Si stava meglio quando si stava… in treno!

In questo nostro tempo presente fatto di inquinamento cronico, strade intasate, prezzi dei combustibili alle stelle e al contempo di bisogno ormai impellente d’una riconversione ben più ecosostenibile dei nostri trasporti, sia compiuti per dovere o per diporto, e in generale del comune modus vivendi quotidiano, non si può che restare vieppiù sgomenti di come l’Italia, tra il dopoguerra e gli anni Settanta del Novecento, abbia dilapidato un meraviglioso patrimonio di ferrovie locali facendone tabula rasa per far bellamente trionfare i trasporti su gomma – e, ovviamente, chi se ne faceva propugnatore. L’elenco delle reti ferroviarie dismesse, molte delle quali peraltro oggi avrebbero un potenziale turistico semplicemente enorme, è lungo tanto quanto desolante, o irritante: qui ne trovate uno, di tali elenchi, che tuttavia mi viene da ritenere incompleto. Nel frattempo, c’era un paese confinante con l’Italia che procedeva in senso totalmente opposto, la Svizzera, oggi dotata di una delle reti ferroviarie più efficienti e turisticamente apprezzate del mondo. Un altro pianeta, insomma.

Dalle mie parti ve ne una, duplice, di dismissione maledettamente esemplare di reti ferroviarie che oggi risulterebbero oltre modo preziose: le Ferrovie delle Valli Bergamasche – Val Brembana e Val Seriana – le quali vennero chiuse tra il 1966 e il 1967 generando così, oltre a numerosi altri danni, due delle zone montane più intasate di traffico stradale del Nord Italia. Di una di queste ferrovie orobiche, quella brembana (peraltro, coi loro ponti, i viadotti, le gallerie, le stazioni, dei notevoli capolavori di ingegneria), io e gli altri due autori – Sara Invernizzi e Ruggero Meles – ne abbiamo scritto, pur succintamente, nella guida DOL dei Tre Signori, dal momento che il trekking che da Bergamo giunge fino alla Valtellina cavalcando la meravigliosa dorsale montuosa tra la bergamasca e il lecchese, nella sua prima tappa che termina a Roncola San Bernardo, incrocia la linea ex ferroviaria e la percorre per un buon tratto, essendo stata trasformata nella Ciclovia della Val Brembana. Una riconversione certamente lodevole, per un’opera rimasta a lungo chiusa e cadente (lo è ancora, per quanto riguarda certi stabili di servizio alla linea – stazioni, depositi, cabine elettriche, eccetera – tutt’oggi abbandonati), che tuttavia non riesce a dissolvere l’amarezza nel constatare quanto virtuosa poteva essere la realtà presente e invece non fu. Tanto più che oggi la linea della Valle Seriana è stata in parte ricreata – ovviamente con materiale contemporaneo – mentre quella della Val Brembana lo sarà a sua volta nei prossimi anni, seppur entrambe con funzione principale di trasporto suburbano più che miratamente turistico, e pressoché senza scopi di trasporto industriale. Ovvero, si sono dovuti spendere parecchi soldi pubblici per ricreare, e solo parzialmente, ciò che già c’era. Al netto dell’apprezzabile utilità attuale, una gran genialata, vero?

Tornerò comunque a breve sull’argomento, con alcune testimonianze di diverso segno che se da un lato rimarcano la desolazione suddetta su quanto accaduto in passato, dall’altro indicano alcune interessanti e preziose possibilità di recuperare, almeno in certi luoghi, il tempo perso e le occasioni smarrite di viaggiare in territori pregio e goderne i paesaggi in modo comodo, sostenibile e affascinante, presentandosi come modelli emblematici da studiare e, per quanto possibile, imitare.

Insomma: vi inviterò nuovamente in carrozza presto!

Un filo logico

Ora, a me sul serio non piace mostrarmi eccessivamente polemico (il giusto, diciamo) o, peggio, malpensante, e cerco per quanto mi è possibile di scrivere cose che dimostrino una matrice sempre costruttiva o almeno utile a un proficuo dibattito, ecco.

Posto ciò, devo anche dire che fatico parecchio a trovare un filo logico tra un intervento che destina per tutto il territorio lombardo 15 milioni di Euro a favore di un ambito a dir poco strategico, quello delle aree naturali protette, in primis per il buon futuro della regione e dei suoi abitanti…

…e un altro che ne destina 12,5 milioni a una sola zona, geograficamente limitata, in gran parte a favore di un ambito, quello dello sci su pista, che risulta privo di qualsiasi futuro sostenibile, sotto ogni accezione del termine. E cito solo l’ultimo – dacché ne ho scritto di recente – di una lunga serie di interventi simili, anche finanziariamente:

Senza polemica, appunto, ma mi piacerebbe molto conoscere e analizzare le basi politiche, amministrative, economiche, ecologiche e culturali che, a quanto pare, sostengono tali interventi. Magari alla fine le trovo ammissibili, non lo escludo affatto (non sono nemmeno un apriorista, per nulla) oppure forse no, anzi, peggio. Chissà.

