The Gentlemen

È un piacere ritrovare in The Gentlemen il Guy Ritchie di Snatch, pellicola che ad inizio secolo mi aveva entusiasmato per il suo iperdinamismo da videoclip musicale. Poi l’avevo abbastanza perso, il regista inglese, vuoi per alcuni notevoli flop, vuoi per altre opere più dignitose ma che non hanno attratto la mia attenzione e vuoi per essere diventato, nel frattempo, il “Signor Madonna”, cosa che a mio modo di vedere non ha giovato affatto alla sua carriera, oscurandola parecchio. In The Gentlemen torna invece l’action-gangster movie in salsa ultrabritish, con un plot di quelli invero fin troppo abusati (la guerra tra malavitosi di varia natura e le rispettive gang per il controllo di un qualche traffico illegale, qui di droga) che tuttavia s’impreziosisce di un gran cast che in ogni soggetto da il meglio o quasi di sé. Certo, da Snatch sono passati vent’anni e il dinamismo di allora qui riproposto non è più una novità così entusiasmante, tuttavia Ritchie resta – come ricordavo bene – un maestro nel gestire trame intrecciate e intricate nelle quali fino in fondo non si capisce chi siano i buoni, chi i cattivi (e alla fine si scopre che il più cattivo di tutti è in fondo anche il più “buono” – non è uno spoiler, tranquilli!) e lo fa attraverso trovate filmiche piacevoli e divertenti che consentono alla pellicola di viaggiare veloce e di non finire in confusione, oltre che grazie a un notevole stile – molto british, senza dubbio – che caratterizza situazione di vernacolare raffinatezza e rende sia i buoni che i cattivi comunque cool.

Ecco, poi forse manca, in The Gentlemen, il coup de théâtre che farebbe gridare al genio – sembra sempre lì per saltare fuori ma alla fine non esce – tuttavia ciò non toglie affatto interesse o pregio alla pellicola (semmai non ne aggiunge ulteriore, appunto). Non toglie nemmeno di torno il sospetto di eccessivo tarantinismo (sì, nel senso di Quentin ovviamente) che molti contestano a Ritchie: dal mio punto di vista, però, già quell’aura molto britannica ma pure parecchio cockney che permea il film aiuta Ritchie (forse a sua insaputa, non so) a mantenersi su un binario paragonabile a quello di certe pellicole di Tarantino ma non convergente e comunque dotato di un proprio “perché”.

Insomma: un film stiloso tanto quanto ruvido e sempre divertente, peraltro palesemente costruito (e lo si intuisce bene alla fine) per avere un suo naturale sequel. Guardatevelo, e poi vedremo che ne sarà.

Sostenere la cultura. Altrove, però!

Passata (si spera definitivamente) la fase più critica dell’emergenza coronavirus, e constatati i notevoli problemi da essa generati in molti ambiti tra cui uno di quelli più fondamentali per l’intera società, ovvero il comprato culturale, ecco che in Europa si cerca di far fronte a tali difficoltà e sostenere un così importante elemento civico e sociale per qualsiasi società avanzata.

In Germania è stato varato il Neustart Kultur, un maxi-programma da oltre 1 miliardo di euro a sostegno dei lavoratori del settore artistico e culturale e dell’intera infrastruttura che produce cultura creativa.

In Gran Bretagna un piano di simile entità finanziaria andrà a supportare l’intera industria culturale con sostanziosi aiuti in forma di prestiti, sovvenzioni, sostegni diretti, investimenti in progetti materiali e immateriali.

La Francia ha varato a sua volta un programma straordinario di sostegno alla cultura, articolato al punto da segna il ritorno in forza dello Stato nella promozione e nel potenziamento dell’educazione artistica e culturale.

In Italia invece… be’, ecco… ehm… ah sì, è ripartito il campionato di calcio, finalmente! Evviva! Così, anche se i teatri o le librerie non riescono a riaprire, oppure chiudono proprio, possiamo vedere la partita in TV! Bello, no?

