Un’altra lettera

[Foto di nvodicka da Pixabay, elaborata da Luca.]
Alla cortese attenzione del Centro XXXXXXXXXXXXXX

Spett.le Centro Meteorologico,

nel panorama a dir poco desolante, se non irritante, che presenta la meteorologia italiana intesa come categoria scientifico-professionale (comprendendo dunque chiunque si presenti come appartenente e affine ad essa), devo ammettere che voi siete da annoverare in generale tra i meno peggiori, quantunque anche le vostre previsioni pecchino spesso di imprecisioni più o meno marcate. Tuttavia – e vengo al nocciolo della questione che voglio denotare in questa mia missiva – non posso evitare di chiedervi e contestarvi ciò: posta appunto l’apprezzabile serietà di cui godete rispetto a tanti altri servizi meteorologici, perché continuate a fornire sui media bollettini che vanno oltre le 48 ore? Per soldi? Per ostentazione di bravura? Perché ve lo chiedono e non avete il coraggio di dire di no?

Eppure dovreste sapere benissimo – come sa bene chiunque abbia una pur minima cognizione della scienza meteorologica – la regola ineluttabile in tal senso: il bollettino meteorologico nelle 24 ore è una previsione, nelle 48 ore è una mera supposizione, oltre le 48 ore è pura divinazione. Oltre ancora si è ormai nella fantascienza. Perché dunque diffondere bollettini che nella gran parte dei casi – ovvero ogni qual volta la situazione del tempo atmosferica non sia manifestamente stabile, come nel caso degli anticicloni di blocco invernali, ad esempio – si rivelano errati o quanto meno assai imprecisi? Che senso ha? Non capite che ne va della vostra credibilità e, dunque, della serietà prima menzionata?

Pensateci, sul serio. Già la meteorologia, scienza bellissima e affascinante, è diventata una specie di teatrino dell’assurdo, con i troppi parvenu che pretendono di maneggiarla diffondendo previsioni che, se tirassero a indovinare, le azzeccherebbero ben di più. Se vi mettete pure voi, ad alimentare il degrado meteorologico antiscientifico – e sono certo che non vorreste mai agire in tal senso – tanto vale far da sé e usare una monetina con il Sole su un lato e le gocce di pioggia dall’altro, tirarla e comportarsi di conseguenza. Ribadisco, la probabilità previsionale non ne verrebbe affatto diminuita, anzi, per giunta con gran risparmio di modelli matematici, satelliti, supercomputer e quant’altro. Tutti strumenti basati sulla logica, d’altro canto, cioè su qualcosa di completamente antitetico all’incidentale casualità che traspare dai vostri bollettini.

Ecco, questo è quanto.
Ringraziando per l’attenzione che riporrete nella presente, porgo niente affatto prevedibili (visto quanto asserito) saluti cordiali.

Dire cose ai microfoni

Sapete quando vi capita sotto mano una cosa che avete scritto qualche anno fa, la rileggete e vi pare che l’abbiate scritta oggi, ovvero sembra adattissima a qualcosa che oggi sta accadendo e si sta palesando? Ecco. Ma sappiate che, salvo rari casi, non siete tanto bravi voi – io no, almeno – quanto è nella realtà che c’è qualcosa che s’è inceppato o che va storto.
Ad esempio, l’articolo qui sotto lo scrissi più di quattro anni fa e, riguardo il tanto (troppo) blaterare che molti praticano da quando è iniziata l’emergenza coronavirus (clic), mi pare del tutto consono. Già.

microphonesNo, be’, vorrei veramente capire.
Un po’ come la questione su che sia nata prima la gallina o l’uovo, sapete…
Ecco, vorrei capire se certi intellettuali (o pseudo-tali), titolati e/o sedicenti esperti, apprezzati opinionisti, personaggi consumati, uomini di mondo – per non parlare dei politici, certo – proferiscono sovente palesi e sconcertanti scempiaggini perché si ritrovano davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano che la richiedono e non sapendo che dire dicono la prima cosa che passa loro per la mente senza prima farla passare da un qualche sistema di controllo cerebrale (anche per non deludere il relativo interlocutore mediatico, che se non gli si dice qualcosa di “forte” potrebbe rimanere scontento, e con lui i suoi editori), oppure se siffatti tizi proferiscono certe scempiaggini perché proprio le pensano, elaborano, meditano e ne sono così convinti e fieri da non perdere occasione di renderle pubbliche ogni qualvolta si ritrovino davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano i quali ne divengono gli amplificatori, certi che i telespettatori, ascoltatori, lettori non ne saranno delusi.
Senza contare la visibilità mediatica che da entrambe le circostanze deriva, solitamente assai ambita dall’ego (quasi mai ipotrofico) delle suddette figure col microfono davanti.

