Un cambio di paradigma per la cultura di montagna

Occupandomi (nel mio piccolo e per quanto possibile) di cultura di montagna, e avendo dunque lo sguardo costantemente attento sui rumors pubblici provenienti da tale ambito ma pure sui sentori che vi aleggiano in modo più o meno determinato oppure sussurrato, vorrei qui sottoporre agli altri soggetti che come me si occupano del tema suddetto una riflessione interrogativa che da qualche tempo mi frulla in testa: non siamo ormai giunti nel momento in cui, per il bene e lo sviluppo futuro della cultura alpina e delle Terre Alte in genere, da questo ambito debba essere definitivamente svincolata la pratica alpinistica, da considerarsi in tutto e per tutto come un’attività sportiva sostanzialmente priva, nelle forme in cui è praticata oggi, di qualsiasi matrice culturale?

Attenzione, lo dico da subito: non è una critica a come oggi vengano alpinisticamente frequentate le montagne – una pratica, quella dell’alpinismo, che vive fin dalla sua nascita della propria naturale libertà d’azione e che dunque chiunque può liberamente interpretare per salire come preferisce sui monti, su questo non ci piove.

Semmai, è una questione – per così dire – di sensibilità d’interpretazione di essa, e di scopo concreto per la quale venga praticata, fermo restando l’aspetto ricreativo (in modo anche “sommo”) che generalmente la può contraddistinguere. Penso al primo articolo dello Statuto della principale associazione di montagna nazionale, il CAI[1], nel quale più di 150 anni fa si sancì che il Club

ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

legando così a doppio filo la pratica alpinistica al contesto culturale che, allora risultava primario nella sua manifestazione: come attività di esplorazione e “conquista” del territorio alpino (prendo le Alpi come esempio e modello, ma il discorso non ha limiti geografici), come antropizzazione e conseguente territorializzazione di esso e come creazione dell’immaginario comune con i relativi simbolismi, quale elemento fondamentale nella genesi della frequentazione turistica delle Alpi, di diffusione delle culture, dei saperi, delle usanze e delle tradizioni che gli alpinisti conoscevano durante i loro vagabondaggi montani così come, al contrario, di importazione nei territori alpini di modelli culturali “alieni” che, sovente, hanno poi modificato o sostituito quelli autoctoni.

Ecco, ora io mi chiedo e chiedo ai citati soggetti: in tema di cultura di montagna vale ancora, tutto ciò? Io credo di no. Lo credo perché mi sembra che la pratica alpinistica sia diventata sempre più una branca del turismo montano, o che di esso abbia assunto molte delle sue caratteristiche, per giunta assumendo pure peculiarità di carattere meramente sportivo-prestazionale o comunque ricreativo mainstream (passatemi la parolaccia inglese), che hanno sostanzialmente disgiunto l’atto contemporaneo del salire sui monti da una relazione di matrice culturale coi monti stessi: appunto ciò che in molti casi ha comportato la frequentazione turistica delle Terre Alte nei tempi recenti, molto più legata al marketing, ai servizi, agli aspetti ludici anziché agli elementi culturali del territorio nel quale si manifesta.

Posto che – inutile rimarcarlo – come in ogni cosa nemmeno qui si possa fare di tutta l’erba un fascio, ma pure che le eccezioni mi sembrano obiettivamente piuttosto rare (e sovente limitate al semplice “sfioro” con l’ambito culturale, quasi mai propositrici e generatrici di nuova cultura o, quanto meno, di un’attenzione approfondita verso di essa) mi chiedo se, ribadisco, per far sì che la cultura di montagna possa continuare a svilupparsi quale massima e più virtuosa manifestazione relazionale nei confronti del territorio da cui scaturisce – che sia per esso qualcosa di utile e proficuo, insomma – d’ora in poi si debba considerare l’alpinismo come uno sport ponendolo su un binario parallelo rispetto a quello culturale, solo raramente convergente (ma più attraverso degli scambi, funzionali a ciò, non tramite una fusione dei due binari). In questo modo la cultura, svincolata dal gesto prestazionale, diventerebbe (tornerebbe a essere) l’elemento espressivo fondamentale delle montagne e delle loro genti, e non più un elemento accessorio alla fruizione meramente ludico-sportiva di esse.

