Quei “geni” delle Ferrovie

Forse l’ho capita la strategia delle Ferrovie dello Stato itaGliane (o Trenitalia, o TreNord, insomma, come diavolo si chiamano): istituire sulla maggior parte delle linee il transito dei treni a cadenza oraria (o comunque armonizzata a quanto di seguito), accumulando nel frattempo ritardi che arrivino a un’ora circa (vedi l’immagine qui sopra). In tal modo il treno, per dire, delle 08.30 passa alle 09.30 ovvero quando dovrebbe passare quello dell’ora dopo ma dando la parvenza di essere in orario: in verità è in ritardo di 60 minuti ma, avendo sovrapposto i due transiti, tale ritardo apparentemente si annulla. In conseguenza di ciò: il primo treno del mattino transita un’ora dopo per chissà qual “sfortunato” guasto antelucano (basta anticiparlo di 60 minuti sull’orario ufficiale, tipo alle 04.00 se poi passa in ritardo alle 05.00 – e se qualcuno avesse effettivamente bisogno di un treno alle 04.00 di mattina, be’, che non pretenda troppo, che diamine!), e così via fino all’ultimo della sera che passerebbe un’ora dopo ma, non servendo ormai più a nessuno, può essere soppresso, ricavandone pure un conseguente “risparmio”.

Veramente geGnali questi delle Ferrovie dello Stato, o Trenitalia, o TreNord – insomma, come diavolo si chiamano. Non c’è che dire. E noi che li pensiamo “solo” terribilmente inefficienti!

(L’immagine fotografica l’ho ricavata dal profilo facebook di Simona Piazza, che ringrazio indirettamente per l’ispirazione.)

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L’appello a favore della cultura, e la pioggia nel deserto

L’appello ad una ben maggiore attenzione nei confronti della cultura da parte della politica, rivolto a questa da una nutrita schiera di intellettuali, artisti, studiosi, accademici ed esponenti vari del panorama culturale nazionale nell’imminenza del voto elettorale, mi dà l’impressione di un improvviso acquazzone in mezzo al deserto.

Ovvero, da un lato qualcosa di necessario, indispensabile, essenziale per un territorio tanto arido – culturalmente, e non solo – come purtroppo è quello italiano; dall’altro, un apporto di pioggia assolutamente vitale che tuttavia rischia di essere assorbito totalmente da un terreno, ribadisco, ormai inariditosi al punto da non saper trarre nulla o quasi di realmente rinvigorente, da una tale circostanza.

Sono pessimista, sì, perché ho la netta sensazione che le classi politiche e dirigenti italiane non da oggi ma da tempo abbiano scelto di mettere da parte la cultura, di relegarla in un angolo polveroso e buio quando non di ignorarla del tutto, inseguendo altri “valori” molto più materiali, biechi, assolutamente più degradanti ma in grado di conferire tornaconti particolari (ovvero a vantaggio dei singoli, non certo della collettività) nel breve periodo. Qualcosa, insomma, di totalmente antitetico a ciò che è la cultura, ma pure a ciò che è la civiltà.

Ben venga l’appello suddetto, anzi, sia lodato e glorificato in ogni modo. Ma che non resti un’iniziativa dettata dal momento elettorale, che l’appello diventi un’invocazione, una sollecitazione continua, un’esortazione costantemente reiterata e rivendicata. Come se quell’acquazzone estemporaneo potesse diventare un monsone, inondando quei territori al momento quasi del tutto desertici, rendendoli di nuovo culturalmente fertili, produttivi, vivi: e tutti noi che in qualche modo ci occupiamo di cultura dobbiamo essere “nuvole” cariche di siffatta indispensabile pioggia. È un dovere dalla cui messa in atto nessuno si può sentire sollevato. Perché – lo rimarca bene lo stesso appello – se la cultura è viva, vive anche la società e ugualmente è viva la civiltà. Il che in Italia, peraltro, significa pure fare “vivere” bene il PIL.

Sono considerazioni del tutto elementari, queste, di una logicità assoluta. Meno che per la politica italiana, temo, almeno per come ha agito fino a oggi.

P.S.: in ogni caso, come la penso sul tema lo scrissi pure qui – e ribadisco con crescente decisione quelle mie riflessioni.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere un articolo al riguardo tratto dall’Huffington Post.)

Il cancro della cultura (e non solo di quella)

Quasi tutte le volte che mi occupo di cultura attiva, ovvero di iniziative in ambito culturale di varia natura, immancabilmente – da anni, intendo dire – finisco per scontrarmi con quella convenzione, prassi, luogo comune, modus cogitandi o come diavolo lo si voglia chiamare, per il quale la cultura deve essere liberamente fruibile da tutti, dunque gratuita. Dunque non retribuita – o retribuita con “compensi” da fame. Come se il lavoro intellettuale e creativo, per sua natura immateriale, non fosse quantificabile e valorizzabile, dunque chi lo pratica s’attacca. Che nel principio sarebbe un po’ come dire che siccome, per ora, a fare viaggi interstellari non ci possiamo andare, tanto vale retribuire gli scienziati e ricercatori che studiano le stelle e lo spazio.