Ecco, visto la notevole frequenza con cui tali casi si manifestano, siano l’uno o l’altra cosa, mi piacerebbe proprio capirlo.

Egovirus

[Henri Poincaré, foto tratta da “Popular Science Monthly”, vol.82. Pubblico dominio, fonte: qui.]
Il professor Mario Capizzi, docente accademico e fisico di chiara fama, ha pubblicato sulla propria pagina facebook – lo scorso 2 giugno – alcune riflessioni che trovo ottime nel descrivere certe situazioni venutesi a creare – anzi, che sono state generate a seguito dell’emergenza per il coronavirus, e che a mia volta, pur da un punto di vista differente e assai meno prestigioso, ho riscontrato. Punto di vista, il mio, che potrei riassumere in modi assai spicci così, prendendo a prestito un noto proverbio: chi non sa tacere, non sa parlare. Ovvero, non sa dire cose importanti, ma dice tanto per dire e mettersi in mostra, quando invece il silenzio, almeno finché non c’è qualcosa di importante da dire, sarebbe molto meglio. E lo dico da scientista, per la cronaca.
Poi, certo, si tratta di un circolo per nulla virtuoso che i media s’impegnano assai a far girare in modo così pericolosamente vorticoso (clic), ma da certe figure di cultura evidente ci si dovrebbe aspettare una maggior attenzione e sagacia, quanto meno. Ecco.

In ogni caso, la parola al professor Capizzi:

In questi tempi in cui epidemiologi e virologi di più o meno chiara fama si affannano a sostenere le tesi più disparate su qualsiasi mezzo di comunicazione che permetta di soddisfare il loro ego e desiderio di visibilità e fama, non posso non ricordare una citazione di Henri Poincarè: “Dubitare di tutto, o credere a tutto, sono due soluzioni altrettanto comode, che ci dispensano entrambe dal riflettere.” Ricordo la fine degli anni 80 del secolo scorso quando la scoperta dei superconduttori ad alta temperatura critica aveva spinto chimici e fisici ad abbandonare quanto stavano facendo, più o meno bene, per rincorrere il treno in corsa cercando di salirci prima che avesse preso troppa velocità. Ne conseguirono una marea di articoli, una grandissima parte degni di oblio, e una corsa a enunciare la propria Verità su giornali e radio pubbliche e private prima che su riviste e congressi scientifici. Infatti, allora come ora, era molto più facile fare osservazioni e dichiarazioni senza contraddittorio, piuttosto che su riviste scientifiche soggette a “peer review” o a congressi scientifici di fronte a sostenitori di tesi diverse. Ricordo poi un’altra citazione di Henri Poincarè “La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa” solo per far notare che attualmente i dati stessi sul Covid sono incerti, presi con metodiche non omogenee, quando non ignote, in disaccordo spesso fra loro. Pertanto fare dichiarazioni pubbliche in questo campo è spesso solo un modo per cercare una facile ma effimera pubblicità, nel migliore dei casi, non certo per contribuire a una divulgazione scientifica basata su una ricerca che si dovrebbe supporre essere almeno seria.

Se la cultura deve far solo “divertire”

[Foto di Alexas_Fotos da Pixabay]

Come in occasione della scomparsa di Germano Celant, anche l’infelice frase che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato la sera del 13 maggio scorso durante la presentazione del Decreto Rilancio ha suscitato scalpore e indignazione nel mondo dell’arte. “La cultura, non dimentichiamo questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare…”: queste le ‒ ormai famigerate – espressioni incriminate.
Ma, esattamente come nel caso precedente – il peso quasi nullo sui media nazionali della scomparsa del più famoso critico e curatore italiano – anche questo nuovo episodio non avrebbe forse dovuto scatenare una reazione del genere. […] Invece che scaldarci e scandalizzarci, avremmo dovuto piuttosto ringraziare Giuseppe Conte perché, con una semplice frase ci ha illustrato la concezione che governo e classe dirigente hanno – e non da oggi – di arte e cultura.
Qualcosa cioè che rassicura, che facilita l’evasione, che intrattiene; che non pone problemi, che smussa le contraddizioni e i conflitti – invece che farli emergere e deflagrare. Certamente non un disturbo, o una critica. Qualcosa che, appunto, con simpatia e positività, “diverte e appassiona”. In effetti, è un ritratto fedelissimo di ciò che, da anni e decenni, è considerata la produzione artistica e culturale in Italia. […]

Christian Caliandro, sempre interessante e illuminante, qui in un brano del suo articolo L’arte rotta (XVIII). La fatica del cambiamento su “Artribune” lo scorso 18 maggio; cliccate sull’immagine in testa al post per leggere il testo nella sua interezza.
Dunque… quanto tempo è passato dalla volta che quel tizio disse «con la cultura non si mangia»? Una decina, circa. Ecco, siamo sempre lì, fermi sul quel principio di ribrezzo verso la cultura, perché in ItaGlia le tradizioni vanno sempre salvaguardate, no? Cambiano i governi, cambiano gli schieramenti, gli uomini, le idee e le ideologie (all’apparenza) ma, appunto, certi princìpi fondamentali restano ben saldi. E guai a toccarli, sia chiaro: mica che il paese rischi di non far più ridere e divertire le altre nazioni come accade ormai da parecchi lustri, eh!

