Un filo logico

Ora, a me sul serio non piace mostrarmi eccessivamente polemico (il giusto, diciamo) o, peggio, malpensante, e cerco per quanto mi è possibile di scrivere cose che dimostrino una matrice sempre costruttiva o almeno utile a un proficuo dibattito, ecco.

Posto ciò, devo anche dire che fatico parecchio a trovare un filo logico tra un intervento che destina per tutto il territorio lombardo 15 milioni di Euro a favore di un ambito a dir poco strategico, quello delle aree naturali protette, in primis per il buon futuro della regione e dei suoi abitanti…

…e un altro che ne destina 12,5 milioni a una sola zona, geograficamente limitata, in gran parte a favore di un ambito, quello dello sci su pista, che risulta privo di qualsiasi futuro sostenibile, sotto ogni accezione del termine. E cito solo l’ultimo – dacché ne ho scritto di recente – di una lunga serie di interventi simili, anche finanziariamente:

Senza polemica, appunto, ma mi piacerebbe molto conoscere e analizzare le basi politiche, amministrative, economiche, ecologiche e culturali che, a quanto pare, sostengono tali interventi. Magari alla fine le trovo ammissibili, non lo escludo affatto (non sono nemmeno un apriorista, per nulla) oppure forse no, anzi, peggio. Chissà.

Altri 17 milioni di Euro buttati al vento

(P.S.Pre Scriptum: sì, sì, lo so che rischio di diventare monotono, con questi post, ma, come ho già detto, di fronte a tali episodi non riesco proprio a starmene zitto. Non è nemmeno una questione di mera e pur necessaria difesa dell’ambiente, semmai di vitale salvaguardia del buon senso, ecco.)

Regione Lombardia aderisce al Patto Territoriale per lo sviluppo economico, ambientale, sociale e della mobilità del territorio montano del Monte Maniva, in provincia di Brescia, finalizzato alla realizzazione di dieci interventi infrastrutturali strategici, per un importo complessivo di 17 milioni di euro, di cui 12.518.000 di euro messi in campo da Regione.
«Parliamo di un’operazione strategica destinata a migliorare il Maniva, anche in ottica del grande appuntamento Olimpico del 2026 che potrebbe essere anche per questo comprensorio montano una leva importante per il turismo. Continua l’azione di Regione Lombardia in particolare dell’assessorato dedicato, nel finanziare interventi a favore dei territori interessati dalla presenza di comprensori sciistici e a contrastare il trend dello spopolamento delle aree montane».

Siccome argomentare con chi palesemente soffre di analfabetismo funzional-politico (proprio e indotto) oltre che di sindrome ossessivo-compulsiva da sperpero di soldi pubblici (si potrebbe anche diagnosticare uno stato di alienazione climatologica, a ben vedere) temo sia pressoché inutile e si rischia pure di essere presi a male parole, per giunta (altro effetto dell’ossessione suddetta), mi limiterò a puntualizzare nei seguenti semplicissimi – e spero chiarissimi – 10 punti alcune delle evidenze principali al riguardo:

  1. Il Monte Maniva è una località prealpina tra le più belle della provincia di Brescia, oltre modo ricca di potenzialità turistiche e culturali alternative alla monocultura dello sci su pista – anche in forza della sua vicinanza alla città (poco più di 50 km).
  2. L’area sciistica del Maniva è per la gran parte situata sotto i 2000 m di quota, solo un impianto raggiunge la quota massima di 2086 m (monte Dasdanino).
  3. Secondo tutti gli studi scientifico-climatici al riguardo (qui un resoconto), le località sciistiche poste a quote inferiori ai 2000 m non godranno più della garanzia di una copertura nevosa sufficiente a mantenere aperto un comprensorio sciistico, e si dovranno largamente affidare all’innevamento artificiale con ingentissimi aggravi di costi a fronte di un consumo altrettanto ingente delle risorse idriche locali.
  4. Secondo gli stessi studi, le località sciistiche poste a quote inferiori ai 2000 m subiranno un aumento delle temperature medie tali da ridimensionare in maniera drastica l’efficacia dell’innevamento artificiale (nella scorsa stagione gli impianti del Maniva hanno aperto in ritardo e chiuso in anticipo, proprio per ragioni climatiche).
  5. Ulteriori studi di prestigiosi enti di ricerca (vedi qui) addirittura rimarcano che nei prossimi decenni solo al di sopra dei 2500 m di quota sarà ancora disponibile una sufficiente quantità di neve naturale per garantire una gestione redditizia di un comprensorio sciistico.
  6. L’area sciistica della Maniva ha un’esposizione parzialmente sfavorevole (va da nord-nord-est a est-sud-est) per la conservazione della neve al suolo, sia essa naturale o artificiale.
  7. Leggendo nell’articolo sopra linkato l’elenco (minimo) degli interventi previsti, risulta evidente la sproporzione di essi a favore del comparto sciistico, nuovamente preteso e imposto attraverso le solite formule lessicali pedisseque come “unica forma di economia possibile per la montagna” – si leggano pure le parole dei politici citate nell’articolo. E le Olimpiadi 2026 come dogma indiscutibile, ovviamente.
  8. Posto il punto 7, un’affermazione citata nell’articolo appare a dir poco sconcertante, se non inquietante: «Continua l’azione di Regione Lombardia nel finanziare interventi a favore dei territori interessati dalla presenza di comprensori sciistici.» E tutti gli altri territori di montagna? Non esistono? Non sono degni di attenzione e di finanziamenti?
  9. Totale di tutto quanto sopra: 17 milioni di Euro, in gran parte (se non per la totalità) soldi pubblici.
  10. Diciassette-milioni-di-Euro, ribadisco.

Quanti progetti realmente efficaci per la salvaguardia, il sostegno, il rilancio del territorio del Maniva, a supporto della sua realtà economica e sociale, dei servizi e dei bisogni dei residenti, per l’avvio di nuove e funzionali economie circolari locali, per la conoscenza culturale dei luoghi e la conseguente attrattiva turistica ovvero per lo sviluppo di un turismo contestuale al luogo e alle sue peculiarità, al passo con i tempi e rivolto al futuro, per la coltivazione di una autentica place experience, per far diventare le comunità locali realmente partecipi dello sviluppo futuro delle loro montagne e non semplice pedine di un gioco altrui meramente mirato al tornaconto e d’altro canto destinato al fallimento… – quante cose belle e buone si potrebbero realizzare, con 17 milioni di Euro, piuttosto di buttarli al vento come per l’ennesima volta si farà?

Ecco, fine.

I bollettini meteo e le creme “scioglipancia”

Tempo fa, sulla base delle mie esperienze personali, ero giunto alla conclusione di poter ritenere la categoria dei previsori meteorologici affidabile, nei propri bollettini (salvo rarissime eccezioni), quanto quella degli astrologi da rivista di gossip.

Ora, ripensando a ciò e avendo nel frattempo accumulato ulteriori testimonianze al riguardo, credo di essermi sbagliato. Sì, gli astrologi ci azzeccano di più. A quanto pare, tirare a indovinare vaticini con le congiunzioni astrali è più facile che inventare bollettini con le congiunzioni meteoriche, ecco.

Conseguentemente, basarsi sulle previsioni dei bollettini meteo che ordinariamente circolano sui mezzi di informazione e sul web e far dipendere da essi le proprie attività quotidiane, salvo sporadiche eccezioni (ma per la cui “convenienza meteorologica” sovente basta il più ordinario buon senso), è pratica ormai da degradare a un livello inferiore rispetto a quella del dar fede agli oroscopi dei rotocalchi, dunque da fissare al livello degli acquisti delle «creme scioglipancia» di Wanna Marchi.

Tuttavia, sia chiaro, la meteorologia vera è tutt’altra cosa rispetto alle “previsioni del tempo”, così come la nostra relazione con il mondo e con le sue fenomenologie naturali è tutt’altra cosa da quella praticata da chi il mondo lo vive dando fede ai “vaticini” degli oroscopi, alle televendite di prodotti miracolose e ai bollettini meteo farlocchi. In fondo il principio di base è lo stesso di quei prodotti-fake di Wanna Marchi: non era di lei che vendeva falsità la colpa maggiore, ma di chi le credeva. Già.

