L’epitaffio del CENSIS

Quello pubblicato dal CENSIS qualche giorno fa non è “solo” il Rapporto sulla situazione sociale del paese, così come si intitola. Non è solo una fotografia dettagliata di come è messa la società italiana ad oggi, non è soltanto un’indagine statistica i cui dati delineano una certa realtà con le sue innegabili dacché scientifiche verità.

No. Quello del CENSIS è un epitaffio per l’Italia.

Un epitaffio, sì. Un discorso funebre, una iscrizione sepolcrale bell’e pronta per la tomba nella quale di questo passo verrà calato il corpo dell’Italia. Un “paese” politicamente morto, istituzionalmente quasi, culturalmente comatoso e socialmente catatonico.
“Paese”, poi, solo per mera convenzione, dacché l’Italia è sempre rimasta e sempre rimarrà nei termini «una mera espressione geografica», come disse il Metternich, giammai nazione perché mai quello italiano è stato un “popolo”, privo di qualsiasi identità culturale nazionale e incapace di formulare qualsivoglia concezione civica del paese in cui meramente vive.

Punto. Non c’è molto altro da aggiungere.
Tanto, anche a fronte dell’oggettiva, articolata e sentita denuncia sullo stato del paese che il Rapporto del Censis delinea e rende chiarissima, non accadrà nulla.
I politici se ne fregheranno, forse qualcuno traviserà le considerazioni del CENSIS per ricavarne qualche fake news strumentalizzante e propagandistica ma il tutto durerà qualche ora, non di più.
I media al solito si accoderanno ai loro “rais” politici, spareranno qualche titolone ad effetto e poi cancelleranno ogni articolo al riguardo in breve tempo.
Il “popolo” italiano, privo di qualsiasi senso civico (dacché mai educato ad averne uno) e sempre più analfabeta funzionale, non capirà affatto la portata del Rapporto (quanti lo leggeranno sul serio?) e continuerà a postare emerite cazzate sui social come principale impegno intellettuale quotidiano, poi votando i soliti ignobili politici che stanno distruggendo il paese e addirittura invocando “l’uomo forte”, come segnala il Rapporto, senza ovviamente comprendere che tale uomo forte sarà la massima rappresentazione del popolo stesso (che, come sempre, ha i governanti che si merita) e dunque il peggio del peggio: non colui che risolverà i problemi ma quello che li renderà definitivamente irrisolvibili, con tutti i danni letali conseguenti.

Quindi? Che fare?
Sarcasticamente, mi verrebbe da dire che ben venga quell’uomo forte invocato: così il paese sarà definitivamente distrutto e si genererà quella tabula rasa necessaria a costruire un paese nuovo e vero, una nuova e vera cultura civica, un’altrettanto vera società civile. Un futuro autentico e positivo, insomma.
Anche perché non si può nemmeno sperare che qualche paese straniero invada l’Italia: chi vorrebbe occupare un paese tanto disastrato e ingovernabile perché privo degli elementi culturali, sociali, antropologici necessari a qualsiasi buon governo?

Ma, ribadisco, tanto del Rapporto CENSIS tra qualche ora nessuno più parlerà. L’italiota società dei magnaccioni tornerà a cantare beatamente ma-che-ce-frega-ma-che-ce-importa e tirerà dritta, avanti così, a passi svelti e incrollabili verso il suicidio finale. Gli altri, vedranno di fuggire (se non l’hanno già fatto) in qualsiasi modo possibile alla catastrofe statale. Amen.

Cliccate sull’immagine per leggere e acquistare il Rapporto del CENSIS.

Un futuro “dispiacevole”, per i libri?

(Photo credit: Angel Hernandez da Pixabay)

In lettura sono stati constatati dei passi indietro nella maggior parte dei 36 paesi dell’Ocse. Rispetto al primo rilevamento effettuato nel 2000 si delinea un calo del piacere della lettura da parte dei quindicenni.

Così riporta questo articolo di “SwissInfo” dedicato ai risultati dei test PISA dell’OCSE, resi pubblici qualche giorno fa (ne ho già detto qui) e che stanno suscitando notevoli dibattiti, anche per certe situazioni nazionali – ad esempio quella italiana, sì – non esattamente rosee.

Insomma, a stare ai risultati suddetti, giustamente evidenziati dalla testata svizzera, il futuro dei libri e della lettura appare quanto mai incerto, se non già inquietante, in considerazione del fatto poi che la fascia d’età citata è una di quelle fondamentali per la formazione dei lettori adulti nonché una di quelle più “performanti”, a livelli di vendite, del mercato editoriale.

Ma non solo il futuro appare buio in tal senso. Torna in mente quel famoso adagio, «un bambino che legge sarà un adulto che pensa», e constatare che possa venir meno quella insuperabile e irrinunciabile educazione al pensiero, all’intelligenza, alla civiltà, alla libertà che sanno dare i buoni libri letti nell’età della formazione, è veramente qualcosa di preoccupante.

C’è una speranza, almeno: vista la giovane età dei soggetti in questione, ci può essere il tempo necessario per migliorare tale realtà e farla tornare virtuosa per il bene di tutti. È un compito fondamentale che devono assumersi la scuola, l’istituzione statale, i media e l’opinione pubblica e in primis la famiglia. E di questi elementi, temo che solo uno (in rari casi due) abbia o abbiano la volontà e la consapevolezza necessaria – salvo eccezioni che mi auguro sporadiche – ad assumersi questa responsabilità. Ma ne va del futuro dell’intera società: sarebbe il caso di riflettere su ciò e di agire con la dovuta sollecitudine e con altrettanta efficacia.

 

Nel giusto

(Photo credit: Gerd Altmann da Pixabay)

Quando esprimete un’opinione personale su certe cose della politica e quelli di destra pensano che siete di sinistra mentre quelli di sinistra pensano che siete di destra, la realtà è che molto probabilmente siete nel giusto.
E siete pure molto più avanti rispetto a quelli. Ecco.

La squola itagliana

Nei Paesi Ocse in media solo uno studente su 10 si dimostra in grado di riconoscere un fatto da un’opinione, decifrando messaggi impliciti contenuti in un testo. In Italia il dato è ancora più grave: appena uno studente su 20.

(Andrea Schleicher, capo della Direzione Istruzione/Educazione dell’OCSE e responsabile del programma PISA – Programme for International Student Assessment, citato in questo articolo dell’AGI.)