Minneapolis, America

[Immagine tratta da Agi.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Riguardo i fatti di Minneapolis, leggo molti che da posizioni più o meno autorevoli, prevedibilmente, mettono in capo all’attuale Presidente degli USA la maggior colpa dell’accaduto. Se ciò è comprensibile e per certi aspetti sostenibile, non si può non denotare che Donald Trump, a ben vedere, è a sua volta un effetto e un prodotto di quella società americana talmente degradata da aver reso cronicamente irrisolto un problema terribile come quello dell’odio razziale intersociale. Di sicuro un personaggio del genere con tutto il suo corollario di idee, parole, atteggiamenti e azioni, divenuto massima istituzione e simbolo degli Stati Uniti, è inesorabilmente un elemento divisivo e disgregante per una società fortemente polarizzata, per sua buona parte, su simbolismi artificiosamente forti e fortemente imposti (molto poco culturali, peraltro) ma che, in realtà, è posta fin dalle sue origini in eterno equilibrio su un filo sospeso sopra il caos. Un caos che, come per tentare una sorta di esorcismo sperabilmente salvifico al suo interno, l’America prova a togliersi dai piedi e esporta da sempre all’esterno dei propri confini, ad esempio con le continue guerre combattute un po’ ovunque sul pianeta. Almeno, un tempo, controbilanciava tale sua aggressività politico-bellica costruendo pure quel notevole “gadget di marketing immateriale” conosciuto come The American Dream, il “sogno americano”, il quale è ormai svanito da tempo ovvero imploso su se stesso crollando sulla propria effettiva vuotezza interna, al punto che oggi l’America non si affanna nemmeno più tanto a nascondere in qualche modo i suoi lati peggiori. Perché un paese che ha saputo portare l’uomo sulla Luna ma di contro non sa difendere i propri cittadini solo perché “diversi” dall’immaginario etnico del suo establishment, anzi, li mantiene in costante pericolo di vita e sovente gliela toglie pure in modi barbari, è un paese con grossi problemi non solo sociali e culturali ma pure – forse soprattutto – psicologici.

In ogni caso, per tornare ai fatti di Minneapolis, tali episodi non sono mancati nemmeno durante le amministrazioni Obama – ennesimo prodotto sociale americano per i motivi che si possono “trovare” sull’altra faccia della stessa medaglia, contrapposta a dove sta la faccia di Trump (vedi sopra), e che a sua volta non ha saputo granché risolvere la questione razziale latente nel paese. Ma, forse, perché in fondo è una questione non risolvibile in quanto congenita, almeno in una parte della società americana, costruita anche su quelle tensioni etniche continuamente coltivate dacché funzionali alla salvaguardia di una certa dimensione socioculturale tanto degradata quanto affine al modus vivendi del paese.

Per estirpare le motivazioni profonde alla base di questa situazione sociale ci sarebbe bisogno di un lavoro culturale plurigenerazionale che, temo, nessuno ha le reali possibilità e i sufficienti interessi di portare avanti se non accettando la possibilità di subire la stessa sorte dei vari Martin Luther King, Malcolm X e di altri personaggi dalle simili vicende umane – un’accettazione impossibile, per chi sia parte delle istituzioni, nemmeno in un paese apparentemente più avanzato come gli USA e pur con le migliori intenzioni per il cambiamento dello status quo. Anzi, è un lavoro culturale, quello appena citato, che semmai qualcuno nelle stesse istituzioni (e non pochi) ha solo l’interesse di ostacolare, impedire, evitare il più possibile. D’altro canto certi poteri – in primis quelli basati su atteggiamenti populisti – abbisognano del degrado e del caos sociale per proliferare al meglio, è la condizione ideale ai fini del loro sempre maggiore consolidamento e della salvaguardia delle posizioni acquisite. Sono esattamente come virus, che risultano assai più letali negli organismi già malati o debilitati che contribuiscono a far deperire sempre di più fino ad una pressoché certa morte, mentre in organismi sani o dotati di adeguate difese immunitarie avrebbero vita ben più dura o ne verrebbero debellati.

Il problema, insomma, non è che una figura come Trump in una società degradata come quella americana “provoca” fatti di questa gravità, semmai che una società come quella americana così degradata da implicare fatti di tale gravità non possa che agevolare una figura come Trump al suo comando. Ecco.

E, sia chiaro, non è affatto solo un problema dell’America.