In soldoni, considerando che al grande pubblico poco o nulla potrebbe interessare di tale riflessione ma per l’ambito della montagna rappresenterebbe un cambio di paradigma fondamentale, questa scissione comporterebbe ad esempio una revisione storica della pratica alpinistica con un nuovo atteggiamento (di concetto e di azione) verso di essa, un’indipendenza concreta dei due ambiti – sui media[2] o negli eventi pubblici, ad esempio – con un conseguente nuovo linguaggio interpretativo, la possibilità per entrambi gli ambiti di ampliarsi verso ulteriori elementi pertinenti ma senza reciproche confusioni, il diritto e dovere di entrambi di aggiornare la propria relazione con il territorio montano, focalizzandola meglio alle reciproche peculiarità, alle visioni, agli scopi, agli obiettivi, e così via. Il tutto, ovviamente, mantenendo un dialogo “geograficamente” naturale (si è sempre “in montagna”, alla fine dei conti) che possa risultare a entrambi culturalmente costruttivo, in modo materiale e immateriale.

Ovvero il tutto – dal punto di vista opposto – per evitare che questi due ambiti oggi così distinti e non di rado contrastanti, con l’uno che avversa e soffoca l’altro e viceversa, finiscano non solo per danneggiarsi a vicenda ma, soprattutto, per danneggiare le montagne in generale.

Insomma, per riassumere e concludere: un tempo l’alpinismo era anche una pratica culturale, a volte senza che gli alpinisti se ne rendessero conto; oggi quando si pratica alpinismo si fa quasi sempre sport, in un modo che risulta sostanzialmente disgiunto dagli aspetti culturali delle montagne salite. È una contraddizione francamente poco sensata, ormai, e in quanto tale forse perniciosa per il futuro delle Terre Alte, ergo da meditare nei suoi aspetti concreti e probabilmente ripensare.

Ecco. E chiedo venia per aver molto drasticamente riassunta la questione, così da non rubare troppo spazio e tempo.

Qualsiasi osservazione d’ogni sorta che chiunque vorrà manifestare al riguardo sarà naturalmente ben gradita.

* * *

Note:

[1] Che peraltro già da qualche tempo, almeno come indirizzo e modus operandi centrali, ha riacceso le luci sugli aspetti culturali dell’andar per monti, in verità poi poco seguito dalle sue sezioni locali.

[2] Per fare un esempio concreto, le riviste che occupandosi di montagna mettono fianco a fianco recit d’ascension con articoli di natura culturale: è un “andare in coppia” che funziona ancora, oppure è un “pestarsi i piedi” l’un l’altro, perdendo alla fine entrambi i pubblici potenzialmente interessati?

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La scuola colabrodo e le travi negli occhi del paese

Già vi raccontavo qui delle sensazioni cupe che purtroppo provo ogni volta che rientro in Italia da un viaggio all’estero. Quest’anno, se possibile, tali sensazioni si sono manifestate vivide come non mai, dopo un viaggio lungo e intenso in un paese (la Svezia) alquanto più avanzato del nostro sotto ogni punto di vista o quasi – e certamente in quegli aspetti che determinano il livello sociale e culturale di un paese. Si è rafforzata la drammatica convinzione che ho ormai da molto tempo: l’Italia è un paese istituzionalmente e politicamente esanime, mentre socialmente, civilmente e culturalmente è molto ammalato: si regge in piedi grazie a un comparto industriale tutto sommato ancora sano (ma il tanto osannato e sovente illusorio  “made in Italy” non c’entra nulla, sia chiaro) che riesce a garantire un certo “benessere” economico diffuso, e grazie al fascino incredibilmente vivido, nonostante tutto, che all’estero subiscono riguardo il nostro Bel Paese e le sue bellezze – lo constato sempre, questo, in ogni paese nel quale mi rechi. Di contro, e proprio in conseguenza di quanto ho appena scritto, l’Italia avrebbe bell’e pronta in sé una delle più efficaci “medicine” per guarire quanto meno il suo “organismo” sociale, civile e culturale, ed è proprio la cultura: quella che sgorga ovunque copiosa dal suo insuperabile patrimonio artistico, materiale e immateriale, che potrebbe facilmente diventare la prima voce di crescita del PIL, che potrebbe trainare dietro a sé l’intero comparto produttivo nazionale e che renderebbe l’immagine dell’Italia una delle più luminose in assoluto sul pianeta, ben più e ben oltre il mero fascino “resiliente” che si può riscontrare all’estero, legato più a luoghi comuni “turistici” che ad altro.

