Proprio lei, giuro. La pittoresca ex Ministra del Turismo che in quanto tale tutti ricordiamo per i disastri combinati alla guida del dicastero, imprenditrice pluri-indagata per numerosi gravi illeciti finanziari, dimessasi dal Governo in carica a furor del suo stesso popolo politico che non sapeva più come disfarsene, è ricomparsa vispa e giuliva a Milano a dissertare (volevo scrivere sproloquiare ma, come vedete, sono stato cortese) di montagne e turismo alla recente assemblea dell’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, accanto (tra gli altri) alla meno pittoresca ma per molti versi più inquietante Presidente (delle cui suggestive trovate ho di nuovo scritto proprio ieri), e pure a quell’altro Ministro, lui ancora in carica, sempre convinto di aver fatto una grande “Legge sulla Montagna” i cui effetti positivi si stanno vedendo forse nel metaverso, perché nella realtà ordinaria al momento no.
Dunque ricompare come nulla fosse accaduto, la senatrice Santanchè, e dal palco ANEF – allestito nell’ambito del “Milano Mountain Show”, un evento che più strumentalizzato (dall’industria dello sci) non si può, il quale «porta la montagna nel cuore della città» probabilmente per (ri)portare poi la città nel cuore delle montagne, visto ciò che propone: legittimamente, sia chiaro, visti i suoi patrocinatori, ma a questo punto sarebbe utile sapere di che «mountain show» stiamo parlando – dicevo, la Santanchè, dal palco ANEF, rimarca di aver (parole sue) «ribadito l’importanza di creare un sistema montagna. Imprenditori e istituzioni uniti con l’obiettivo di far vivere 12 mesi l’anno questi territori, dalle Alpi agli Appennini.»
Pensieri proprio originalissimi, eh!
Nei quali al solito le comunità di montagna, con i loro bisogni e le criticità crescenti che devono quotidianamente affrontare, risultano non pervenute. Ma tu guarda che strano!
E io mi chiedo se veramente il pubblico presente l’abbia applaudita, al suo ingresso in platea e alla fine del discorso proferito, e se proprio nessuno-nessuno di quelli in sala si sia chiesto non tanto cosa ci facesse lì – liberissima di esserci e di esprimere il proprio pensiero, ovviamente – ma in base a quale ordinario buon senso. Me lo auguro, che qualcuno dei presenti abbia saputo conservare e manifestare un tal minimo sindacale di dignità.
Fatto sta che tale recente circostanza milanese prova in modo chiaro almeno due cose: una, la qualitàdell’attuale dirigenza ANEFche evidentemente affida la propria visione della montagna a siffatte ideologhe (e pari ideologi) – quella visione che poi si rileva di frequente nelle dichiarazioni pubbliche dei vertici ANEF, che raggiungono livelli di opinabilità da Guinness World Record; l’altra, purtroppo, la fine inesorabilmente infausta che farà l’industria dello sci pervicacemente legata ad un mondo politico che produce personaggi e idee di tal risma sulla montagna e sul suo futuro, alle spalle delle comunità che la abitano e nell’indifferenza riguardo la realtà effettiva delle cose.
Le quali, è bene ricordarlo ai suddetti, non tutte sono assoggettate alla monocultura industriale dello sci e sovente vorrebbero svincolarsene, vista la realtà climatica, ambientale e economica in divenire che rende già segnata la sorte di buona parte delle località sciistiche italiane. Purtroppo, ribadisco, perché è una situazione che coinvolge tutti e tutti insieme dovremmo affrontare: innanzi tutto cambiando finalmente certe idee e visioni che invece ancora si vogliono imporre a forza ai territori montani per meri interessi di parte, in forza di una ostinazione deleteria per chiunque. Anche perché la montagna è già altrove, con buona pace (pure) della senatrice Santanchè e delle sue celebri mise da montagna invernale come quella sotto rimembrata (con la costante solidarietà al povero cane).