Altri 17 milioni di Euro buttati al vento

(P.S.Pre Scriptum: sì, sì, lo so che rischio di diventare monotono, con questi post, ma, come ho già detto, di fronte a tali episodi non riesco proprio a starmene zitto. Non è nemmeno una questione di mera e pur necessaria difesa dell’ambiente, semmai di vitale salvaguardia del buon senso, ecco.)

Regione Lombardia aderisce al Patto Territoriale per lo sviluppo economico, ambientale, sociale e della mobilità del territorio montano del Monte Maniva, in provincia di Brescia, finalizzato alla realizzazione di dieci interventi infrastrutturali strategici, per un importo complessivo di 17 milioni di euro, di cui 12.518.000 di euro messi in campo da Regione.
«Parliamo di un’operazione strategica destinata a migliorare il Maniva, anche in ottica del grande appuntamento Olimpico del 2026 che potrebbe essere anche per questo comprensorio montano una leva importante per il turismo. Continua l’azione di Regione Lombardia in particolare dell’assessorato dedicato, nel finanziare interventi a favore dei territori interessati dalla presenza di comprensori sciistici e a contrastare il trend dello spopolamento delle aree montane».

Siccome argomentare con chi palesemente soffre di analfabetismo funzional-politico (proprio e indotto) oltre che di sindrome ossessivo-compulsiva da sperpero di soldi pubblici (si potrebbe anche diagnosticare uno stato di alienazione climatologica, a ben vedere) temo sia pressoché inutile e si rischia pure di essere presi a male parole, per giunta (altro effetto dell’ossessione suddetta), mi limiterò a puntualizzare nei seguenti semplicissimi – e spero chiarissimi – 10 punti alcune delle evidenze principali al riguardo:

  1. Il Monte Maniva è una località prealpina tra le più belle della provincia di Brescia, oltre modo ricca di potenzialità turistiche e culturali alternative alla monocultura dello sci su pista – anche in forza della sua vicinanza alla città (poco più di 50 km).
  2. L’area sciistica del Maniva è per la gran parte situata sotto i 2000 m di quota, solo un impianto raggiunge la quota massima di 2086 m (monte Dasdanino).
  3. Secondo tutti gli studi scientifico-climatici al riguardo (qui un resoconto), le località sciistiche poste a quote inferiori ai 2000 m non godranno più della garanzia di una copertura nevosa sufficiente a mantenere aperto un comprensorio sciistico, e si dovranno largamente affidare all’innevamento artificiale con ingentissimi aggravi di costi a fronte di un consumo altrettanto ingente delle risorse idriche locali.
  4. Secondo gli stessi studi, le località sciistiche poste a quote inferiori ai 2000 m subiranno un aumento delle temperature medie tali da ridimensionare in maniera drastica l’efficacia dell’innevamento artificiale (nella scorsa stagione gli impianti del Maniva hanno aperto in ritardo e chiuso in anticipo, proprio per ragioni climatiche).
  5. Ulteriori studi di prestigiosi enti di ricerca (vedi qui) addirittura rimarcano che nei prossimi decenni solo al di sopra dei 2500 m di quota sarà ancora disponibile una sufficiente quantità di neve naturale per garantire una gestione redditizia di un comprensorio sciistico.
  6. L’area sciistica della Maniva ha un’esposizione parzialmente sfavorevole (va da nord-nord-est a est-sud-est) per la conservazione della neve al suolo, sia essa naturale o artificiale.
  7. Leggendo nell’articolo sopra linkato l’elenco (minimo) degli interventi previsti, risulta evidente la sproporzione di essi a favore del comparto sciistico, nuovamente preteso e imposto attraverso le solite formule lessicali pedisseque come “unica forma di economia possibile per la montagna” – si leggano pure le parole dei politici citate nell’articolo. E le Olimpiadi 2026 come dogma indiscutibile, ovviamente.
  8. Posto il punto 7, un’affermazione citata nell’articolo appare a dir poco sconcertante, se non inquietante: «Continua l’azione di Regione Lombardia nel finanziare interventi a favore dei territori interessati dalla presenza di comprensori sciistici.» E tutti gli altri territori di montagna? Non esistono? Non sono degni di attenzione e di finanziamenti?
  9. Totale di tutto quanto sopra: 17 milioni di Euro, in gran parte (se non per la totalità) soldi pubblici.
  10. Diciassette-milioni-di-Euro, ribadisco.

Quanti progetti realmente efficaci per la salvaguardia, il sostegno, il rilancio del territorio del Maniva, a supporto della sua realtà economica e sociale, dei servizi e dei bisogni dei residenti, per l’avvio di nuove e funzionali economie circolari locali, per la conoscenza culturale dei luoghi e la conseguente attrattiva turistica ovvero per lo sviluppo di un turismo contestuale al luogo e alle sue peculiarità, al passo con i tempi e rivolto al futuro, per la coltivazione di una autentica place experience, per far diventare le comunità locali realmente partecipi dello sviluppo futuro delle loro montagne e non semplice pedine di un gioco altrui meramente mirato al tornaconto e d’altro canto destinato al fallimento… – quante cose belle e buone si potrebbero realizzare, con 17 milioni di Euro, piuttosto di buttarli al vento come per l’ennesima volta si farà?

