La “valorizzazione”

“Valorizzazione”.
Già, perché spesso, quando si vogliono giustificare interventi e infrastrutture ad uso turistico con mera matrice ludica, ovvero di quelle che nel concreto non generano grandi ricadute positive (d’ogni genere) nei territori presso i quali vengono realizzate, i loro promotori parlano di “valorizzazione” del luogo e del paesaggio in questione. Come se prima non avessero valore, come se solo con tali opere ne possano guadagnare e le persone ne possano godere…

(Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.)

Valorizzazione. Un termine molto potente, in effetti. Peccato che a volte la sua potenza sfugga di mano a chi lo utilizza, già. Fin dall’accezione che gli si vuol dare: che si intende, infatti, con “valorizzazione” di un luogo o di un paesaggio? Abbellimento estetico? Creazione di un interesse turistico, e nel caso a favore di chi? È un sinonimo di “patrimonializzazione” del bene-paesaggio? O il “valore” a cui si fa riferimento è quello dei soldi pubblici spesi e fatti girare per fini non unicamente correlati all’opera realizzata (lo scrivo senza pensar male, sia chiaro)? Dunque alla fine cosa si “valorizza”? E in che modo?

Facendo un passo avanti in più, potrei anche chiedere: essendo che i luoghi di pregio e i loro paesaggi sono elementi culturali (c’è una specifica Convenzione Europea che lo sancisce nel proprio preambolo, d’altro canto), come possono essere valorizzati da interventi e infrastrutture che non propongono e non sviluppano, anche indirettamente, una fruizione di matrice culturale dei luoghi e dei paesaggi e non vengono nemmeno pensati per perseguire un tale fine pur così fondamentale per l’apprezzamento e la salvaguardia dei luoghi?

Ribadisco per l’ennesima volta (e l’avevo scritto anche nei miei precedenti articoli sulla passerella del Mallero e su quella dei Resinelli, alle quali si riferiscono i due articoli lì sopra): il problema di fondo non è cosa si fa, ma come si fa. Ovvero, il problema non è la passerella in sé così come qualsiasi altra opera similare, che può essere pensata bene o male ma alla fine è un manufatto al quale viene delegata una funzione la quale dovrebbe essere logica e coerente con il luogo, ma è la fruizione culturale (o meno) del luogo che la sua realizzazione propone e che deve essere parte integrante e irrinunciabile del progetto con la quale il manufatto viene realizzato. Viceversa, l’opera non è solo qualcosa di fine a se stesso o avente fini decontestuali da essa ma risulterà in breve inevitabilmente dannosa per il luogo in cui si trova.

Insomma: non è colpa del manufatto in sé se alcuni dei suoi fruitori non possiedono educazione, senso civico e non sono in grado di capire quanto il luogo nel quale si trovano sia tanto bello quanto delicato, ma la presenza del manufatto e quanto suscita mi ricorda per molti aspetti la cosiddetta teoria delle finestre rotte: se non la conoscete, ne potete sapere di più in questo mio articolo. Ecco: i promotori di tali infrastrutture turistiche dovrebbero per primi studiarsela per bene, quella teoria, riflettere sulla sua applicazione ai luoghi presso i quali si vogliano sviluppare “valorizzazioni” del genere nonché, riguardo le loro infrastrutture, cercare di non vederle per quanto siano belle e attrattive ma per ciò che sono e saranno in grado di costruire nel tempo a vantaggio concreto del luogo e dei suoi abitanti.

Altrimenti, inesorabilmente, anche la montagna con i suoi meravigliosi paesaggi diventerà soltanto un posto pieno di vetri rotti, nei quali nessuno più si recherà anche solo per il timore di ferirsi.

La bellezza della Dorsale Orobica Lecchese

Continuo a trovare numerose persone, che conosco molto o per nulla, le quali mi rimarcano i loro complimenti – insieme agli altri due autori Sara Invernizzi e Ruggero Meles – per la guida Dol dei Tre Signori e io ne sono sinceramente sorpreso e contento. Sorpreso non perché non pensassi che il libro non se li meriti, semmai più per una forma congenita di modestia che spero appaia poco falsa e più ingenua che mi rende lieto per qualsiasi complimento, il primo come l’ultimo, il più caloroso come il più compito; contento perché mi viene idealmente e spiritualmente da girare quegli apprezzamenti al territorio e ai luoghi che abbiamo narrato, i monti della Dorsale Orobica Lecchese, una regione prealpina per la quale l’aggettivo «spettacolare» si può declinare in innumerevoli modi senza mai che risulti esagerato, stucchevole e ingiustificato. Ovvero, per farvi capire ancora meglio il “concetto”:

[Fotografia di ©Alessia Scaglia.]
Ecco: sono monti, quelli della Dol, che meritano di essere frequentati con la conoscenza e la consapevolezza più complete di ciò che i loro territori e i paesaggi sanno offrire. Per questo, in fondo, abbiamo scritto la nostra guida: per far che la bellezza di questi luoghi possa riflettersi pienamente in chi li visiterà e diventare la bellezza di viverli, per poche ore o per molto più tempo ma comunque riconoscendoli come luoghi dove poter stare bene. Che è tantissima roba, non vi pare?

