Quelli che lavorano col…

Tra i buoni propositi per l’anno appena iniziato: accrescere la personale insofferenza verso quelli che lavorano male, che la mattina occupano il proprio posto di lavoro tanto per tirar sera, che se ne sbattono altamente della qualità di ciò che fanno e delle conseguenze che ne derivano a danno altrui, che svolgono le proprie mansioni, i propri compiti, i propri doveri professionali e non col… anzi, di più: a mentula canis, ecco.

Sarà per quanto sopra ovvero per l’insofferenza crescente, appunto, ma a me pare che tali figure siano in costante aumento. Sbaglierò forse, chissà.

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Asini di Buridano everywhere!

Trovo sempre parecchio sorprendente, ovvero inquietante, constatare l’incapacità manifestata da molte persone di prendere decisioni. E, nel caso finalmente ci riescano a decidersi su qualcosa, di prendere la decisione sbagliata.

Sorprendente. O inquietante, se non drammatico già.

Accidenti, di fronte a così tante gente irresoluta non so nemmeno io quale aggettivo scegliere!

Sonno!

Un rinomato istituto di ricerca svedese, dopo lunghi e accurati studi, ha appurato che se il mio accumulo di ore di sonno in arretrato potesse essere trasformato in energia propulsiva, spingerebbe una sonda spaziale di medie dimensioni fino all’orbita di Nettuno.

Quattro miliardi e cinquecento milioni di chilometri di distanza, per capirci.

Ecco.

E di questo passo, ha aggiunto il suddetto rinomato istituto di ricerca svedese, Plutone mica è tanto più lontano, eh!

Leggere a letto

A volte penso, quando leggo nelle solite statistiche i dati su quella ampia parte di popolazione la quale dichiara di non leggere nemmeno un libro all’anno, spesso motivando ciò col “non avere tempo”, che se uno non riesce a trovare nemmeno qualche minuto, la sera quando se ne va a letto, per leggere un buon libro, be’, i casi sono due: o è una strana creatura che non abbisogna di dormire, o è un povero idiota.

Lo penso solo, eh, poi non è che lo dico in giro.

Il lamentatore seriale

Eppoi ci sono i lamentatori seriali. Quelli che devono (e inopinatamente riescono a) lagnarsi sempre e comunque, ai quali non va mai bene nulla e se pure andasse bene tutto se ne lamenterebbero perché non va bene che tutto vada bene quando deve sempre esserci qualcosa che non va (bene). Quelli che se una cosa è bianca la vorrebbero, nera, se fosse nera la vorrebbero gialla, se fosse gialla rossa, e se fosse rossa pretenderebbero che fosse bianca. Quelli che, se fossero seduti su una montagna di denaro di loro proprietà, brontolerebbero del troppo vento che tira sulla sua cima; se fossero i primi uomini a mettere piede su Marte, reclamerebbero per tutta quella sabbia rossa sparsa sulla superficie; se trovassero il modo di diventare immortali, si lagnerebbero di quelli che non andranno mai al loro funerale.

Anche la lamentazione seriale, in fondo, è un sistema di rivendicazione dell’attenzione altrui da parte di chi non saprebbe altrimenti come richiamarla. Le lamentele di costoro non sono mai espresse con cognizione di causa ma per mero automatismo: non importa di cosa ci si lamenta, importa che ci si lamenti, punto. È un atteggiamento piuttosto affine alla bastiancontrariaggine viscerale ma sostanzialmente più semplice, più elementare ovvero più rozza: il bastiancontrario non è automaticamente un lamentatore e in certi casi “studia” la propria condotta contrastante o, quanto meno, ne possiede una qualche consapevolezza. Il lamentatore seriale, invece, è consapevole soltanto di doversi necessariamente lamentare di qualcosa, qualsiasi essa sia e senza pensare o capire cosa sia, anche perché d’altro canto non richiede che gli altri capiscano la sua lamentela: però pretende che tutti la ascoltino, ovviamente senza controbatterla – esercizio peraltro sostanzialmente inutile, questo. In fondo egli non si sta realmente lamentando di nulla: il suo è un riflesso incondizionato ancorché cronico, appunto. Per tale motivo finirà pressoché sempre col fare o con l’essere ciò di cui si lamenta continuando nel frattempo a lagnarsene, e questo è l’eloquente segno della sua imperterrita e irrimediabile serialità.

Ugualmente inutile è lamentarsi con esso del fatto che si lamenti sempre di qualcosa: ciò servirebbe solo da pretesto per ulteriori e ancor più veementi lamentazioni. Inoltre ciò finirebbe per soddisfare quel suo disperato bisogno di attenzione: conviene invece lasciarlo nel suo brodo, per fare che, nella propria irrefrenabile lamentazione, finisca finalmente per lamentarsi pure di sé stesso raggiungendo con ciò il proprio acme assoluto e dunque autoannichilendosi subito dopo.

In ogni caso, pur se malauguratamente ciò non avverrà, qualsiasi altro atto nei suoi confronti sarà tempo sprecato, dunque da evitare: come pensare di svuotare l’oceano con un cucchiaio, in pratica. Non conviene nemmeno provarci, neanche spendere mezzo secondo per pensare di farlo: tanto per il lamentatore seriale l’acqua sarà sempre troppo bagnata.