Ecco, fine.

Sulla montagna come “divertimentificio”

Ringrazio di cuore Fabio Balocco, scrittore e giornalista da sempre attento alle tematiche ambientali, che nell’ultimo articolo pubblicato sul proprio blog che cura per “Il Fatto Quotidiano”, dedicato alla triste tanto quanto grave questione della lunaparkizzazione turistica delle montagne, mi ha citato in merito ai post che ho scritto sulla stessa questione e in particolare sulle mie dissertazioni intorno allo scriteriato progetto di rilancio turistico-sciistico del Monte San Primo, nel Triangolo Lariano (provincia di Como).

La speranza è che le varie e in effetti sempre più numerose voci che sostengono la necessità di un cambio netto di paradigmi, nella gestione turistica delle montagne e dei loro territori, d’altro canto ineluttabile in forza della situazione climatica in essere e in evoluzione (negativa), riescano col tempo a vincere l’apparente analfabetismo funzionale sul tema degli ancora troppi decisori, pubblici e privati, che invece continuano a ignorare e rifiutare la realtà dei fatti.

Potete leggere l’articolo di Balocco nella sua interezza cliccando sull’immagine lì sopra.

Tentativi di giustificare l’ingiustificabile

«Con 2,4 milioni di euro a fondo perduto supportiamo in maniera concreta un settore fondamentale per la Lombardia che negli ultimi anni è stato colpito duramente prima dalle restrizioni legate al Covid e poi dal caro energia».

«Un contributo di sostanza a un comparto nevralgico per lo sport invernale e per l’economia delle nostre montagne che, fra quattro anni, saranno protagoniste assolute in Italia e nel mondo con le Olimpiadi invernali del 2026.»

«L’impegno di Regione Lombardia per gli impianti di risalita e le piste da sci è importante e costante. Vogliamo aiutare concretamente gli operatori nella gestione degli impianti per rendere le nostre montagne sempre più competitive a livello turistico e per gli sport invernali.»

«Ancora una volta un contributo fattivo per un comparto strategico e per il turismo invernale, infatti gli impianti di risalita generano un volano per tutte le attività produttive annesse e connesse e moltiplicatore per tutta l’economia del territorio montano.»

Queste sono alcuni degli ennesimi tentativi, espressi nelle solite retoriche forme verbali da alcuni amministratori regionali lombardi, di giustificare l’ingiustificabile, ovvero l’ennesimo stanziamento di soldi pubblici (miei, vostri, nostri) a sostegno degli impianti sciistici. Altri milioni di Euro che si aggiungono agli innumerevoli stanziati negli anni scorsi esclusivamente agli impianti da sci, in tali forme e entità: come se tutto il resto dell’economia di montagna non esistesse e non contasse nulla, nemmeno a fronte della sorte di tante località sciistiche già inesorabilmente segnata, per il cambiamento climatico in corso e non solo per tale causa (traduco: 350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”, e sono pure dati del 2017 dunque pre-Covid). Come se, una volta chiusi impianti e piste per assenza di neve o per fallimenti economici o altro del genere, la montagna scomparisse. O, per usare un’espressione più consona, come se non avesse più alcun valore – dunque non fosse altrettanto meritevole di essere sostenuta in modi simili.

Voglio di nuovo ribadire il (mio) concetto: nulla contro gli impianti di sci, anzi, se gestiti con buon senso e giusto realismo; ma se un’attività commerciale – quale essi rappresentano – non riesce per vari motivi (non tutti colposi) a stare in piedi da sola e per giunta genera una pressione (non solo ambientale) sul luogo in cui opera che col tempo diventa sempre maggiore, è veramente così giusto e doveroso alimentarne artificiosamente (e costantemente, visto l’andazzo) l’attività? In quanti altri casi, e per quali altre categorie accade la stessa cosa, in montagna? Ditemi, voi gestori di piste per lo sci nordico, guide alpine, escursionistiche, ambientali, associazioni culturali e di sostegno al turismo non meccanizzato o di salvaguardia del paesaggio montano, e voi allevatori di razze alpine, agricoltori, casari, rifugisti… anche a voi arrivano così tanti soldi e con tale continuità per sostenere le vostre attività e alleviare le difficoltà di gestione che dovete affrontare? Ma perché, voi non siete “economia di montagna”, non fate vivere le vallate alpine come si ritiene faccia lo sci?

D’altro canto sono tentativi, quelli sopra citati, che avranno probabilmente “successo” nel breve periodo, visto che i soldi sono stati stanziati e saranno elargiti, ma si dimostreranno sicuramente fallimentari tra qualche anno perché comunque lo sci su pista, nonostante lo sperpero di denaro pubblico e salvo rare eccezioni, è destinato a scomparire. Già: di questo passo lo sci coi suoi impianti sparirà, non certo le montagne e la possibilità di fruirle in molti altri modi ben più sostenibili e meno dispendiosi per tutti.

(Le citazioni sopra riportate sono tratte da questo articolo.)