[Ho già commentato i contenuti di questo articolo, e le dichiarazioni della Presidente ANEF, qui.]Posto che si tratta di una stupidaggine sesquipedale che loro stessi sanno essere falsa, come già dimostra quel «forse», proferita da chi evidentemente non ha argomenti migliori per cercare di difendere i propri interessi (legittimi peraltro, fino a che non diventino dannosi per i territori coinvolti e deleteri per le loro comunità), nelle affermazioni di questo genere risultano sconcertanti, e non di meno inquietanti, la citata semplificazione estrema, la banalizzazione degli argomenti e dei contesti, anzi, l’assenza totale del senso dei contesti, l’evidente tentativo di polarizzazione delle posizioni perché quando non si hanno argomenti validi da sostenere si ha bisogno di un nemico da attaccare – proprio come fa la miserevole politica contemporanea. Il tutto sulla “pelle” delle montagne, totalmente assenti (fateci caso) nelle affermazioni suddette se non attraverso trite e ritrite frasi fatte nonché concepite unicamente come spazi invariabilmente da sfruttare e dai quali ricavare tornaconti, e parimenti con l’assenza delle comunità, che devono solochinare il capo e assoggettarsi ai progetti imposti da chi verso di esse probabilmente si crede superiore, dunque indiscutibile e meritorio della più ampia gratitudine.
In verità non serve dire che di progetti e iniziative di sviluppo e sostegno di una frequentazione turistica delle montagne ben più consapevole, responsabile e ambientalmente sostenibile di quella proposta dai soggetti sopra citati ce ne sono a centinaia, altro che montagne abbandonate dove non va nessuno! Dai Villaggi degli alpinisti – Bergsteigerdörfer ai Villaggi Montani Certificati del CAI, agli innumerevoli progetti di rigenerazione territoriale sviluppati nelle Alpi e in Appennino, alla “Carovana dell’Accoglienza Montana”, parte della “Carovana delle Alpi” di Legambiente, che per di più si è data l’obiettivo di misurare il “Valore Aggiunto Comunitario” generato dal turismo sostenibile. Cioè quello che, tutelando fattivamente i territori, sostiene realmente le comunità valorizzando in modo veramente benefico la montagna, contro chi invece la vuole solo “mettere a valore” (l’accezione con la quale quelli utilizzano così spesso il termine «valorizzazione») piazzando funivie e infrastrutture d’ogni sorta per appicciargli un prezzo e venderla sul mercato turistico, esattamente come una località balneare o un parco divertimenti. Perché «Se non avessimo gli impianti, l’alta quota resterebbe a uso esclusivo di chi può raggiungerla con le proprie gambe» (sempre parole – deliranti, dal mio punto di vista – della Presidente di ANEF). Eh già, perché in montagna mica ci si può andare a piedi, quando mai! A questo punto riempiamo il mare di piattaforme galleggianti e passerelle pedonali, sennò resta a uso esclusivo di chi sa nuotare!
[In questa rappresentazione generata con l’AI, ecco come forse certi soggetti preferirebbero trasformare il Vallone delle Cime Bianche nonostante sia uno degli ultimi territori privi di turistificazioni in Valle d’Aosta e le rigide norme di tutela ambientale che in forza di ciò lo proteggono, nel quale peraltro ci vanno molti escursionisti appassionati, siano essi ambientalisti o no. Quale delle due versioni preferite voi?Be’, inesorabilmente la pochezza di pensiero prima o poi finisce per cadere nel ridicolo: bisogna ammettere che certi soggetti sanno benissimo minare la propria credibilità da soli, senza bisogno di aiuti esterni. E a pensare che costoro hanno in mano una certa parte delle sorti delle montagne un po’ di brividi vengono! Di contro la suddetta pochezza di pensiero delinea pure, da un lato, la grande debolezza generale delle azioni che ne derivano (da me a da altri già dimostrata con dati oggettivi varie volte), e dall’altro lato la certezza che la sua manifestazione mediatica non identifica affatto tutti gli operatori turistici, i quali poi, spentasi l’eco di quella propaganda strumentale, si ritrovano a sostenere le innumerevoli crescenti criticità che il turismo montano oggi presenta, e non solo nella stagione invernale.
