Una petizione per salvare i Piani di Artavaggio

È un’iniziativa interessante e alquanto significativa, quella di «un gruppo di ventenni» del quale si fa promotore Francesco Stefanoni lanciando una petizione su Change.org (https://chng.it/NYwxVC8N22) per la salvezza dei Piani di Artavaggio dai progetti di “sviluppo turistico” dei quali ho già scritto numerose volte, sul web e sui media locali – e della quale ha scritto Marta Colombo su “La Provincia di Lecco” venerdì 3 febbraio. Importante perché rappresenta un ulteriore strumento di espressione della volontà di salvaguardia di un luogo di bellezza e storia peculiari, divenuto negli anni recenti un modello turistico citato e ammirato (scriverò a breve di ciò), che si vorrebbe degradare e banalizzare riportandovi lo sci su pista, nonostante la realtà climatica e economica che stiamo vivendo. Ed è del tutto evidente che la questione non sta nella “forma”, ovvero nella seggiovia piccola/grande o breve/lunga o quant’altro sulla quale si concentra buona parte del dibattito, ma sta nella sostanza culturale di una località che proprio grazie alla fine dell’epoca sciistica, che ad Artavaggio è stata importante ma si è inevitabilmente chiusa già a fine anni Novanta, ha saputo costruirsi un’immagine turistica e una valenza paesaggistica che, ribadisco, sono divenuti un modello ammirato e preso a esempio altrove nonché raccontato su numerosi testi – dalla guida Dol dei Tre Signori, della quale sono uno degli autori, fino al recente Inverno Liquido, volume che illustra i tanti casi di località ex sciistiche delle Alpi che hanno intrapreso un percorso di rinascita turistica più o meno di successo. Una sostanza culturale, ovvero un senso del luogo che evidentemente gli amministratori locali continuano a non capire, restando immobili sulle loro idee di “quantità” e ignorando la qualità (in senso negativo) degli effetti del loro progetto.

[Immagine tratta da familyplanet.it.]
Ma il lancio della petizione su Change,org è anche un’iniziativa altamente significativa perché viene dai giovani, da coloro i quali stanno per ereditare una montagna che nonostante la realtà di fatto viene ancora sottoposta a interventi del tutto irrazionali, fuori contesto, dannosi, funzionali a interessi che poco o nulla hanno a che vedere con la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio – elemento fondamentale per la vitalità futura dei monti – e nemmeno con le necessità quotidiane della comunità residente, che da progetti del genere in fin dei conti ha solo da perderci. Il risultato di tutto ciò sarebbe la creazione di una banalissima stazione sciistica che non potrà mai competere con altre vicine e lontane e mostrarsi attrattiva, il degrado di un paesaggio che nel tempo è diventato sinonimo di bellezza montana prealpina e la permanente carenza di risposte alle richieste riguardanti servizi basilari che necessitano a una comunità residente in montagna per restarci a vivere nel modo migliore e più confortevole.

[Immagine tratta da montagnelagodicomo.it.]
Per tutto ciò vi invito caldamente a firmare la petizione “Salviamo i Piani di Artavaggio”, che trovate qui: https://chng.it/NYwxVC8N22. Artavaggio è un modello di rinascita turistica emblematico, apprezzato, lodato, un luogo che può fare da potente traino alla frequentazione turistica consapevole e sostenibile delle montagne valsassinesi ancor più di quanto abbia fatto finora (come conferma lo stesso sindaco di Moggio nel finale dell’articolo de “La Provincia di Lecco”, quando cita i parcheggi della funivia che sale a Artavaggio sempre pieni nei fine settimana, sostanzialmente contraddicendo il senso del progetto che vorrebbe imporre). Dunque perché rovinarlo?