Tutto è politica, meno la “politica”!

[Foto di Gordon Johnson da Pixabay.]
Da sempre sono convinto che qualsiasi azione pubblica che possa comportare qualsivoglia effetto, in primis la trasmissione di un messaggio, sia un atto politico. Lo è certamente il gesto artistico, quale esempio assoluto, ma lo può e lo deve (dovrebbe) essere anche ogni altra pur minima azione compiuta da chiunque. Questo perché l’interazione più o meno attiva e intensa con la sfera pubblica è un atto che influisce sulla relazione, la gestione, lo sviluppo di essa, anche quando lo faccia minimamente o in modi incompresi e inintelligibili dai più. D’altro canto questo comporta che ogni atto individuale pubblico debba essere compiuto coi crismi della logica e della razionalità, dell’intelligenza, della coscienziosità e della consapevolezza civica e culturale, dell’umanità, eccetera. Quindi, è un atto politico un’installazione artistica esposta al pubblico, il portare fuori di casa la spazzatura, il camminare in un bosco, il mettersi in coda alle poste, il chiacchierare con gli amici di come va il mondo, il leggere un libro sul treno, e così via. Tutto o quasi, insomma, ma perché siamo creature civiche e dunque inevitabilmente politiche; solo l’eremita che si isoli dal resto del mondo e dell’umanità su un’isola dispersa nell’oceano potrebbe non esserlo, ma anche in tal caso il condizionale è d’obbligo.

Certo, come ribadisco, bisogna essere consapevoli di tale condizione “politica” singolare e condivisa.

Ecco: posto ciò, io credo che sempre più col tempo si sia imposta una classe politica a dir poco indecente, e sostanzialmente antitetica alla politica nel senso originario e nobile del termine, proprio perché sempre più persone hanno trascurato, dimenticato, ignorato o rifiutato la matrice politica di ogni propria azione pubblica, richiudendosi in un crescente egoismo autoreferenziale, antisociale, dissociante e alienante in conseguenza del quale il valore politico che agisce materialmente e immaterialmente sulla realtà è stato (abbastanza sovrappensiero, o per mera ottusità) demandato ad un ambito virtualmente superiore – quello “politico” nel senso di attività esercitata dai movimenti politici – il quale, trovandosi il campo libero da qualsiasi limitazione morale, sociologica e filosofica, ha potuto degradarsi e degradare il senso stesso della “politica” fino alla situazione attuale.

Per dirla in parole povere: ove buona parte delle persone se ne freghino del valore culturale e politico del proprio essere parte della società, pensando solo ai propri interessi e dimenticando di agire in uno spazio pubblico condiviso, il politico-di-partito si ritrova con le mani libere (e pulite di default) per fare ciò che vuole. Da qui, il passo all’indecenza di governo e di potere è brevissimo, avendo a che fare con una classe dirigente istituzionale di partenza ben misera di valori, cultura, etica, visionarietà e quant’altro un politico dovrebbe possedere ovvero coltivare con il massimo impegno.

Anche per questo, in fondo, la democrazia si dimostra una forma di governo così traballante e disarmata e il principio per il quale «ogni popolo ha i governanti che si merita» si dimostra di valore ineluttabilmente assoluto. O la politica torna ad essere un’attività democratica, dunque condivisa e praticata da tutti, oppure è ben difficile sfuggire da una sorte nefasta.

E, per essere chiari, «ben difficile» è un espressione eufemistica, ecco.