Fatto sta che qui, palesemente, l’unico territorio vuoto e abbandonato è quello del buon senso, della decenza, del rispetto verso le montagne, del senso del limite e della misura, e non certo dagli “ambientalisti” (chi sono costoro, poi? Ne ho scritto qui) ma dai soggetti che in forza dei propri interessi pretendono di spadroneggiare economicamente (e non solo) i territori montani, insieme ai loro sodali pubblici e privati. Peccato, perché se tali soggetti fossero ben più sensati e responsabili nelle proprie idee e nelle azioni messe in atto, chiunque ne ricaverebbe benefici concreti: loro stessi, le montagne, le comunità, gli ambientalisti, i turisti e i gitanti. Invece, un atteggiamento così bieco e gretto, ampiamente basato su superficialità e falsità, strumentalizzato, polarizzato e funzionale a scopi che nulla hanno a che fare con la realtà delle nostre montagne, genera solo danni a tutti. Inevitabilmente.
[L’Aletschgletscher, il più grande ghiacciaio delle Alpi. Foto di Ernst Bürki su Unsplash.]Con la fine della stagione calda dell’anno, e dunque del periodo di fusione dei ghiacci sulle nostre Alpi, arrivano puntuali i vari report su come siano andate le cose per i ghiacciai e sul loro stato. Inutile rimarcare che, dopo l’estate rovente appena conclusa, la situazione sia «catastrofica», con decine di metri di sviluppo e spessore di ghiaccio persi in poche settimane, milioni di metri cubi fusi, miliardi di litri d’acqua potabile dissipati. Una situazione talmente inquietante e rabbrividente da… scivolare via come nulla fosse, nei discorsi dell’opinione pubblica e nei nostri pensieri: in grado tutt’al più di suscitare qualche attimo di angoscia che rapidamente svanisce per far posto ad altro, nella nostra mente.
In effetti anche quest’anno i report sullo stato dei ghiacciai ribadiscono una situazione che dura da decenni: ormai lo sanno anche i sassi che i ghiacciai stanno fondendo e svanendo dalle nostre montagne. Così, quei report tanto angoscianti quanto ripetitivi sono diventati “normali” ovvero monotoni, al punto che, ritenendoli ovvi e risaputi, ci lasciano sostanzialmente indifferenti, come accade inevitabilmente per qualsiasi cosa detta e ridetta infinite volte: ci entra da un orecchio e ci esce subito dall’altro, con la mente che riesce a trattenere sempre meno del messaggio comunicato e, anche quando lo trattenga, lo consideri ben poco.
Questo è, risaputamente, il grande problema della comunicazione scientifica. In fondo è da più di mezzo secolo che la scienza ci sta mettendo in guardia dai cambiamenti climatici e dalle conseguenze che ne subiremo, ma con il passare del tempo, invece di acquisire sempre più cognizione responsabile sulla questione proporzionalmente alla crescita in quantità e qualità dei dati che ne attestano la realtà, ne siamo sì tanto più consapevoli (si veda l’infografica sottostante) quanto meno consci, attenti, sensibili. Diventa sempre più probabile che la crisi climatica, nel suo divenire, si trasformi in una vera e propria catastrofe ambientale ma noi, pur essendone informati, facciamo sostanzialmente finta di nulla. Certo, ricicliamo la plastica, mettiamo i pannelli solari sui tetti, acquistiamo auto elettriche: ma la nostra mente, il nostro pensiero, il modus vivendi sul quale basiamo la nostra quotidianità sta veramente cambiando per come la scienza, i dati, i report climatici ci chiedono con sempre più insistenza di fare? Siamo in grado, come società, di desiderare veramente la conversione ecologica – per citare Alex Langer – necessaria al contrasto concreto degli effetti del cambiamento climatico? Oppure quei dati scientifici che attestano la gravità della crisi climatica ci inquietano sì per qualche istante ma poi troviamo ancora conveniente ignorarli perché troppo scomodi, troppo angoscianti in una quotidianità che di motivi di angoscia ne offre già fin troppi, perché non vogliamo elaborare la volontà di comprenderli veramente oppure, come detto, perché ormai ci danno noia e parecchio fastidio e poi «tanto non si può fare nulla» o «tanto che ci posso fare io»?