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Uno strano fenomeno, sulle Alpi italiane

[Panorama della conca di San Simone, Val Brembana, Alpi Bergamasche. Foto tratta da Ciaspole.net.]
Questo inverno in giro per le Alpi italiane sta accadendo uno strano fenomeno. Anzi, accadeva anche negli inverni scorsi, ma quest’anno pare in modo più evidente. Spiego: molte località sciistiche che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece inopinatamente vedendo un notevole afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi per impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero.

In pratica: dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo si credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Che cosa stranissssssssima, vero?

Spiega bene il “fenomeno” Massimo Sonzogni nel servizio realizzato di recente per “BergamoTV” e dunque con un focus specifico sulle località nelle condizioni sopra descritte sulle montagne bergamasche, ma mi giungono notizie simili anche da altri paragonabili territori montani lungo un po’ tutte le Alpi:

Ma dunque, quelli che sostengono a spada tratta e sovente con sprezzante sicumera lo sci su pista, adducendo come motivazione fondamentale che senza lo sci la montagna muore (qui, ad esempio), e per giunta in base a ciò chiedendo continuamente sostegni finanziari pubblici, che dicono? E che dicono gli amministratori politici che quei sostegni finanziari elargiscono munificamente ignorando totalmente o quasi il supporto a qualsiasi altra forma di frequentazione turistica non sciistica e più sostenibile della montagna invernale (parimenti ignorando i servizi di base di cui i residenti avrebbero realmente bisogno? Dove sono gli effetti dell’altrettanto sbandierato “indotto” economico che lo sci su pista creerebbe nei territori ai quali viene imposto, dove sono i benefici diffusi sul lungo periodo per l’intera comunità che li abita? Siamo dunque proprio sicuri che i comprensori sciistici siano l’unica via di sviluppo possibile per le montagne, anche al di là dei loro esorbitanti costi di gestione e le problematiche ambientali che presentano, o forse, come anche Sonzogni osserva (anche in modo parecchio retorico) nel servizio di “BergamoTV”, forse è lecito porsi qualche interrogativo sul futuro della montagna e riflettere sul reale stato delle cose in modo sensato, coerente e costruttivo, stando ben lontani dalle strombazzate propagande filosciistiche che obiettivamente appaiono – in buona parte dei casi – sempre più forzate se non proprio prepotenti e oppressive in primis per le montagne alle quali vengono imposte e per le comunità che le abitano?

Sono solo alcune delle tante altre domande, nette e chiare, alle quali non sembrano giungere risposte di alcun genere da parte di coloro ai quali vengono poste ma la cui formulazione riceve solo insulti nemmeno tanto velati e asserzioni sovente arroganti. Tuttavia restiamo in attesa, fiduciosi tanto quanto vigili – ma più la seconda che la prima, già.

Il primo cenno di primavera, forse

«Ól de’ dèla Candelòra da l’invèrn’ mé sa föra» dice il noto proverbio che qui ho trascritto, spero senza sbagliare troppo, nella forma dialettale a me più vicina ma che è presente in ogni tradizione popolare italiana (e non solo). Uno dei tanti retaggi delle antiche origini pagane comuni conservatisi oralmente, che rimanda ai Lupercali romani ma ancor più alla festività celtica di Imbolc, che cadeva proprio intorno all’attuale primo giorno di febbraio ovvero al sorgere della stella Capella, la più brillante nella costellazione dell’Auriga: una festa di ritorno alla luce dopo le tenebre invernali, il che ne spiega il nome e la concomitanza di tante occasioni nelle quali si accendono falò, nei villaggi delle vallate alpine in particolar modo.