Sui brutti “filmoni” di oggi

(Image credit: https://www.flickr.com/photos/laruloteca Rulo [CC BY-SA 2.0 – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0%5D)
Ogni qualvolta sento per radio le rubriche di anteprima dei film in uscita, le quali ovviamente presentano le pellicole mainstream, quella da record al botteghino e probabili blockbuster, mi dico che no, a sentir quei trailer radiofonici non mi viene proprio voglia ne di andare al cinema, ne di pensare a una successiva visione casalinga. Ammetto di non essere un gran cinefilo e tendo a dare la colpa di ciò alla mia gran passione per la lettura dei (buoni) libri, la quale dai testi letti mi suscita visioni mentali e relativi moti d’animo che difficilmente riscontro nella visione di tanti film. Inutile dire che ciò vale per me, è un’impressione assolutamente personale.

Tuttavia, leggere cosa pensa il grande Martin Scorsese del cinema moderno per certi versi – se così posso dire – mi “rincuora”, perché quanto affermato da Scorsese (qui ne parla “Il Post”) è assai attinente al mio pensiero al riguardo. Questa una delle sue osservazioni:

Non li guardo. Ci ho provato, sai? Ma non sono cinema. Sinceramente, la cosa a cui mi fanno pensare – pur ammettendo quanto bene sono fatti e come gli attori riescano comunque a tirarne fuori il meglio possibile – sono i parchi a tema. Quei film non sono un cinema fatto da esseri umani che provano a trasmettere emozioni ed esperienze psicologiche ad altri esseri umani.

Ecco. Proprio così. Se la cinematografia è un’arte, come lo è pienamente, molti dei filmoni moderni non sono arte ma mero intrattenimento commerciale se non consumista. Fatto benissimo, spettacolare, avvincente, ma non è arte cinematografica. Il paragone di Scorsese dei parchi a tema calza a pennello: un po’ come mettere a confronto un castello storico (qui, per dire, c’è un elenco di 20 dei più bei castelli italiani) con il castello di Disneyland: spettacolare ed emozionante ma, sotto ogni punto di vista, non è un vero castello e sfido chiunque a dire che non sia così.

Di contro, continuando a preferire di gran lunga di spendere il mio tempo libero nella lettura dei libri piuttosto che in altre attività, scelgo semmai di vedere qualche film di qualità del passato oppure qualche pellicola italiana – una cinematografia, quella nostrana, che annovera cose pessime ma pure opere notevoli e di ottimo livello, che usualmente non godono quasi mai di grande attenzione dai media e dal pubblico.

Chiudo questa mia riflessione come chiude l’articolo de “Il Post” e come, suppongo, chiosa amaramente lo stesso Scorsese:

Per chiunque sogni di fare film o stia appena iniziando a farli, il contesto è crudele e desolato. E anche solo scrivere queste parole mi riempie di tremenda tristezza.

La diseducazione culturale istituzionale

Quanto ai mezzi di comunicazione, è noto che stanno ben attenti a non sottovalutare quegli argomenti che sappiano essere d’interesse del loro pubblico. Televisioni e giornali, per farsi guardare e leggere, s’occupano scrupolosamente di tutto quello che alla gente preme, omettendo quanto viceversa esuli dalla sua curiosità. Il loro silenzio e l’apatia della politica dovrebbero indurre a riflettere sul reale interesse che in giro si nutre per il patrimonio d’arte comune, fin a chiedersi se davvero esso sia amato dal popolo. Verisimilmente no. E però dev’esser chiaro che al popolo, eventualmente, andrebbero comunque imputate poche colpe, perché la responsabilità è sempre di chi governa, di chi, cioè, ha il dovere, per dettato costituzionale, di educare: educare a vedere nel patrimonio l’essenza ineludibile della nostra memoria (personale e collettiva), favorire la maturazione della coscienza storica dei cittadini, promuovere l’aspirazione alla conoscenza del nuovo e vanificare invece la venerazione perniciosa del feticcio alimentata dalla cultura industriale, addestrare a leggere le opere d’arte alla stregua di componimenti poetici (quali a tutti gli effetti essi sono).

(Antonio Natali, Il silenzio sul patrimonio d’arte, su Artribune #44. Potete leggere l’intero articolo cliccando qui.)