Siamo tutti quanti a bordo di un “Titanic” che si sta avvicinando sempre più al gigantesco iceberg che potrebbe affondarlo, ma continuiamo a ballare e far festa ovvero a pensare ad altro. Almeno sul Titanic – quello vero, partito dal porto di Southampton nell’aprile 1912 – avevano la nebbia come “scusante” per la fine tragica che poi hanno fatto, noi invece l’iceberg lo vediamo benissimo. Ma balliamo e facciamo altro. Magari alla fine l’iceberg devierà e ci risparmierà… magari qualcuno troverà il modo di salvare capra e cavoli e alla fine «andrà tutto bene».
O magari no.
È il grande, grosso, grave problema della comunicazione scientifica, ribadisco. Leggiamo i suoi report, capiamo ciò che riportano ma non li comprendiamo veramente, non ne ricaviamo consapevolezza, conoscenza e cultura. D’altro canto i ghiacciai fondono e spariscono, non avremo più a disposizione il loro fondamentale serbatoio idrico ma, per ora, l’acqua dai rubinetti di casa esce; le temperature continuano a aumentare e d’estate sfiorano ormai i 50° ma possiamo accendere il condizionatore e amen; i fenomeni meteo si fanno sempre più estremi e distruttivi, ma se il lunotto dell’auto viene distrutto da chicchi di grandine grossi come mele ci penserà l’assicurazione, e avanti così.
È una dinamica già nota e denominata, con espressione anglosassone, climate fatigue (in italiano porrebbe essere “stanchezza climatica”; ne ho scritto in altri termini anche qui), cioè una risposta psicologica e sociale molto complessa che si manifesta nell’opinione pubblica quando il flusso costante di informazioni allarmanti sul cambiamento climatico supera la capacità degli individui di elaborarle, assimilarle e agire di conseguenza, generando di contro dissonanza cognitiva, senso di impotenza, apatia, sovente cinismo – quello dei negazionisti in primis, i quali sanno benissimo quale sia la realtà dei fatti ma la negano per una cinica convenienza di parte.
Così, alla fine, il gigantesco iceberg cozza contro il Titanic ma tanto hanno detto e crediamo e siamo convinti che è “inaffondabile”, no? Dunque, cari orchestranti, andate pure avanti a suonare che noi continuiamo a ballare e a divertirci!
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Be’, mi viene da pensare che la scienza, oltre a diffondere con chiarezza e comprensibilità inequivocabili i propri report con tutti i dati possibili e immaginabili su ciò che sta accadendo al clima, dovrebbe diffondere con altrettanta forza comunicativa dei report con dati oggettivi su ciò che riguardo il clima non sta accadendo a noi, alla nostra società, alla nostra (presunta) civiltà, così tecnologicamente avanzata eppure, a volte, così inopinatamente ottusa e cieca. Ma servirebbero pure altri report su quanto invece si sta facendo e sta funzionando contro il cambiamento climatico, e su cosa succede di positivo quando le persone vengono incluse come parti attive nei processi decisionali comunitari, dove l’impatto locale delle azioni collettive diventa visibile e misurabile.
Spesso la persona che vive lontana dalle montagne viene indotta a pensare che se lassù uno o più ghiacciai spariscono, ad essa non possa importare più di tanto, che la sua vita andrà avanti comunque senza troppi problemi. Forse, io credo, a non essere pienamente compresi non sono tanto i dati scientifici, che attestano l’effetto concreto di un fenomeno reale e in divenire come il cambiamento climatico, ma – per così dire – l’effetto dell’effetto: cosa succede, concretamente, se sulle montagne non ci sono più ghiacciai? E dove succede, chi coinvolge e con quali conseguenze pratiche? Viceversa cosa sta funzionando efficacemente per contrastare quegli effetti, e come si può partecipare attivamente a tali “soluzioni”?
[La Konkordiahütte, rifugio posto sopra il ghiacciaio dell’Aletsch, con la lunga scala metallica che oggi bisogna percorrerre per scendere sulla superficie glaciale. In origine il rifugio era posto ai margini del ghiacciaio, oggi la sua superficie è oltre 300 metri più in basso. Foto di Rebecca Cresch/Stefan Gafner tratta da www.sac-cas.ch.]Di sicuro, tornando ad Alex Langer, per rendere veramente desiderabile la conversione ecologica, e dunque per salvaguardare efficacemente il nostro mondo dalle conseguenze della crisi climatica, la prima cosa da fare è pensare quel desiderio, concepirlo, elaborarlo e farne un’idea e un principio. Ci manca la capacità – anzi: dimentichiamo di avere la capacità di saper sviluppare questo desiderio (forse anche perché stiamo via via smarrendo la capacità di pensare, che demandiamo ad altri per conto nostro), un po’ come molti passeggeri che erano a bordo del Titanic non hanno saputo desiderare di voler concludere il loro viaggio sani e salvi – perché sana e salva sarebbe giunta la grande e meravigliosa nave a New York, il porto d’attivo del suo viaggio.
