Il viaggiatore è il viaggio!

Si usa spesso citare quel noto adagio che dice “Il viaggio è la meta”; meno si cita il pur altrettanto noto Pessoa che in tema, ne Il libro dell’inquietudine, scrisse “I viaggi sono i viaggiatori”. Tuttavia, se il “vero” viaggio si ha non tanto quando è il viaggiatore a visitare un luogo ma viceversa quando è il luogo a “visitare” il viaggiatore – a entrarvi dentro, a penetrare a fondo nel suo animo esattamente come egli s’addentra per le sue vie o nel suo paesaggio – dunque quando la simbiosi tra luogo e viaggiatore è intensa e vibrante (il che a mio modo di vedere significa realmente visitare un luogo, nel modo più completo), allora come Pessoa, più di Pessoa, mi viene da dire che il viaggiatore è il viaggio. Perché non c’è viaggio “vero” la cui meta non sia dentro di chi lo compie, e in tal modo continui oltre l’ambito geografico, senza limiti effettivi e, per giunta, chiudendo idealmente il solco circolare tracciato in principio dal grande poeta portoghese in un moto, anzi, in un viaggio perpetuo d’un viaggiatore che, altrettanto idealmente, tale è sempre.

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Il vero viaggio

Il vero viaggio non è quello che ci porta a visitare i luoghi, ma quello grazie a cui sono i luoghi a visitare noi. Solo così possiamo dire di essere stati realmente in un luogo: quando il luogo è in noi, quando a “essere stato” è il luogo dentro di noi, essenza e presenza allo stesso tempo.

In tal modo, non si parte e non si arriva per un viaggio: siamo sempre in viaggio. E questa è una delle più grandi e belle fortune di cui si possa godere, nella nostra vita. Gratis, peraltro!

Quale turismo serve ai luoghi d’arte e di cultura italiani?

Come sempre accade nei periodi turistici/vacanzieri, su tutti i media si rincorrono le notizie e gli articoli circa la quantità di turisti presenti nelle relative località (d’arte, s’intende), i dati e le statistiche, il giro d’affari conseguente e quant’altro di affine; meno si discute invece (ma più di qualche anno fa) sull’impatto degli ingenti flussi turistici sui luoghi architettonicamente più “delicati” e sull’opportunità di regolarli introducendo numeri chiusi o proponendo altre eventuali soluzioni. Di contro, poco o nulla si discute sulla qualità culturale dell’offerta turistica, ovvero su cosa sappiano offrire della loro cultura i luoghi artistici ai propri visitatori: chi visita il patrimonio artistico e culturale italiano si riporta a casa una buona esperienza istruttiva e formativa riguardo esso, oppure c’è il rischio che anche i più importanti luoghi d’arte vengano “venduti” e di conseguenza usufruiti solo come mere mete turistiche, al pari d’un qualsiasi parco divertimenti o d’un banale museo delle cere?

A mio modo di vedere la risposta a tale domanda (retorica, almeno per lo scrivente) risulta fondamentale, anche dal punto di vista prettamente economico. Chiaramente non è questa la sede più adatta per entrare nel merito di come oggi sia studiata, progettata, strutturata e proposta l’offerta turistica nei luoghi d’arte e di cultura italiani – l’argomento necessiterebbe di sviluppi e approfondimenti troppo lunghi e “tecnici” – ma chiedersi cosa resti nella mente e nell’animo dei turisti (stranieri ma non solo) che affollano le città d’arte italiane è cosa a dir poco necessaria, ribadisco. Necessaria per il bene stesso, presente e futuro, dei luoghi in questione, affinché la cultura sovente unica al mondo della quale sono portatori non venga sottoposta a un deleterio processo di banalizzazione turistica che determini la visita ad essi soltanto per scattarsi un selfie e così poter dire “io ci sono stato!” ma, sostanzialmente, senza sapere nulla o quasi del monumento che ha fatto da sfondo all’ennesimo autoscatto social – e chissà quante volte già avviene una cosa del genere! Necessaria, la suddetta risposta, lo è per la preservazione della cultura identitaria nazionale, che all’estero in molti casi trova i suoi migliori “marcatori referenziali” proprio negli innumerevoli elementi del patrimonio artistico italiano, che meglio e più immediatamente di quasi ogni altra cosa sanno fornire la vivida idea di esso e della sua ricchezza, della storia, della cultura e dell’arte che l’Italia può offrire. E un turismo culturalmente consapevole è necessario, ne sono convinto, anche per accrescere il giro d’affari ad esso legato: se il turista recepisce e comprende il valore culturale dei luoghi che ha visitato – un valore che certamente non può essere compreso nella sua totalità solo attraverso una visita di qualche ora se non d’una mezz’ora, come spesso avviene nei classici tour turistici – probabilmente sentirà il bisogno e manifesterà la volontà di ritornarci, prima o poi; se invece il solo scopo della visita si riduce al “che bello essere in vacanza!” e al consueto selfie da postare sui social, appunto, (ovvero al panino da vendere al turista spesso a prezzi discutibili), la relativa esperienza si potrà considerare conclusa, in tutta la sua povertà culturale e con una desolante sconfitta per il nostro patrimonio culturale e il suo retaggio unico al mondo.