Malauguratamente (e si ponga in tale termine la connotazione più negativa possibile), l’Italia questa medicina bell’e pronta e tanto efficace non la considera proprio, anzi: spesso e volentieri la aborrisce e rifiuta. Ci si può rendere conto di ciò da tanti aspetti (non solo quelli politici) ai quali se ne aggiunge uno per quanto possibile ancor più grave, che un dossier di Tuttoscuola – la più accreditata testata specializzata nel settore scolastico – significativamente intitolato La scuola colabrodo mette in evidenza in tutta la sua tragicità: l’abbandono della formazione scolastica di base da parte di un numero sempre maggiore di giovani. Il dossier evidenzia che

“Dal 1995 a oggi 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato la scuola statale, su oltre 11 milioni iscritti alle superiori (-30,6%). Ragazzi e ragazze spariti dai radar della scuola, che sotto questo aspetto ricorda le famigerate performance della rete idrica italiana, che perde nel nulla il 35% dell’acqua. Un colabrodo. Il costo è enorme: 55 miliardi di euro. E l’emorragia continua: almeno 130 mila adolescenti che iniziano le superiori non arriveranno al diploma. Irrobustiranno la statistica dei 2 italiani su 5 che non hanno un titolo di studio superiore alla licenza media e di un giovane su 4 che non studia e non lavora.
E l’istruzione superiore? Tra chi si diploma e si iscrive all’università, uno su due non ce la fa. Complessivamente su 100 iscritti alle superiori solo 18 si laureano. Ma poi un quarto dei laureati va a lavorare all’estero… E il 38% dei diplomati e laureati che restano non trovano un lavoro corrispondente al livello degli studi che hanno fatto. Un disastro.

Un “disastro” sul serio o, come scrive l’Espresso riprendendo il dossier di Tuttoscuola, un’autentica catastrofe culturale. Che in soldoni, al di là di tutte le considerazioni possibili al riguardo riportate dai media, significa imbarbarimento. Che a sua volta significa solo un’altra cosa: morte civile e sociale. Perché una società sempre più composta da ignoranti, illetterati e inetti (con tutto il rispetto, ma tant’è), privi delle più essenziali nozioni culturali – quelle che stanno alla base della società stessa a cui si appartiene e che la reggono in piedi – è inevitabilmente destinata al degrado, al caos, alla rovina.

Eppure, nonostante tutto ciò ovvero nonostante gravi questioni non certo nuove ma vecchie di decenni e sempre più gravi dacché ignorate e irrisolte (il che prova la morte politica e istituzionale del paese), l’Italia continua a guardare altrove, a perdere tempo, energie e dignità in falsi problemi, funzionali al sistema di potere e alla sua preservazione ma totalmente avulsi dalla realtà effettiva delle cose – ovvero alla consistenza culturale della realtà, per questo ugualmente incompresa ovvero ignorata, vedi sopra. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” dice quella nota massima evangelica: ecco, l’Italia ha innumerevoli travi nei propri occhi, che ormai l’hanno resa quasi del tutto cieca e che, di questo passo, la faranno crollare a terra, definitivamente esanime – nonostante l’immensa “forza vitale” che avrebbe a disposizione, ribadisco.

