesse una costante e inesorabile rivincita sulle pretese di onnipotenza (preveggente e non solo) di noi uomini sempre troppo boriosi – senza contare che la Natura stessa ci offre innumerevoli segnali che ci possono far capire che tempo farà a breve… certo, se solo fossimo ancora capaci di coglierli e interpretarli come un tempo la saggezza popolare insegnava a fare! Inoltre, è pure come se l’imprevedibilità delle condizioni meteo ci ricordassero e ci invitassero continuamente a smettere quella condizione viziata giustamente citata dal rifugista di cui vi ho raccontato, ovvero ad riabituarci – anzi, a riarmonizzarci con l’ambito naturale in cui viviamo, il quale fortunatamente se ne frega bellamente delle nostre pretese, delle nostre acconciature che guai se si bagnano o dei nostri abiti ultratecnici e waterproof ma se poi piove come facciamo? – di tutti questi nostri inguaribili infantilismi, ecco.

Posso capire nel caso di un temporale con fulmini e saette o d’un tornado con venti tremendi – ovvero, per intenderci, di condizioni meteorologiche realmente serie – ma, in tutti gli altri casi, alla fine della fiera, che piova o che ci sia il Sole, il tempo (quello cronologico) comunque scorre e la nostra vita va (deve andare) avanti: far dipendere le buone cose (per la mente e lo spirito in primis) che in essa possiamo fare a mere condizioni meteo ovvero, peggio, alla saccenza di presunti tanto quanto (scientificamente) zotici meteorologi che pontificano dai media tra un tiggì e l’altro, è veramente un segno di sostanziale incultura. Già.

Ora scusate ma devo andare. Piove, dunque esco a correre.

VHEMT: e se alla fine avessero ragione loro? (Un post di antropologia culturale)

Senza nome-congiunto-01Sì, proprio così: antropologia culturale.
Lo conoscete, il VHEMT?
Beh, se non lo conoscete, cominciate a leggere qui (brano tratto dal sito del suddetto):

Il VHEMT (che si pronuncia vehement, parola inglese che significa veemente) è un movimento, non un’organizzazione. È un movimento portato avanti da gente che ha a cuore la vita sul pianeta Terra. Non siamo un gruppo di disadattati maltusiani misantropi e asociali che provano un piacere morboso ogni volta che qualche disastro colpisce gli umani. Non potrebbe esserci nulla di più distante dalla realtà. L’estinzione umana volontaria è piuttosto l’alternativa umanitaria ai disastri che colpiscono la gente.
Non insistiamo sul modo in cui la specie umana si è dimostrata un parassita avido ed amorale su un pianeta che era in buona salute. Una negatività di quel genere non offre soluzioni per gli orrori inesorabili che l’attività umana sta provocando.
Piuttosto, il Movimento propone un’alternativa incoraggiante alla distruzione impietosa e completa dell’ecologia della Terra.
Come sanno bene i Volontari del VHEMT, la speranza che si presenta come alternativa all’estinzione di milioni di specie vegetali ed animali è l’estinzione volontaria di una sola specie: l’Homo sapiens, …la nostra estinzione.
Ogni volta che qualcuno decide di non generare altri umani da aggiungere ai miliardi brulicanti che già si accalcano su questo pianeta devastato, un nuovo raggio di speranza attenua le tenebre.
Quando ogni essere umano deciderà di non riprodursi, la biosfera della Terra potrà tornare alla sua gloria di un tempo, e ognuna delle creature che rimarranno potrà essere libera di vivere, morire, evolversi e forse scomparire, come nel corso dei millenni hanno già fatto così tanti “esperimenti” di Madre Natura. L’ecologia della Terra tornerà in buona salute… tornerà in buona salute quella “forma di vita” nota a molti col nome di Gaia.
Perché ciò possa accadere è necessaria la nostra scomparsa.

Ecco.
Inetti? Pazzi? Goliardi? Illuminati? Razionalisti? Beh, fate voi.
Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa all’articolo, oppure visitate il sito principale del VHEMT (in inglese), qui.

Una società che “insegna” sempre meno a pensare, fin dall’inizio: un’esperienza personale.