Le inchieste che vennero svolte dopo il naufragio del Titanic stabilirono che la mancanza di preparativi per le emergenze aveva fatto sì che i passeggeri e l’equipaggio del Titanic fossero stati colti alla sprovvista, che l’equipaggio non era stato adeguatamente addestrato, che i tanti avvisi di iceberg ricevuti dalla nave vennero regolarmente sottovalutati, che vennero trascurate anche le richieste di aiuto della nave in difficoltà. Ecco: traslate e contestualizzate questa metafora alla situazione del nostro mondo e di noi che lo abitiamo nei confronti della crisi climatica in atto e converrete che ci sta praticamente a pennello. Con una sola differenza: i passeggeri e l’equipaggio del Titanic furono colti alla sprovvista, noi no. Siamo così annoiati, apatici, insensibili, indaffarati ogni giorno in mille altre cose (ma quante di esse sono veramente utili alla nostra esistenza quotidiana?) da non vedere l’iceberg che ci si staglia davanti sempre più vicino o da osservarlo e pensare che tutto sommato sia anche bello, così luccicante com’è, oppure da negare che ci sia, che sia un miraggio o una falsa prospettiva alla quale solo gli stupidi possono credere.
Il tema delle ciclovie montane, che stanno spuntando un po’ ovunque e sulle montagne lombarde in modo particolare, si fa sempre più emblematico. Alla crescente evidenza dell’invasività di tali tracciati, aperti a colpi di ruspe e bulldozer tra i boschi e su pendii spesso critici, fa il paio l’altrettanto crescente dissenso proprio della comunità dei mountain bikers, che per primi si dicono contrari a ciclovie del genere peraltro pensate per un cicloturismo molto ludico e poco tecnico. In tale situazione, gli amministratori pubblici che promuovono e sostengono le ciclovie sulle proprie montagne, per le quali hanno speso ingenti somme di denaro pubblico, da un lato sono sempre più in difficoltà nei tentativi di giustificare i nuovi tracciati e dall’altro continuano a non fornire risposte sulla questione della manutenzione, non tanto dei tracciati quanto dei versanti coinvolti. Forse perché non ne hanno da dare, così come non hanno essi stessi certezze reali riguardo quelle giustificazioni così traballanti addotte a sostegno di opere sempre più palesemente insostenibili.
Di recente sul tema si è espresso anche il Coordinamento “Difendiamo la Montagna”di Lecco, sulle cui montagne – tra le più frequentate delle Alpi stante la vicinanza con Milano e il suo hinterland – la proliferazione di nuove ciclovie è particolarmente intensa e altrettanto particolarmente insensata. Lo ha fatto con un comunicato chiaro e efficace che vi propongo di seguito – vi ho aggiunto alcune precisazioni per chi non conosce la zona – e alcune immagini eloquenti, il tutto ripreso dagli organi di stampa locali. Il testo è contestualizzato alla situazione delle montagne lecchesi, appunto, ma sono certo che i suoi contenuti sono validi per qualsiasi altro territorio montano sottoposto a simili turistificazioni, che siano cicloviarie o di altra natura.
Spett.le Redazione,
vogliamo tornare sulla questione delle nuove ciclovie montane, in special modo quelle che si stanno realizzano sulle montagne lecchesi in base al progetto della “Transorobica” (itinerario cicloescursionistico in quota sulle montagne tra il lecchese e la bergamasca – n.d.L.): sia perché riteniamo che resti troppo sottovalutata e considerata in modo superficiale, nonostante i numerosi rischi concreti che comporta per i territori che ne restano coinvolti, e sia perché le testimonianze che di continuo raccogliamo sul campo palesano giorno dopo giorno il notevole impatto dei nuovi tracciati e la loro evidente discutibilità, che crediamo non possa sfuggire a nessun frequentatore attento delle nostre montagne.
