Lo scrittore è un “accrescitore” della realtà (Davide Sapienza dixit)

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

(Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.)

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

P.S.: cliccate sulla copertina del libro per leggere la personale recensione de I Diari di Rubha Hunish.

Il mistero in un antico castello… e nel romanzo di Daniele Maggi, questa sera in RADIO THULE su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 6 marzo duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 11a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata Il mistero dentro di noi!
C’è un luogo assolutamente affascinante, a qualche centinaio di metri dagli studi di RCI Radio… Un antico monastero sulle sponde del fiume Adda che un tempo era un castello, sorto probabilmente prima dell’anno 1000, ove prende corpo una vicenda che intreccia realtà storica e fantasia letteraria dalla quale emerge un mistero… e un romanzo che racconta tutto ciò, ma racconta anche della storia e dell’identità culturale di un territorio e della sua gente – proprio il territorio nel quale ha sede l’emittente da cui RADIO THULE si diffonde nell’etere!
Questo (e molto altro di più) è Il Mistero del Lavello, l’acclamato esordio letterario di Daniele Maggi: entrambi – libro e autore – sono gli ospiti di questa puntata, che vi farà scoprire il romanzo e la sua intrigante storia la quale, appunto, è in fondo la storia di tanti che la puntata l’ascolteranno – ma che senza dubbio affascinerà chiunque dovunque!

maggi-libro-lavelloDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Non saremo mai adulti se non resteremo un po’ bambini!

14590377_1104526599601206_7163706707976026977_nNoi adulti, quando ci rapportiamo ai bambini, li pensiamo e li definiamo “infantili”, “ingenui”, “puerili”, “sprovveduti”… li guardiamo con benevola commiserazione nel mentre che pensiamo, tra noi: «Oh, piccolo mio, quante cose che devi ancora imparare, per diventare grande
Beh, diciamocela tutta: la nostra adulta superiorità nei confronti del mondo infantile è un ennesimo segno della profonda ottusità che, a noi “grandi”, ci ammorba l’animo. Ormai insensibili alla loro tenera spontaneità, alle loro giocose fantasie, ai moti di spirito che consideriamo illogici e un po’ sciocchi – «Son cose da bambini, eh!» – non ci rendiamo più conto che è in quella visione del mondo apparentemente elementare ma invero genuina, originale, autentica, priva di qualsivoglia bieco conformismo, pura d’una purezza antropologicamente primigenia, per così dire, che può stare la verità delle cose del mondo stesso, ben più che nelle nostre sovente boriose convinzioni. Crediamo ancora di dover educare i bambini a diventare adulti imponendo loro di perdere, come prima cosa, l’atteggiamento giocoso e infantile, e non capiamo che invece non si sarà mai del tutto adulti, e in senso virtuoso nonché proficuo per sé stessi e per il mondo con cui interagiamo, se non sapremo restare almeno un poco bambini: nell’animo, nello spirito, nel cuore, nello sguardo verso quel nostro mondo. Non comprendiamo più, insomma, che se per certi versi i bambini devono imparare molte cose dagli adulti, gli adulti dovrebbero finalmente tornare a imparare molto anche dai bambini: molto di ciò che, appunto, si è perso lungo il corso della vita nel passaggio dai primi anni di vita fino alla cosiddetta maturità – termine spesso usato proprio in contrapposizione a quanto fa riferimento all’infanzia, tanto quanto viene utilizzato fuori luogo e senza giustificazione.
Sono più che convinto che molta parte delle cose peggiori che presenta il mondo – guerre, violenze, integralismi, prepotenze, diseguaglianze, iniquità, ingiustizie, intolleranze, scontri d’ogni sorta e ogni altra cosa del tristemente ricco campionario umano in tema – sia proprio dovuto all’azione di adulti che hanno totalmente perso il loro lato fanciullesco, che hanno negato a sé stessi l’esigenza di restare per tutta la vita un po’ bambini, privandosi del privilegio di godere della loro spontanea e naturale sensibilità oltre che del senso antropologico del gioco, della fantasia, della creatività, dell’immaginazione e dell’istintività.
Ugualmente, sono di contro convinto che se l’umanità avesse saputo conservare la propria parte fanciullesca, a quest’ora non saremmo arrivati al punto in cui siamo ma ben più avanti. Non avremmo soltanto raggiunto la Luna avendo Marte come meta ancora troppo lontana, non avremmo solo gli aerei e le navi che abbiamo, le città, le case, i computer o i telefonini. No, avremmo molto di più: saremmo già arrivati su sistemi stellari lontani a bordo di astronavi a forma di fette di torta con propulsione a zucchero; avremmo il teletrasporto che si attiva con l’interruttore della luce di casa e telefonini capaci di farci parlare con gli animali, avremmo robot domestici di peluche, macchine velocissime senza volante né ruote che non possono causare incidenti e biciclette in grado di volare; i diverbi internazionali li risolveremmo a chi mangia più caramelle che però non farebbero male, non ci sarebbe l’inquinamento né scorie nucleari perché ricaveremmo l’energia dal moto del pensiero e guariremmo le malattie più gravi mangiando buonissimi lecca-lecca medicamentosi privi di controindicazioni. E in TV ci sarebbero solo programmi di pupazzi animati… – oh, beh, in effetti è già così, anche se quei programmi sono tutto fuorché divertenti e intelligenti!
Insomma: vivremmo in un mondo migliore, più sensibile, più aperto e divertente, consapevoli di poter essere sempre liberi perché dotati della più grande e assoluta libertà a disposizione: la fantasia.
Quindi, quando un bambino ci dice qualcosa o ci pone una domanda all’apparenza ingenua, ridicola e senza senso, proviamo a rifletterci sopra qualche attimo di più. Chissà che, in questo modo, non comprenderemo di essere noi adulti gli ingenui e i ridicoli, e che è la nostra vita così piena di futilità ma vuota di autentica creatività ad essere senza senso ovvero insensata. Vedendo come va il mondo forse ci dovremmo arrivare da soli, ma evidentemente noi “grandi” non ne siamo più capaci.

