Rilancio dello sci e innevamento artificiale a Piazzatorre? Meglio fare un po’ di “fact checking”

Del caso del “rilancio” del comprensorio sciistico di Piazzatorre, in Valle Brembana (Provincia di Bergamo) ho già scritto più volte in passato: in breve, più di 15 milioni di Euro, in gran parte pubblici (da Regione Lombardia), per “rilanciare” un comprensorio in difficoltà da anni, anche perché posto interamente sotto i 1800 metri di quota.

Ora la stampa locale (qui ad esempio) dà notizia dell’approvazione del progetto esecutivo per il potenziamento dell’impianto di innevamento artificiale: «Per Piazzatorre, da sempre legata alla montagna e alla sua frequentazione turistica, si tratta di un nuovo tassello nel percorso di valorizzazione degli impianti sciistici». Da sempre (in realtà dagli anni Cinquanta del Novecento, con apici nei primi anni Settanta) legata alla montagna e alla sua frequentazione turistica, già: ma ciò oggi vale ancora? E, soprattutto, varrà ancora domani?

Proviamo a rispondere con un rapido controllo dei fatti e dello stato reale delle cose.

Il comprensorio sciistico di Piazzatorre, come detto, è interamente posto al di sotto dei 1800 metri di quota: l’altitudine massima è il Monte Torcola Soliva, a 1783 metri. Dunque, è più basso della quota di 1800-2000 metri sotto la quale, in base a pressoché tutti i report meteoclimatici, entro pochi anni non si potrà più sciare, sia per l’assenza di precipitazioni nevose e sia per le temperature inadatte al mantenimento della neve al suolo se non per pochi giorni invernali.

Il fatto che a Piazzatorre spingano per potenziare l’impianto di innevamento artificiale palesa che in loco siano ben consci che sulle loro piste nevicherà sempre meno. Tuttavia, come accennato, il nodo principale riguarda le temperature: si può sparare tutta la neve che si vuole ma se non fa freddo a sufficienza, cioè se non si gode di una temperatura a lungo inferiore agli zero gradi, la nave sparata fonderà rapidamente. Ecco dunque nel grafico sottostante, basato su dati ARPA Lombardia e AINEVA, l’evoluzione della quota dello zero termico invernale sulle Alpi e Prealpi Orobie negli ultimi trent’anni:

Già oggi la media è posta oltre i 1600 metri (ma nell’inverno scorso è arrivata a quasi 1800 metri, come vedete, e durante le fasi più perturbate e miti degli ultimi inverni è salita in libera atmosfera ben oltre i 2000 metri), e l’evoluzione in corso del clima rende certo l’innalzamento dello zero termico a quote ancora superiori già nei prossimi inverni. Ciò comporta che l’intero comprensorio sciistico e la neve sparata sulle sue piste sarà sottoposta a temperature troppo elevate e fusione nivale quasi costante lungo l’intera stagione invernale.

Quindi, da tale disamina cosa si conclude? Che quelli spesi per il “rilancio” del comprensorio sciistico di Piazzatorre sono soldi buttati al vento, ovvero spesi per un comprensorio sciistico che già oggi ha la sorte infausta segnata, e con tutta probabilità non apporteranno alcun vantaggio concreto e duraturo al territorio e alla sua comunità. Perché, a dirla da un’altra prospettiva, sono soldi potenzialmente sottratti a interventi ben più importanti e utili a favore tanto del territorio, dunque anche della sua attrattiva turistica, ma pure dell’attrattività demografica e della quotidianità residenziale dei suoi abitanti.

Negli articoli della stampa si legge che il progetto «non si limita agli impianti sciistici, ma comprende una serie di interventi dedicati alla valorizzazione complessiva della località. […] L’obiettivo del programma è migliorare le infrastrutture e favorire una frequentazione turistica della montagna che non sia legata esclusivamente alla stagione della neve». Propositi assolutamente condivisibili: peccato che, se si legge il Patto Territoriale dal quale deriva tutto quanto, si evince che la maggior parte degli investimenti è dedicata allo sci – infatti i titoli fanno cenno all’innevamento artificiale, non a interventi che concernono altre attività. Come al solito, manca una visione realmente strategica e organica di sviluppo territoriale con visione a lungo termine e focus sulla comunità locale e i suoi bisogni: si punta nuovamente ad azioni semplici, facili, in modalità copia-incolla, che consentano di spendere rapidamente i soldi stanziati e di farci sopra una sempre funzionale propaganda, in assenza di qualsivoglia reale attenzione nei riguardi del territorio e di analisi delle sue specificità in ottica presente e futura.

A vacuo e, francamente, un po’ grottesco tentativo di giustificare tutto ciò, si sostiene che Piazzatorre è «da sempre legata alla montagna e alla sua frequentazione turistica», così palesando viceversa l’incapacità di cambiare idee, paradigmi, visioni, strategie. «Si è sempre fatto così!» dicono: ma quel “così” oggi non esiste più, e continuare a ragionare e fare cose come nulla fosse non è un “progetto” o una “strategia” o null’altro di simile: è un bias cognitivo. Che purtroppo cagionerà notevoli problemi e difficoltà alla comunità locale senza di contro mitigare o risolvere le tante criticità che la sua realtà presenta. In un comune, per giunta, dove ci sono duemilacinquecento seconde case – 2.500! – vuote per gran parte dell’anno (quando non già sfitte e in vendita) a fronte di sole duecento prime case. A riprova della necessità inderogabile di cambiare strada invece di perseverare, in maniera obiettivamente scriteriata, con modelli turistico-economici obsoleti e già ampiamente falliti.