Ecco perché sono tanto pessimista, riguardo al presente dell’Italia. Sul futuro, beh… la speranza è l’ultima a morire, no? Auguriamoci non sia la penultima…

Ritrovare il fascino e la storia dei luoghi abbandonati… con Jussin Franchina in RADIO THULE, questa sera su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 22 maggio duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 15a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata Di luoghi abbandonati e storie ritrovate!

Si sa, la nostra società non ha memoria. E non solo abbandona all’oblio del tempo ricordi, fatti, verità, ma sovente interi luoghi. L’Italia, infatti, è piena di spazi abbandonati d’ogni genere e sorta, da piccoli edifici fino a interi borghi: un autentico paradosso per un territorio sempre più cementificato. Dunque, riscoprire e indagare i luoghi abbandonati significa far rinascere storie di uomini e donne, di vite, di lavoro, singole esistenze ovvero trame sociali multiformi, in un processo dalle forti valenze metaforiche e dall’importanza notevole, in primis proprio per conservare la memoria d’un passato lontano o recente che è comunque base fondamentale per qualsiasi futuro. Jussin Franchina, scrittrice e giornalista, da tempo indaga i luoghi abbandonati per riscoprire le loro storie e ricavarne intriganti narrazioni: con lei, in questa puntata, scopriremo questa pratica, da alcuni già definita “abbandonologia”, e visiteremo virtualmente alcuni luoghi abbandonati nonché la sua visione di essi e del (nostro) mondo che vi sta intorno.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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http://rciradio.listen2myradio.com (Streaming HD)
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Centro Italia: una tragedia anche culturale (e anche dello Stato)

amatrice-nun-auch-noch-unter-schnee-begrabenLa terribile serie di eventi catastrofici naturali che ormai da qualche mese colpisce il centro Italia con sconcertante frequenza, sta soprattutto mettendo in ginocchio borghi, genti, attività e comunità di Montagna ovvero quelle zone oggi frequentemente e convenzionalmente definite “aree interne” – evidenza in merito alla quale sono particolarmente sensibile, in qualità di “coordinatore” della community ALTA VITA (sul cui sito troverete questo stesso articolo). Il che rende tale serie catastrofica ancora più grave e letale, rendendo urgente e pressante ogni azione possibile al fine di migliorare la condizione delle zone colpite. Il che, pure, rende più esecrabili le mancanze dello Stato il quale, a fronte dell’attività preziosa e lodevole di alcune entità operative istituzionali e di tanti volontari, ancora una volta come in passato pare non essere presente – come facevano credere le solite altisonanti promesse politiche.

Per quanto riguarda noi tutti in quanto società civile, sarebbe finalmente ora di passare da una solidarietà nazionale passiva a una attiva, a favore (in ogni modo possa esserlo) delle popolazioni in difficoltà tanto quanto – per necessario e fermo senso civico – contro quelle parti di Stato che non stanno facendo nulla, così non solo non aiutando le popolazioni ma pure peggiorando la loro situazione giorno dopo giorno.

Sono ottime le parole espresse sul tema da Pier Luigi Sacco, uno dei maggiori esperti italiani di “cose culturali”, che traggo dalla sua pagina facebook e che vi invito a leggere e meditare – perché alla fine, di nuovo anche qui, è una questione di cultura, mancante da un lato (inutile dire quale sia) e da preservare, salvaguardare, rivalorizzare e accrescere sempre più dall’altro:

Se vogliamo che questi territori (e le persone che li abitano) sopravvivano, occorre un salto di qualità sostanziale e permanente delle politiche territoriali per le aree interne. E questo vuol dire passare in primo luogo dall’intervento limitato all’emergenza post-tragedia alla prevenzione e all’infrastrutturazione, non solo materiale ma sociale e cognitiva. E soprattutto basta con il facile pietismo post-tragedia seguito dalla totale dimenticanza e indifferenza, come è accaduto, malgrado le belle parole, ancora una volta fino a due giorni fa. Poche cose come queste inducono gli abitanti alla disperazione e alimentano il senso di abbandono. Se questi territori non fossero stati lasciati soli ancora una volta, forse la dimensione di quest’ultima tragedia sarebbe stata meno devastante.