P.S.: sì, continuo la mia personale battaglia contro le “previsioni del tempo”, secondo me una delle cose più futili della nostra ordinaria contemporaneità. Una battaglia persa in partenza, forse: ma, nel caso, è una sconfitta che non mi provoca alcun dispiacere.

Il problema dei talk show televisivi

Il problema fondamentale di certi talk show televisivi (che non guardo dacché non guardo la TV in genere e di ciò sono assai orgoglioso, ma dei quali mi giungono inevitabilmente gli echi dal web) non è che spesso ci vanno personaggi che poi in onda proferiscono stupidaggini clamorose – perché false, intollerabili o irrazionali – ma è che questi personaggi ci vengono invitati perché ci si aspetta da loro che in onda proferiscano stupidaggini. Così, tali personaggi che vengono invitati nei suddetti talk show televisivi ci vanno ben sapendo che ci si aspetta da loro qualche clamorosa sparata e che se viceversa non ne proferissero facilmente non verrebbero più invitati, quindi vi si adeguano inesorabilmente: per tutto ciò, al pubblico di questi talk show televisivi è stata ormai instillata l’aspettativa di poter ascoltare qualche clamorosa sparata da certi personaggi invitati all’uopo che se al contrario non ascoltassero farebbe perdere loro buona parte dell’interesse verso siffatti talk show.

Insomma, per riassumere in breve il concetto: il problema fondamentale di certi talk show televisivi è certi talk show televisivi. Ecco.

N.B.: è un problema risaputo, lo so, non sto scoprendo un bel nulla – a parte la costante e vieppiù sconcertante trascuratezza riguardo tale problema da parte di molti, del pubblico in primis.

Vedo ma non ci credo

P.S. – Pre Scriptum: ecco un altro di quegli articoli scritti tempo fa – quattro anni per la precisione, gennaio 2018 ovvero quando il Covid non esisteva  – che se riletti oggi e meditati rispetto al mondo odierno e alla sua realtà, non perdono nulla del loro valore. Il che è sempre un brutto segnale: significa che il tempo passa ben più di quanto stiano passando certe mancanze umane. Anzi: essendo il tempo un concetto relativo semmai legato al moto, e non essendoci qui moto ma al contrario immobilità se non arretramento, è come se restassimo sempre più bloccati in un passato che ci ingloba e impedisce di andare verso il futuro. Il quale intanto scappa, e chissà quando lo si riprenderà.

Fino a qualche tempo fa, quando ci si trovava di fronte a qualcosa di dubbio oppure non lo si aveva davanti e dunque c’era la necessità di una relativa constatazione diretta, valeva la celebre “regola pseudo-evangelica” del “se non vedo non ci credo”.

Oggi, a quanto pare, l’analfabetismo funzionale pandemico sta sempre più imponendo una nuova “non regola”: non vedo ma ci credo. Alla quale l’unione di un’altra “regola” questa volta di genesi biblica, “vox populi, vox dei” (che oggi potrebbe essere drammaticamente aggiornata in “vox social, vox dei”), finisce per generare danni culturali (e dunque inevitabilmente sociali) spaventosi.

Vediamo invece di rendere valido un ulteriore e ben diverso “precetto”: vedo ma non ci credo. Ovvero, giammai l’invito a un relativismo rigido e radicale ma a verificare sempre e nel modo più articolato possibile una realtà prima di poterla ritenere una “verità”. Vedo ma ci crederò, insomma – dopo aver appurato ciò che mi è stato detto e/o spacciato per cosa certa.

È questione di qualche attimo, con le infinite possibilità informative e culturali disponibili grazie al web. Sì, appunto: mica ci sono solo i social – così come non c’è solo la TV – e mica vale più come un tempo il citato “vox populi, vox dei”. Perché se il popolo per sua ampia parte non capisce ciò che dice, state pur tranquilli che non ci sarà onniscienza divina che tenga. Anzi, l’esatto opposto, purtroppo per noi tutti.

(Immagine trovata sul web con testo in inglese, semplicemente tradotta.)