5 gennaio ’18: la visione del “sogno” di Colle di Sogno

Un antico borgo di montagna sospeso tra due valli e due orizzonti nell’oscurità d’una sera di inizio gennaio, col cielo plumbeo da cui scende leggero un qualcosa che a momenti è neve e in altri è pioggia, e i boschi d’intorno a ovattarne l’atmosfera in un silenzio struggente e quasi mistico…

Ma il silenzio è rotto da un vociare ridente e rilassato, puntini luminosi risalgono la mulattiera e ravvivano le pietre delle vecchie case rinnovando continue danze d’ombre mentre per la stretta via che serpeggia tra i muri invitanti olezzi suscitano inebrianti languori e allegri convenevoli. L’antico borgo inopinatamente si ravviva pur nella notte nuvolosa, è come se rinascesse e tornasse alla mai dimenticata vita d’un tempo, almeno per quelle ore in cui i tanti presenti che sciamano nella via tra le case e i fienili si lasciano sedurre dal suo particolare, accogliente e affabulante fascino…

Tutto questo è accaduto venerdì 5 gennaio scorso nel bellissimo borgo montano di Colle di Sogno, grazie alla Fiaccolata organizzata dall’Amministrazione Comunale di Carenno (nel cui territorio il borgo è situato) in collaborazione con le associazioni locali – Pro Loco, Circolo ARCI, Museo di Cà Martì e Polisportiva Carennese – che ha “portato” ben 150 persone (dico, centocinquanta e più, nel buio della sera e con le previsioni meteo che annunciavano il brutto tempo!) a raggiungere Colle di Sogno lungo i sentieri che vi salgono dal centro di Carenno.

Sull’evento potete leggere i resoconti ad esso dedicati dalla stampa locale (ad esempio qui e qui) ma a me, che ho avuto l’onore di accompagnare due folti gruppi in visita al borgo raccontando ai presenti della storia, delle peculiarità architettoniche e urbanistiche, del paesaggio, delle leggende e del potente Genius Loci d’un luogo tanto particolare, mi preme sottolineare soprattutto un paio di cose, tra le tante sottolineabili.

Uno: l’importanza fondamentale di occasioni del genere, ovvero la necessità (che è anche il piacere) di offrire una fruizione di territori tanto secondari nei circuiti turistici “classici” quanto ricchi di meravigliosi tesori basata in primis sulla cultura. Cultura dei luoghi, delle genti che li hanno abitati lungo i secoli, cultura della vita e del rapporto tra l’uomo e la montagna ovvero l’ambiente naturale, cultura delle tradizioni e dei saperi, dell’identità locale e, ultimo ma non ultimo, consapevolezza culturale del valore di luoghi così e della potenzialità che detengono, non solo nell’ottica di processi di rinascita delle aree montane e rurali dopo decenni di degrado socioeconomico, sono solo riguardo al grande interesse turistico (o ecoturistico) di essi ma pure, forse soprattutto, di rinnovata valorizzazione della valenza antropologica di luoghi del genere, capaci di offrire opportunità di vita realmente urbana come la grande e caotica (e inquinata) città non sa più fare. Appunto: a differenza dei troppi non luoghi che ormai infarciscono le aree maggiormente antropizzate suscitando condizioni di alienazione e dissonanza cognitiva, luoghi come Colle di Sogno sono iper luoghi ancora capaci di generare identità, di offrire un potente e suggestivo storytelling, di trasmettere narrazioni culturali che, se ascoltate e comprese, possono rappresentare la migliore base sulla quale costruire rinnovati modus vivendi finalmente armonici con lo spazio d’intorno e pienamente euritmici col tempo (oltre che emblematici per altri luoghi antropizzati), cogliendo tutto il valore della tradizione passata per creare innovazione ovvero nuove tradizioni con cui costruire un futuro fremente di vita.