Lo ripeto: in principio la questione è meramente tecnica e riguarda il saper costruire un’offerta turistica legata alla visita/fruizione del patrimonio artistico e culturale italiano che sia valida, coinvolgente, che sappia coniugare divertimento e istruzione, che riesca ad arricchire il bagaglio di cultura del turista e lo renda consapevole di aver avuto a che fare non solo con un “bel” monumento, o altro del genere, ma con un prezioso e sovente inimitabile elemento di storia, di arte, di cultura, di sapere e di civiltà: qualcosa, insomma, che mai nessun selfie, souvenir o gadget può replicare. Ma, oltre tale costruzione di una valida offerta turistico-culturale, c’è poi da congegnare la capacità di saperla vendere – e si intenda tale termine nel senso più virtuoso possibile. Qui, io temo, vi sono da cambiare alcuni paradigmi ancora troppo legati a vecchi concetti “novecenteschi”, al “più turisti ci sono meglio è, e più ce ne sono più gli esercenti lavorano, e più lavorano più incassano” il quale di principio va pure bene, per carità, ma che diventa una pratica fine a sé stessa se, come detto, si lega esclusivamente a un turismo privo di consapevolezza culturale per il quale essere in Piazza San Marco a Venezia, sotto l’Arco di Augusto a Roma o tra i monumenti pacchianamente ricostruiti di Las Vegas non fa alcuna differenza. Dunque, strutturare un valido nucleo culturale attorno al quale costruire un “nuovo” turismo diviene una vera e propria forma d’investimento sul patrimonio artistico nazionale che, in quanto tale, inevitabilmente porterebbe pure a un aumento del relativo giro d’affari, con benefici non solo limitati al comparto turistico ma all’intero paese. Un paese, l’Italia, che potrebbe tranquillamente prosperare come pochi altri su quell’immenso tesoro d’arte e di cultura che ha la fortuna di possedere; purtroppo è anche un paese, l’Italia, dove troppe parole vengono spese e pochi fatti realizzati, soprattutto poi se utili a tutti e non solo ai soliti noti

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Matera, capitale europea della… incultura?

Dicevano, motivando l’assegnazione del titolo di “capitale europea della cultura 2019” a Matera, che “L’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura è visionario”.

Bene, agosto 2017: delle (sole!) tre librerie cittadine, una è a rischio di chiusura. Riguardo i lavori programmati in poli culturali fondamentali per la città – e per una “capitale della cultura” ancor di più – come il restauro del Museo, il potenziamento della sede universitaria o la stabilizzazione della Biblioteca provinciale, «Non sono neppure state avviate le pratiche». Nel frattempo, i celeberrimi Sassi «si stanno trasformando in un bazar, rinnegando la loro storia. Dove c’erano officine, magazzini, cantine, ora i turisti dormono, mangiano, si abbronzano».

Ma tranquilli, manca ancora un anno e mezzo di tempo al 2019 e non si può non restare coerenti con quanto asserito nella citazione in testa all’articolo: infatti, sperare che in questo tempo rimanente la città diventi una vera e giustificata capitale europea della cultura non trovate sia altrettanto visionario?

Un attimo… vediamo cosa ha ribattuto l’assessore cittadino ai Sassi e alla Gestione Unesco: «Il percorso tecnico è definito, ora la parola passa alla volontà della politica».
Ah, la “volontà della politica”, dice?
Sì, assolutamente, totalmente, inesorabilmente visionario!

Sia chiaro: che l’intero anno 2019 in veste di “capitale europea della cultura” per Matera sia un successo strepitoso. Sperando che nel frattempo si determini cosa si voglia intendere per “cultura”: forse è questo il vero nocciolo della questione nonché l’autentico progetto di sviluppo a lungo termine per la città, ben oltre il 2019.

N.B.: fatti e citazioni riportate nell’articolo sono tratte da La Stampa, qui.

Veri viaggiatori, e turisti novellini (Amé Gorret dixit)

Il vero viaggiatore si distingue per la sobrietà delle sue parole, dalle ridotte dimensioni dello zaino, dalla regolarità del passo e dal calcolo riflessivo e coraggioso dei rischi di un’escursione o di una scalata. Il turista novellino, invece, si fa notare per il numero e il volume dei suoi bauli, per il clamore dei suoi programmi, e dei preparativi per la partenza, per le osservazioni scientifiche fuori misura, per il panico o la vanitosa imprudenza davanti al pericolo.

(Lauro-Aimé Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche 1987, pag.145; citato in Enrico Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, pag.37.)

Per la cronaca, Amé Gorret quelle impressioni sul turismo (alpino, ma nulla cambia se riferite ad altri contesti) le scrisse a fine Ottocento. Più di un secolo fa, proprio così.
O aveva già capito tutto, ai suoi tempi in cui il turismo era ancora qualcosa di assai raro ed elitario, oppure certe insensatezze nazionalpopolari che crediamo frutto della contemporaneità già allora erano ben diffuse e col tempo fino ad oggi sono soltanto peggiorate. Ovvero entrambe le cose, certo.

P.S.: per dire… qui sotto, “turisti novellini” di oggi, perfettamente equipaggiati (!), vagabondano tra i crepacci dei ghiacciai di Punta Helbronner, sul Monte Bianco (cliccate sull’immagine per visitarne la fonte):