Osservando ad esempio i lunghi tratti cementati che caratterizzano il nuovo percorso tra Sant’Egidio, sopra Bonacina, e Ballabio (località sui monti sopra la città di Lecco – n.d.L.), non possiamo non chiedere: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «recupero e alla valorizzazione di antiche vie di collegamento»? Del cemento sparso a profusione su terreno naturale tra i boschi dopo aver devastato il precedente storico itinerario escursionistico?
Inoltre, constatando le immagini riprese con un drone e pubblicate dalla pagina Instagram “Valsassina Xplore”, parimenti chiediamo: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «valorizzazione del territorio» e «salvaguardia e tutela dell’ambiente»? Uno sfregio serpeggiante lungo l’intero versante che adduce al Passo del Toro (noto e frequentato punto di passaggio escursionistico – n.d.L.) il quale assomiglia ben più a una vera e propria strada piuttosto che a un itinerario escursionistico, visibile anche a grande distanza, che pure qui ha cancellato il precedente sentiero, certamente bisognoso di manutenzione ma non certo di tale devastazione?
Insieme a queste domande, ne restano aperte molte altre alle quali non ci pare che i promotori delle nuove ciclovie stiano rispondendo: quale modello di turismo viene imposto da queste opere? Quale cultura della frequentazione montana si vuole sostenere? In generale, quale “idea” di montagna vorrebbero comunicare queste opere? Inoltre, la manutenzione di questi tracciati: è stata programmata? Chi se ne sobbarcherà l’onere? Con quali risorse? Quali garanzie autentiche circa i rischi da dissesto idrogeologico sono state contemplate?
Ovviamente, la lista delle “domande spontanee” che sorgono di fronte a tali opere potrebbe essere ben più lunga.
D’altro canto, è assolutamente significativo che tra le voci più critiche verso queste nuove ciclovie ci siano proprio quelle della comunità dei bikers di montagna nella sua stragrande maggioranza e con in prima fila le guide di MTB, che a loro volta hanno più volte rimarcato sulla stampa che nessuno della loro comunità ha mai richiesto tutti questi nuovi tracciati e che la loro realizzazione, per come si è concretizzata, rappresenta non solo un degrado ambientale dei territori montani coinvolti ma anche uno svilimento della pratica cicloescursionistica autentica, che come ogni altra montana si basa su una grande consapevolezza culturale di ciò che è la montagna e sulla conseguente sensibilità nei confronti dell’ambiente e del paesaggio delle Terre alte.
In conclusione, il nostro Coordinamento intende ribadire di nuovo la propria posizione: non sono opere del genere, così tanto impattanti in senso ambientale e paesaggistico e così poco basate sulla cura dei territori coinvolti e sull’interlocuzione con le loro comunità, a poter generare un autentico sviluppo e una valorizzazione virtuosa delle nostre montagne. La loro realizzazione, per come si sta attuando, non può essere accettabile e ammissibile, e l’eventuale esecuzione di nuovi tratti della “Transorobica” va sospesa e per quanto possibile fermata.
Cogliamo l’occasione di invitare tutti i frequentatori delle montagne lecchesi a inviare le immagini fotografiche eventualmente scattate al cospetto delle nuove ciclovie all’indirizzo email del nostro Coordinamento, info@difendiamolamontagna.it.
Come detto, la questione non è affatto da sottovalutare e considerare con troppa leggerezza: è in gioco il destino delle nostre montagne e, per molti versi, anche di noi che le abitiamo e frequentiamo.
[Veduta del nuovo ponte sulla Valvarrone, immagine tratta da https://lecconotizie.com.]Il “Ponte dei Minatori”, il nuovo ponte pedonale sospeso («Il più alto d’Europa!») della Valvarrone, nelle montagne lecchesi, aprirà il 24 ottobre. «Finalmente!» dirà qualcuno, «Purtroppo!» esclamerà qualcun altro.