Due: l’ho già scritto ma lo ribadisco, l’affascinante bellezza di Colle di Sogno, nucleo montano quasi unico più che raro, sospeso sopra due valli, due comuni, due provincie, due eterogenei orizzonti (da una parte la cerchia alpina, dall’altra la pianura lombarda) così come tra passato e futuro per i quali rappresenta un presente potenzialmente ricco di prerogative e possibilità che alcuni progetti tanto visionari quanto paradigmatici stanno cercando di concretizzare. Colle di Sogno realmente può diventare un luogo in cui tentare di costruire un nuovo rapporto tra uomo e montagna, una resilienza progressiva che lasci la resistenza confinata al passato e ricostruisca la più stabile e virtuosa esistenza. Senza dubbio i primi passi verso un tale importante obiettivo sono inevitabilmente fatti di piccole cose, di un rinnovato legame con il luogo, di un dialogo con il suo Genius Loci, di una ristabilita considerazione verso di esso con la conseguente chiara consapevolezza delle sue peculiarità: esattamente quello che a Carenno si sta cercando da qualche tempo di fare. E, personalmente ne sono convinto, venerdì sera scorso un ulteriore e importante passo in avanti verso il futuro di Colle di Sogno, della montagna carennese e della sua gente – ma, per simbolica osmosi culturale, di ogni altro territorio montano assimilabile – lo si è fatto.

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Venerdì 5 gennaio: appuntamento serale con Colle di Sogno e il suo intrigante “Genius Loci”

Vi sono luoghi talmente belli e particolari da non abbisognare di nulla affinché qualsiasi visitatore ne resti affascinato. Tuttavia, in certe condizioni, la loro bellezza e il valore che sanno offrire si accrescono ancora di più, al punto da poter entrare in contatto e in dialogo con la più profonda essenza del luogo, il loro Genius Loci.

Immaginatevi Colle di Sogno, uno dei più particolari borghi prealpini lombardi la cui bellezza è riconosciuta da chiunque lo visiti, quanto possa diventare ancor più affascinante di notte, raggiunto con una fiaccolata da Carenno lungo la suggestiva mulattiera che attraversa i boschi della Valle del Cucco e poi visitato alla luce delle stelle, incontrando e riconoscendo tra le sue viuzze il Genius Loci e poi ascoltando alcune delle tante storie che può raccontare…

Tutto ciò accadrà il 5 gennaio prossimo con la classica “Fiaccolata di Natale a Colle di Sogno”, con partenza da Carenno alle ore 18.00: lassù, tra le case del borgo, ci sarò io a condurvi alla conoscenza dello spirito del luogo, della più autentica essenza, quella capace di narrare non solo la storia di Colle di Sogno ma pure il suo fascino più profondo e intenso. Il Genius Loci è questo, in fondo: l’elemento che ci fa tanto percepire e apprezzare la bellezza del luogo quanto che ci fa stare bene in esso. E il 5 gennaio prossimo a Colle, ve lo assicuro, starete veramente bene vivendo un’esperienza assai particolare. Da non perdere!

Cliccate sulla locandina per scaricarla e stamparla in formato jpeg, oppure qui per il formato pdf.

La cultura deve essere gratuita o a pagamento? Col “caso Pantheon” si riapre la diatriba

La recente decisione del MiBACT di attivare l’ingresso a pagamento (con biglietto di 2 Euro) al Pantheon, uno dei beni artistico-culturali più visitati di Roma, riapre la vecchia e mai risolta questione alla base della fruizione turistica dei luoghi d’arte e cultura. Da un lato, la tesi per la quale la cultura, essendo un elemento dal valore universale, fondamentale e irrinunciabile per qualsiasi società civile (per di più quando il suo patrimonio sia composto di beni di proprietà statale), non può essere sottoposta al pagamento di un biglietto; dall’altro la posizione per la quale proprio perché la cultura è di tutti e va a vantaggio di tutti, chiunque debba partecipare concretamente alla sua salvaguardia (oltre al gettito fiscale ordinario, dunque), soprattutto in presenza di beni che la loro vetustà, oltre all’importanza storico-artistica, rende particolarmente delicati.