Fatto sta che questa mattina, scendendo dai monti domestici a valle per iniziare la giornata lavorativa, intorno alle ore 6 e 45, m’è parso di cogliere una luminosità differente dai giorni scorsi, nei quali l’impressione era sempre quella della tenebra notturna invernale, imperante e ancora invincibile. Il cielo, verso il Levante, invece stamani era più chiaro, sicuramente in forza della condizione meteorologica della giornata odierna, serena e limpida, che ha reso maggiormente nitido e dunque percepibile quel “nuovo” chiarore antelucano il quale sfidava il buio ancora profondo della restante parte di cielo con una vivacità inaspettata e sorprendente. Ribadisco: ci fosse stato il cielo coperto di nubi, o anche solo velato, probabilmente un tale luminare celeste non l’avrei colto; ma l’averlo percepito, e l’attrazione dello sguardo che mi ha generato durante la guida lungo la strada sbucante in quel punto dal bosco, inevitabilmente ha riportato alla mente il proverbio sopra citato ovvero la simbolicità tradizionale pagana del giorno e del periodo in genere. Cioè, per farla breve, mi ha fatto pensare ad un primo seppur flebile cenno di primavera.

D’altro canto con Imbolc i Celti irlandesi fissavano proprio l’inizio della stagione primaverile, del ritorno verso la luce estiva e della fine dei più ostici rigori invernali. Non la fine del freddo, del gelo o della meteo avversa ancora tipica di queste settimane (al netto dei cambiamenti climatici in corso, ovviamente e sfortunatamente) ma comunque il riavvio del ciclo vitale che poi caratterizza e contraddistingue la primavera. In fondo il termine Imbolc significa “in grembo”, in riferimento alla gravidanza delle pecore: infatti in origine la festa celebrava la venuta alla luce degli agnellini e le pecore che in forza di ciò riprendevano a produrre latte in abbondanza, il che significava nuovo prezioso sostentamento anche per gli umani allo scopo di resistere alla restante parte d’inverno e, appunto, fino al ritorno effettivo delle più favorevoli condizioni primaverili.

Insomma: forse ho visto il primo segno della nuova primavera, questa mattina. Magari solo per una mera suggestione personale basata sulle riflessioni che vi ho appena raccontato, ma tant’è: è stata una visione comunque piacevole e, a suo modo, emozionante.

N.B.: la foto in testa al post non è ovviamente mia, guidando non avrei potuto cogliere l’attimo che vi ho descritto fissandolo in un’immagine fotografica, ma credo che renda comunque bene l’idea.

A proposito dello “Ski Dome” di Cesana Torinese…

In fondo io potrei essere “favorevole” alla realizzazione dello Ski Dome di Cesana Torinese, sì.

Ehi, aspettate a fare quelle facce lì, mi spiego subito!

A parte il fatto che affermazioni come «Ci darebbe lavoro per 12 mesi all’anno», citata nell’articolo qui sopra raffigurato, sono le stesse che una ventina di anni fa si sentivano in zona in occasione della costruzione delle varie infrastrutture olimpiche, che poi sappiamo bene che fine abbiano fatto (infatti lo Ski Dome di Cesana verrebbe costruito dove ora giace fatiscente la pista di bob di “Torino 2006”), e guarda caso sono identiche a quelle che negli anni Settanta echeggiavano nelle varie località montane ove spuntavano impianti di risalita e condomini di seconde case come funghi… ma sarà solo una bizzarra coincidenza, no?

Dunque, dicevo: in linea di principio gli Ski Dome, se proprio si volesse realizzarli, andrebbero costruiti direttamente nelle città. Che senso ha riprodurre le condizioni classiche della montagna invernale in montagna? Tanto vale farlo direttamente nelle aree metropolitane (ce ne sono parecchie a ridossi di aree collinare e elevazioni varie che offrirebbero il minimo dislivello necessario) così pure da risparmiare risorse energetiche, economiche e ambientali nonché il viaggio ai loro fruitori, e i gas di scarico relativi, ai territori transitati. Per cui, posto ciò, allo Ski Dome di Cesana dovrei dire assolutamente di no.