Come ho già scritto altre volte, di questo passo ovvero senza un progetto di sviluppo ben diverso per il territorio e la volontà di metterlo seriamente in atto, si arriverà ad un punto di rottura per il quale anche a Piazzatorre si sentirà qualcuno lamentarsi:

Signori amministratori pubblici, i montanari non hanno più pane da mangiare!

e qualcuno di quegli amministratori rispondere:

Se non hanno più pane, che mangino la neve artificiale!

(Sempre che le temperature troppo alte non l’abbiano fusa, ovviamente!)

La “Montagna Sacra”: apprezzata, compresa, discussa, condivisa, criticata e per tutto questo sempre più indispensabile

Il “senso del limite”. Quante volte viene citato nei discorsi legati alla realtà contemporanea delle nostre montagne? Solitamente, quando lo si cita, è per invocarne il rispetto, visto come i monti siano sempre più in balìa di fenomeni invasivi, non solo imposti dal turismo di massa, e di sfruttamenti eccessivi e irrispettosi del paesaggio montano nonostante le crescenti criticità ambientali e climatiche – e non solo queste.

Eppure, tanto spesso viene invocato, il senso del limite, quanto poco sembra essere realmente rispettato. L’unico “limite” che ancora osserviamo collettivamente pare sia quello alla comprensione del suo senso fondamentale: ci piace citarlo, auspicarlo, invocarlo, ma senza realmente comprenderlo e trovando scomodo andare oltre – o troppo confortevole non farlo. Restiamo fermi mentre la realtà delle montagne, con tutto ciò che comporta, criticità incluse, va avanti.

Per questo il progetto “Monveso di Forzo. Montagna Sacra” con il tempo acquisisce sempre più importanza simbolica e valore concreto. Ha riacceso l’attenzione su quel “senso del limite” svilito e negletto basandosi su quattro princìpi fondamentali: alterità, lasciare spazio a ciò che non siamo noi, animali, piante, rocce, silenzi; astensione, fare un passo indietro come scelta libera; contemplazione, vivere la montagna anche guardandola da lontano; infine, appunto, limite, riconoscere che poter raggiungere un luogo non dà il diritto culturale di occuparlo. È stato ritenuto inefficace, superfluo, controverso, opinabile, è stato criticato aspramente ma di contro ha raccolto migliaia di adesioni e consensi. E continua a raccoglierne.

Nel frattempo, quel limite così necessariamente da rispettare non è quasi mai stato rispettato e la “Montagna Sacra” resta l’unica fonte di riflessione autentica sul tema. Controversa? Meno male, così offre un altro motivo per discuterne. Inefficace? Non più del poco o nulla che altrove viene fatto. Opinabile? Non quanto la crescente trasgressione del senso del limite continuamente perpetrata ai danni dei territori montani, dei loro ambienti, del loro paesaggio. Del quale l’uomo ha il diritto di fare parte solo se osserva il dovere di esserne responsabile, cioè di avere rispetto per le montagne. Che è esattamente ciò che la “Montagna Sacra” invita a fare almeno con il Monveso di Forzo: dedicarvi il rispetto più assoluto, dunque più simbolico e eloquente, proprio per godere del privilegio di vivere le altre montagne rispettandole consapevolmente per come il progetto stimola a fare. Cioè, rispettando il più logico, intelligente, naturale senso del limite – finalmente!

L’invito e lo stimolo, appunto: domenica prossima 11 ottobre in Valle Soana torna “Insieme per la Montagna Sacra”, la giornata pubblica dedicata al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra per la Natura”, ed è il quinto incontro dalla nascita dell’iniziativa e per la prima volta si svolge in autunno, nella stagione in cui i larici della Valle Soana si colorano d’oro ai piedi della piramide del Monveso. La giornata è promossa dal comitato promotore della Montagna Sacra insieme all’Associazione Operatori Turistici Valle Soana, alla Biblioteca di Ronco Canavese, alla TAM – Tutela Ambiente Montano, CAI VdA e CAI Piemonte, a riprova di quanto il progetto sia sempre più compreso, condiviso e, di conseguenza, efficace.

Trovate tutte le informazioni relative alla giornata sulla locandina che vedete lì sopra e nel sito web del progetto “Montagna Sacra”, qui. Per quanto avete letto finora in questo mio articolo, comprenderete che partecipare alla giornata significa già manifestare concretamente la consapevolezza e il rispetto del “senso del limite”, significa già «pensare come una montagna», per dirla con Aldo Leopold, significa essere parte attiva e virtuosa del presente e del futuro delle Terre alte. Significa moltissimo, insomma.

Dunque, mi auguro vivamente che vorrete e potrete partecipare. Perché ogni montagna, anche la più antropizzata, è “sacra”, se lo saranno il rispetto e la cura che riserveremo ad essa.