Io, che ho disapprovato numerose volte l’opera in base ai motivi il più possibile obiettivi e articolati (non li sto a ripetere nuovamente: li trovate nel blog, qui), non dico ne l’una ne l’altra cosa: ormai il ponte aprirà, tocca solo vedere che succede. Tuttavia, resto fermamente convinto che, conoscendo bene il territorio e le sue specificità, il nuovo ponte rappresenti – l’ho già detto, lo ribadisco – il classico elefante nella cristalleria, e che una valle assolutamente peculiare e profondamente affascinante (nelle sue notevoli virtù così come nelle sue emblematiche criticità) ha e avrà bisogno di ben altro per costruire un futuro realmente proficuo e duraturo alla sua comunità. Che di contro la nuova attrazione sottopone a un rischio che, appunto, un territorio come la Valvarrone temo (e mi auguro di sbagliare) non riesca e non possa reggere completamente.
Non voglio affatto rappresentare il solito uccello del malaugurio: come detto, mi auguro vivamente che le mie disapprovazioni non trovino conferma nel tempo. Parimenti, pur contestandone nel caso specifico l’operato, apprezzo l’impegno che di recente il Sindaco di Valvarrone ha messo nell’interloquire con la comunità locale riguardo l’opera, anche se lo ha fatto quando ormai i giochi erano fatti. D’altro canto il ponte è finanziato con capitali privati, seppur ciò non significa che un privato possa fare tutto ciò che vuole in un territorio pubblico per giunta di elevato valore paesaggistico e culturale: ma, ahinoi, in questo nostro paese ciò accade spesso.
[Il ponte quasi ultimato, immagine tratta da www.leccoonline.com.]Apprezzo pure che il Sindaco si dimostri conscio delle varie criticità che un’opera così grande genera in un territorio-cristalleria come la Valvarrone, per molti aspetti delicato e fragile. Di contro non apprezzo che, riguardo le suddette criticità, abbia dichiarato: «Prima ottimizziamo quello che c’è e poi valuteremo i flussi». Il che equivale – per usare l’esempio citato – a far entrare l’elefante nella cristalleria, consapevole del rischio che ciò comporta e per questo “ottimizzando” per quanto possibile gli spazi, per poi “valutare” se è stato sufficiente: e se non lo fosse? Se l’elefante prendesse a fracassare i cristalli, che si fa? Io temo che piazzare il ponte pedonale sospeso “più alto d’Europa” in un piccolo centro abitato da poche decine di abitanti di un comune che ne ha in tutto solo 500 e con risapute difficoltà logistiche e viabilistiche, esponga la valle e la sua comunità ad un rischio eccessivo di vedersi fracassati molti dei propri “cristalli” senza per giunta avere la possibilità di ripararli o sostituirli, e senza ricevere di contro dei benefici immediati e concreti con i quali bilanciare realmente quel rischio.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Infine, resto fermamente convinto che attrazioni prettamente turistiche e ludico-ricreative come queste richiamino un pubblico assolutamente libero di visitare il ponte e divertirsi quanto e come vuole ma che per sua gran parte non sia quello di cui la Valvarrone, in forza di ciò che è e sa offrire, ha bisogno. E al contempo temo che l’altro pubblico che per vari motivi risulterebbe il più proficuo per il territorio e la sua comunità, in ottica di frequentazione turistica ma non solo per quella e di sviluppo socio-economico locale nel lungo termine, deciderà di stare lontano dalla valle. Oppure che ci andrà, pregando innanzi tutto di non restare bloccato nel traffico dei turisti-pontieri lungo le tortuose strade valvarronesi ma che poi si guarderà bene dal transitare sul ponte, preferendo invece l’esplorazione delle bellissime vie rurali della zona, sia verso la zona mineraria che verso le località in quota sul più solivo versante tra il Monte Legnone e il Legnoncino. Sarebbe comunque un bel risultato per la valle, e sicuramente pessimo per il ponte.
Quindi, da parte mia, nell’imminenza dell’apertura del ponte, non esclamo né «Finalmente!», né «Purtroppo!» e nemmeno penserò di dire tra un po’ «Ve l’avevo detto!». Continuerò invece a frequentare la Valvarrone (l’ho pure descritta in un libro, d’altronde) e continuerò a pensare per essa a un altro modello di “montagna”, di residenza stanziale, di frequentazione turistica, di sviluppo organico locale, di economia, di socialità, di valore comunitario, di cultura. Di futuro, insomma.