È una questione che, credo, difficilmente potrà trovare soluzione, anche a fronte di esperienze estere di natura opposta ed effetti molteplici, non di rado discordanti. Difficile anche stabilire una sorta di graduatoria “istituzionale” di monumenti più bisognosi di altri d’un sostentamento pubblico volontario, tramite biglietto d’ingresso, alla loro tutela: i contrasti tra i vari gestori si scatenerebbero rapidamente. D’altronde, l’imposizione generale dell’accesso a pagamento a tutti i luoghi artistici e culturali di proprietà del demanio potrebbe dare l’impressione d’una nuova tassa statale sull’arte e la cultura – senza contare poi le ulteriori polemiche (lo sapete, l’Italia è il paese della polemica quale sport nazionale, oltre ai soliti altri) che infurierebbero riguardo l’uso di tali introiti.

Dunque, che fare? Be’, considerando la cronica arretratezza italica in tema di finanziamenti privati alla cultura, ovvero di partnership finanziarie tra pubblico e privato a supporto delle attività delle istituzioni culturali, viene da ritenere che quello messo in atto per il Pantheon possa rappresentare non il migliore sistema ma uno dei rari praticabili, a patto di mantenerne l’entità a carico dei visitatori sui livelli attuali, la cui equità è garantita proprio anche dall’ammontare “popolare” dell’importo richiesto. Non un biglietto d’ingresso, ma una volontaria compartecipazione alla salvaguardia della grande bellezza del luogo in questione (qualsiasi esso sia) e del suo valore artistico-culturale, soprattutto a fronte di un’eventuale malaugurata mancanza di fondi che in un futuro ipotetico (si spera) possa invece mettere in pericolo quel valore e la sua salvaguardia.

Tutto ciò, d’altro canto, non può e non deve esimere lo stato italiano dal mettere finalmente in atto tutti gli strumenti giuridico-fiscali al fine di assicurare al grande patrimonio culturale nazionale il più ampio e condiviso sostegno, economico e non solo. Perché una cosa è assolutamente indiscutibile: quel patrimonio è nostro, è di tutti noi, e dunque tutti dobbiamo esserne consapevoli sia in senso immateriale che materiale, ed essere coscienti che un suo eventuale degrado porterebbe a un danno generale – economico, culturale, identitario, d’immagine, eccetera – che mai nessun gettito fiscale posteriore, pur accresciuto all’uopo, potrebbe alleviare. Meglio dunque prevenire da subito, con poco e ben speso – nelle modalità migliori che si potranno/dovranno determinare e il meno direttamente imputate ai singoli cittadini – che ritrovarsi a dover mettere in atto pure qui le solite emergenze all’italiana con caotici stanziamenti di denaro pubblico sostanzialmente privi di controllo. Stanziamenti di cui peraltro in generale, ovvero al di là di possibili “emergenze”, già il comparto culturale nazionale ben poco ha usufruito negli ultimi tempi: lo sapete bene che l’Italia non ama affatto spendere soldi nella cultura, preferendo altre cose ben più “politiche” tanto quanto ben meno utili al paese e alla società civile, ovvero senza capire ancora che i soldi affidati alla cultura non sono una “spesa” ma un investimento – forse il più importante e fruttuoso che uno stato possa fare. Sarebbe bello, insomma, che tale verità essenziale stavolta la capisse la gente comune: il vero (e unico) “stato”, in fondo. Il resto sono quasi sempre chiacchiere e polemiche, come sempre.

P.S.: articolo pubblicato su Cultora, qui.

A proposito di “paesaggio”: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge” (reloaded)

Devo ringraziare Pina Bertoli, per avermi ricordato con un suo commento l’articolo qui sotto riprodotto (“reloaded”, appunto, dacché in origine pubblicato qui!) che con la Giornata Nazionale del Paesaggio celebrata giusto l’altro ieri, 14 marzo, (e con quello che scrivevo al riguardo) ci sta a pennello, nonostante sia di più di due anni e mezzo fa. Perché il “paesaggio” è molto più di quanto siamo stati abituare a credere, e molto più imprescindibile per la nostra vita di ciò che potremmo pensare – nonché, più di quanto la politica (intesa qui come concreta gestione della cosa pubblica, dunque anche, o soprattutto, del territorio) dimostra sovente di considerare.

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.