Letteratura è invenzione, non descrizione (Björn Larsson dixit)

La peculiarità della letteratura non è quella di descrivere il reale qual è, ma di immaginarlo, ovvero – come diceva Baudelaire a proposito di Balzac – non di copiare la realtà, ma di inventarla. E’ proprio della letteratura, poesia compresa, liberarci dalla realtà specifica per poi ritrovarla migliore, veritiera o diversa. La letteratura esiste per svolgere una funzione di cui le altre forme d’arte e di scrittura sono incapaci, vale a dire proporre altri modi di vita, altre possibilità di pensiero, altre maniere di impiegare il linguaggio, al fine di comunicare e capirsi meglio. Esiste perché abbiamo bisogno di sapere che le cose, compresa la lingua, possono essere diverse da come sono. La sua forza non è né dare lezioni né essere un documento veritiero, ma risiede in quell’appello alla libertà del lettore di cui parlava Sartre. O come ben diceva, con la sua arte della formula: “Non si scrive per gli schiavi.”

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.195-196)

Larsson_2000Anche perché, mi viene modestamente da aggiungere alle parole di Larsson, una letteratura che semplicemente descrive la realtà, e non tenta di inventarla o quanto meno di reinterpretarla sulla base di nuovi punti di vista, non è che un testo di condanna per il libero pensiero. E’ come un piccolo territorio racchiuso in un recinto nel quale si resta imprigionati e si finisce per girare in tondo, quando invece la vera letteratura è una strada da seguire che ci può condurre fino a dove mai avremmo pensato di poter giungere.

La creatività è sempre rivoluzionaria! (Gianni Rodari dixit)

Creatività è sinonimo di “Pensiero divergente”, cioè capacità di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È “creativa” una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal professore e dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel processo creativo. E questo processo – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.

(Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Ed. Einaudi, p. 171)

GIANNI_RODARIGianni Rodari, grandissimo intellettuale, scrittore e autore celeberrimo di storie per bambini e ragazzi, lo sapeva bene e bene ce lo ha spiegato cosa significa essere creativi. Leggendo la sopra citata affermazione a pochi giorni dai tragici fatti alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, le sue parole mi sono sembrate ancora più importanti e illuminanti. La satira è grande esempio di creatività, e lo è pure ogni arte espressiva, che sia visiva, letteraria, filmica, musicale o che altro; ma lo sono, tutte queste arti, soprattutto (o forse solo se) quando riescono a dare risposte e parimenti instillare dubbi, a generarci curiosità su ogni cosa, a insegnare a pensare con la propria testa ovvero a rieducare alla riflessione, lo sono quando sanno svincolarsi da qualsiasi tentativo di addomesticamento e sanno tenersi distanti da ogni imposizione conformistica e perbenista. Quando sono sinonimo di pensiero divergente, appunto, ovvero di pensiero libero.
Per questo i poteri dominanti cercano sempre di assoggettare il creativo ai propri fini, quando non riescono a zittirlo e/o a soffocarne la creatività. Per questo essa è considerata di frequente pericolosa e viene attaccata, in modo più o meno forte e violento, ed è per questo che la creatività è tra le poche cose che può salvare il nostro mondo e farlo progredire, eliminando da esso in modo peraltro giocoso – come giustamente afferma Rodari – qualsiasi bieca decadenza illiberale.
Siate creativi, sempre, come bambini eternamente curiosi e intellettualmente irrequieti. Siatelo, e sarete vivi come in poche altre situazioni.