“Un bambino che legge sarà un adulto che pensa.” Sicuramente avrete letto anche voi da qualche parte questa diffusa massima, elementare nel senso ma senza dubbio pragmaticamente profonda nella sostanza.
Bene. Da ormai parecchi anni – nove, per l’esattezza – faccio parte della giuria di un concorso figurativo-letterario dedicato ai ragazzi della scuola primaria di primo e secondo grado, basato su tematiche ecologiche e di consapevolezza ambientale che rappresentano uno dei scopi sociali del principale ente promotore, l’Unione Operaia Escursionisti Italiani. E’ un incarico che ritengo essere un grande privilegio soprattutto in merito alla parte letteraria, riservata agli alunni delle classi primarie di secondo grado – le medie, per andare sulla definizione tradizionale: gli autori dei testi sono dunque ragazzi dai 10 ai 13 anni, dal carattere personale in piena formazione, già dotati di una propria visione autonoma del mondo ma ancora legati all’ambiente sociale quotidiano per ciò che riguarda la comprensione e l’assimilazione delle cose che di quel mondo si ritrovano intorno – legati certamente alla scuola ma in primis alla famiglia, in questa età assolutamente fondamentale. Gli argomenti proposti nel concorso – quest’anno, ad esempio, il tema era compendiato nel titolo “La Terra: la nostra casa”, sviluppato attraverso una “giornata ecologica” con la presenza di un ricercatore specializzato in scienze della Terra per una “lezione” teorica sul tema, comune a tutte le classi, seguita da un’uscita in ambiente per una prima applicazione sul campo di quanto appreso nella lezione, oltre ai vari approfondimenti nelle singole classi con i propri docenti – sono sempre stati scelti per cercare di generare negli alunni non solo una mera espressività personale sul tema scelto, ma pure una personale riflessione su di esso, per cercare di farli ragionare, per quanto possibile a quell’età, di far loro comprendere le specificità del tema e, quindi, per fare in modo che possano formulare una propria idea, pur semplificata e/o superficiale. Istigare loro il pensiero, insomma, al di là poi della capacità e della qualità della messa per iscritto di esso. Il grande privilegio di cui dicevo poc’anzi è a mio parere proprio dato da ciò, dalla possibilità di intercettare, attraverso i testi partecipanti al concorso, questo pensiero in piena formazione, ovvero in qualche modo di avere una visione significativa, seppur limitata, di cosa e come pensano quelli che saranno gli adulti di domani, delle loro costruende capacità cognitive su tematiche di interesse comune e ampio respiro, nel contempo avendo, attraverso quanto da loro scritto, un altrettanto significativo segnale di ciò che a loro – e alla/nella loro mente – viene dall’ambiente in cui quotidianamente stanno.
In base alla personale esperienza da giurato in questi nove anni di svolgimento del concorso – un periodo relativamente lungo e statisticamente già interessante – devo in primis denotare un evidente decadimento delle capacità medie di apprendimento dei temi e delle argomentazioni proposte, nonostante, lo ribadisco, gli stimoli extra-scolastici espressamente studiati anno per anno per rendere i temi stessi interessanti e intriganti. Al di là delle ovvie eccezioni – i secchioni sempre ci sono stati e sempre ci saranno! – verrebbe da pensare che i ragazzi di oggi, nonostante l’età ormai non più infantile, non siano più abituati a pensare, a riflettere, a stimolare il proprio cervello nel ragionare su certi argomenti. E’ piuttosto palese una certa passività verso quanto viene loro proposto, che li porta a risolvere la richiesta e/o il compito assegnato – in questo caso uno scritto, appunto – nel modo più sbrigativo possibile, riportando pappagallescamente cose ovvie senza generare da esse una pur minima elucubrazione propria. Sia chiaro, non pretendo certo che un ragazzino di 10 o 13 anni mi presenti una approfondita dissertazione scientifico-filosofica su quanto sia importante la salvaguardia ambientale per il bene della società! Ma, almeno, che in due righe o pure soltanto in una sappia già elaborare un proprio pensiero su un tema in fondo “quotidiano” sul quale gli viene chiesta una minima riflessione, beh questo sì, lo chiedo. E lo chiedo proprio per quanto affermavo poco sopra: perché è negli anni terminali della (una volta detta) scuola dell’obbligo che si forma la base della personalità intellettuale e cognitiva di una persona, che poi col tempo potrà più o meno svilupparsi ma è lì, in quel periodo, che si plasma – esattamente come, a quest’età, si formano idee, passioni, desideri e impulsi che poi resteranno per sempre nell’animo dell’individuo.