Però

Pensandoci in questi giorni, mi sono detto che probabilmente sulle nostre montagne al di sotto di certe quote non si scierà più, e spesso agli sciatori su pista contemporanei (lo dico con tutto il rispetto del caso) non interessa tanto il luogo montano ove sciare e la varia cultura che lo caratterizza ma solo il servizio offerto in base allo skipass pagato. Certo sarebbe bello riconnettere tali sciatori ad una ben più consapevole e sostenibile frequentazione delle montagne, ma posso supporre che a molti di essi la cosa non interessi granché, chiedendo essi soprattutto di poter continuare a sciare. A tal riguardo, mi vengono in mente i grandi centri commerciali delle aree metropolitane, ai cui fruitori non interessa nulla del (non) luogo in sé ma solo di ciò che contiene e offre – negozi, marche, prodotti, intrattenimenti vari, eccetera. Se molte persone preferiscono passare il loro tempo libero in un enorme capannone pieno di negozi piuttosto che in montagna o in altro ambito naturale, non glielo si può certo impedire, anzi: si può concludere che il centro commerciale, addensando nei suoi spazi quelle persone evidentemente poco sensibili alla relazione con l’ambiente naturale, il paesaggio e con le loro valenze culturali, le tolgono di mezzo a quelli che invece tale relazione la vogliono coltivare. D’altronde si è visto bene cosa è accaduto nel corso dei lockdown per il Covid, negli ultimi anni, con i centri commerciali chiusi e molti dei loro fruitori riversatisi in massa sui monti, in località che non sono e non sarebbero mai in grado di sopportare tutta questa gente e morirebbero di overtourism in men che non si dica.

Ecco: lo Ski Dome sarebbe il centro commerciale della montagna, in fondo il principio che dà forma e sostanza ai due spazi è lo stesso. Lo Ski Dome toglierebbe di mezzo (mi scuso per la reiterata espressione rude, ma rende l’idea) coloro ai quali non interessa nulla della montagna, del suo ambiente, del suo paesaggio, della relazione con esso ma vorrebbero solo sciare come si faceva una volta e come oggi, stante la realtà climatica corrente, non si può più fare, liberando della loro presenza culturalmente sterile la montagna che in tal modo sarebbe ben più a disposizione di chi la voglia godere in modo consapevole e sostenibile senza più il disturbo, non solo acustico, provocato abitualmente dal turismo meccanizzato come quello sciistico. Chi vuole solo sciare, se ne sta chiuso dentro il suo “meraviglioso” Ski Dome, chi vuole vivere più compiutamente la montagna ha tutte le possibilità per farlo. Entrambi a loro modo contenti – certo, gli sciatori skidomati con parecchi soldi in meno in tasca, visto quanto dovrà costare la fruizione di un impianto tanto economicamente gravoso, ma se a loro va bene così, amen.

Tutto ciò, al netto della sostenibilità economica e ambientale dell’impianto, che ovviamente restano elementi imprescindibili in merito alla sua realizzazione – sempre che lo Ski Dome diventi “sostenibile” semplicemente scrivendo nel suo progetto esecutivo che è “sostenibile”, che pare sia il modus operandi al riguardo alla base di molte di queste opere!

Così, dunque, sarei “favorevole” allo Ski Dome di Cesana. Capito, ora?

Ragionando sulla neve artificiale

Riflessione personale a “voce alta”: scommettiamo che se i comprensori sciistici aprissero le piste e lavorassero solo in presenza di neve naturale eliminando totalmente quella artificiale, dunque pur con una stagione sciistica più breve ma al contempo diversificando e implementando la propria offerta turistica con attività invernali sostenibili, contestuali ai loro monti e consone ai tempi che corrono – dal punto di vista ambientale, economico, culturale – alla fine guadagnerebbero di più e farebbero molto più del bene alle montagne sulle quali lavorano, garantendosi per giunta delle possibilità di resilienza imprenditoriale più solide e meno soggette a troppe variabili ineludibili e dannose per i loro bilanci?

(Lì sopra, un articolo di Mario Tozzi su “La Stampa” del 16 gennaio 2023. Cliccateci sopra per ingrandirlo e leggerlo meglio; gli abbonati al quotidiano lo trovano qui.)