Tutto ciò, inoltre, non comporta solo che, se la produzione culturale non viene adeguatamente valorizzata, chi ne è artefice non venga altrettanto adeguatamente retribuito, ma pure che – assai biecamente – su di essa non si investa come sarebbe adeguato, anzi, indispensabile fare. E ciò comporta un’ulteriore conseguenza: che la produzione culturale non produca quella ricchezza che assolutamente potrebbe produrre, e sulla quale un paese come l’Italia potrebbe non dico prosperare ma quanto meno sostenersi e svilupparsi – culturalmente, pure: cosa oltre modo necessaria, inutile rimarcarlo.

Questa situazione rappresenta un vero e proprio cancro, per la cultura italiana. Un male via via sempre più incurabile, se non guarito rapidamente, che per giunta finirà per causare danni anche ad altri ambiti – quello sociale in primis.

Dunque? Dunque – scusate il linguaggio assai franco – vaffanculo a chiunque e a ogni cosa perseveri nel conservare un tale deleterio status quo. E un invito a boicottare qualsiasi iniziativa di natura culturale che si pretenda venga realizzata in maniera gratuita o malamente retribuita, rivolto in primis a chi ne è soggetto attivo – artisti, creativi, autori, eccetera – e subito dopo al pubblico. Il quale deve capire una volta per tutte che, se all’apparenza è “tanto bello” fruire contenuti culturali gratis, se fa tanto figo sostenere idee del tipo “la cultura deve essere a disposizione di tutti, anche di chi non se la può permettere!” (per carità, poi! Tra tanti Euro spesi per mere scempiaggini consumistiche, non si spendono pochi euro per un buon libro, uno spettacolo teatrale, una mostra d’arte? Suvvia, siamo seri!), alla fine dei conti la somma è 0. Zero, sì: zero cultura, ovvero la strada spianata all’imbarbarimento definitivo. Oltre che all’impoverimento economico, perché, come detto poco fa, la cultura può generare numerosi (e virtuosi!) punti di PIL, se la si coltiva al meglio.
Altrimenti, ribadisco, l’unica parola adatta è quella assai franca lì sopra. E basta.

La realtà della domanda e dell’offerta culturali oggi, in un “colpo” solo

Questo ironico – anzi, ancor più illuminante – diagramma l’ho trovato su una pagina facebook chiamata La vita di un montatore video (che è soprattutto un sito web e una community, guardate qui) ma in verità lo trovo perfetto per ogni altra (o quasi) attività culturale, ovvero in cui vi sia bisogno di un considerabile tot di ingegno creativo – e per l’attività di scrittura, letteraria o meno, ancora di più.

Si noti poi che i cerchi esterni sono quelli della domanda, i cerchi interni quelli dell’offerta (attuale), mentre il centro del diagramma corrisponde pure alla risposta alla naturale domanda “sì, ma c’è un pur minimo compenso?”. Condizione ideale sarebbe quella che i due insiemi di cerchi si invertissero e al loro centro vi fosse un SÌ o, quanto meno, che cominciassero a bilanciarsi nella forma e nella sostanza. Invece, nel centro, potete pure leggere la risposta a un’altra domanda, ovvero: ma di questo passo la produzione culturale in Italia può sopravvivere e magari prosperare, come dovrebbe accadere in qualsiasi società avanzata?

Ecco.

La sQuola ItaGliana

L’Italia si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%, pari a una spesa totale di 716 miliardi di euro sul settore) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). È quanto si può apprendere dalla lettura degli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione, citato in questo articolo de Il Sole24ore.

Per fare un significativo raffronto, la spesa della Germania resta su valori percentuali abbastanza simili a quelli italiani (4,3%). La prospettiva, però, diventa un po’ diversa quando si guarda ai valori assoluti: il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.

In parole povere – e se mi è concesso di essere (inevitabilmente) sarcastico – si conferma l’abitudine della politica italiana di sbattersene altamente della qualità dell’istruzione offerta ai cittadini dai vari gradi del sistema scolastico. Il che, sia chiaro, non significa che di principio la scuola italiana sia pessima (anzi!), semmai che la si vuole via via far diventare tale, strategicamente, per inesorabile “deperimento” delle sue virtù.

Non ci si lamenti, dunque, se poi il livello culturale diffuso nella società civile italiana sia infimo. D’altronde, non si può pensare che una pianta cresca rigogliosa se dall’inizio viene piantata (e alimentata) in un terreno reso sempre più sterile e inquinato.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.