Sui perché oggi i ragazzi (e non solo loro, ahinoi) siano poco portati a pensare, a elaborare e sviluppare un proprio pensiero sulle cose del mondo, si potrebbe star qui ore a disquisire e in ogni caso molti di quei perché li conosciamo già benissimo, per quanto siano ovvi e materialmente influenti nella nostra società contemporanea. Forse, io temo – e per tale timore mi è tornata alla mente la massima che ho citato in testa a questo articolo – quella scarsa propensione al pensiero e alla meditazione è strettamente legata all’altrettanto scarsa propensione alla lettura di libri – nonostante la fascia d’età 11-17 anni sia una di quelle, nel depresso e deprimente mercato editoriale italiano, più attive ovvero meno deficitarie… Tuttavia, proprio da tale questione ne deriva una conseguente, per certi versi anche più preoccupante: ove negli elaborati degli alunni vi sia qualche espressione d’un pensiero personale, cioè qualche parte di essi che non sia mera e superficiale descrizione/ripetizione di quanto ascoltato, è in molti casi evidente l’influenza del “pensiero sociale medio”, con la comparsa di palesi luoghi comuni di derivazione televisiva e mediatica in generale o di opinioni (di, diciamo così, scarso pregio culturale) chiaramente non proprie o di genesi scolastica, e presumibilmente provenienti dall’ambito familiare – cosa peraltro comprovata da uno scambio di opinioni con alcuni dei docenti degli alunni partecipanti al concorso. In buona sostanza: certa scarsa consapevolezza civica e inadeguata cognizione di tematiche di interesse comune presenti nella nostra società (e dunque nei nuclei fondanti di essa, le famiglie), senza dubbio dovute all’assai scadente clima culturale che caratterizza la società stessa, inesorabilmente vengono in qualche modo echeggiate nel pensiero dei ragazzi, degli adulti di domani, che già in età formativa corrono il rischio di ritrovarsi in testa nozioni distorte e fallaci sulla realtà d’intorno. In effetti, gli stessi docenti interpellati mi hanno segnalato più volte la crescente difficoltà non solo di coinvolgimento degli alunni nei temi scolastici così come in qualsiasi altro argomento di corredo, ma pure la constatazione di dover a volte lottare, nell’insegnamento delle proprie materie, contro certi bizzarri (per così dire) convincimenti espressi dai ragazzi di palese origine extra-scolastica, probabilmente televisiva ovvero familiare (ma quasi sempre le due cose sono legate a doppio filo).
Insomma – e concludo: pur attraverso uno “screening” parecchio limitato e generico come quello che mi è permesso dal concorso letterario nel quale sono giurato, risulta evidente un problema di “disabitudine” al pensiero, all’uso della propria testa, alla riflessione su temi pur semplici ma che esulano dalle mere questioni quotidiane – problema tanto grave quanto più per come si manifesta fin dall’inizio del percorso di sviluppo intellettuale dei nostri ragazzi. Naturalmente, sono io stesso il primo ad augurarmi di sbagliare, in queste mie valutazioni, di esagerare con la visione pessimista ovvero di aver soltanto colto una defaillance provvisoria, pur se manifestatasi lungo quasi due lustri; in ogni caso è superfluo rimarcare quanto sia fondamentale per la società intera l’attenzione verso una questione del genere. In fondo è vero, un bambino che legge, cioè che è abituato a riflettere – e non c’è nulla che insegna a farlo come la lettura di un buon libro – sarà un adulto che pensa, e tanti adulti che pensano formano una società libera ed emancipata. Un società nella quale i libri saranno sempre al centro e alla base del suo sviluppo e della sua “salubrità” morale, culturale, intellettuale e civica.