Per saperne di più sulla guida, potete cliccare sull’immagine in testa al post e consultare la pagina web orobie.it/cammini/ oppure la pagina Facebook I cammini di Orobie.

P.S.: e non dimenticate che sulla Dol ci si può andare per lunghi tratti anche in inverno con la neve al suolo. Date un occhio qui al riguardo.

 

Il CAI, Bonatti e il K2: ma quale “verità”!

Trovo alquanto utile e significativo l’articolo Una verità che arriva da lontano pubblicato sul numero di dicembre 2021 di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, col quale l’autore, Presidente Generale del sodalizio, torna sulla vicenda CAI-Walter Bonatti-K2.

È un articolo particolarmente utile non perché rimarchi che, a dire dell’estensore, il CAI fin dal 1994 «avesse appoggiato la versione di Bonatti» – cioè la verità sulla vicenda – ma proprio per come riesca a ottenere l’effetto opposto, ovvero evidenziare che per 40 anni il CAI (con alcune eccezioni ma mai “ufficiali”) abbia sostanzialmente dato del bugiardo e del millantatore a Walter Bonatti, cagionandogli sofferenze e dispiaceri che solo chi l’abbia realmente conosciuto è conscio della drammaticità – lo stesso Bonatti, ne Le mie montagne, le descrisse come «fin troppo crude per i miei giovani anni».

Quarant’anni di infamia che in verità sono anche di più, per come la risoluzione finale della vicenda arrivò solo nel 2004 con la cosiddetta “Relazione dei tre saggi” poi ratificata in vari modi negli anni successivi. Dunque sono 50 gli anni effettivi di falsità del CAI nei confronti di Walter Bonatti. Cinquanta. Non solo: è bene ricordare che ancora nel 2003 – dunque non nel 1994 – Bonatti dichiara (intervista a “La Repubblica” del 8 ottobre 2003, pagina 15) che «Io sul K2 in una notte del ‘54 sono quasi morto, ma quello che mi ha ucciso è questo mezzo secolo di menzogna» e che in K2 La verità. 1954 – 2004 (Baldini Castoldi Dalai Editore, ristampato nel 2021 da Solferino Libri), pubblicato nel 2007, così scrive alle pagine 206-207 proprio in riferimento a quel 1994 della “verità” così celebrata dal CAI:

Siamo giunti al quarantesimo anniversario della conquista del K2, e il CAI, finalmente, annuncia la tanto attesa revisione storica dell’assalto finale alla grande montagna.
Ma è proprio qui che si manifesta il bluff del Club Alpino Italiano, ovvero l’inganno di considerare, come pretesa revisione storica, una motivazione niente affatto pertinente alla reale «pietra dello scandalo». Cosa quindi mai da nessuno ritenuta «sospetta».
Così il CAI Centrale si limita a «riconoscere a Bonatti il giusto merito per l’apporto alpinistico da lui dato alla vittoria del K2»… E chi mai, fin dall’inizio, ne aveva dubitato? Risultò insomma, tout court, una finta, assurda e persino ridicola revisione storica.

Dunque, dal mio punto di vista, quello pubblicato sull’ultimo numero di “Montagne360”, è un articolo mendace e ipocrita, anche per come cerchi maldestramente di scansare dati e vicende oggettive che ne minano qualsiasi eventuale valore “positivo” – in primis proprio nell’esaltare 17 anni di favore del CAI verso Bonatti (morto nel 2011, lo ricordo) a fronte di 40 anni di fango. Ovvero 7 anni contro 50, se si considera la “revisione” del 2004.

Ma è pure un articolo ruffiano, visto che sfrutta il traino (ritenuto funzionalmente propizio, con tutta evidenza) della docufiction su Bonatti andata in onda su Rai Uno lo scorso settembre, ed è anche sorprendentemente puerile, per come tenti di avallare la propria versione dei fatti mostrando l’immagine di una dedica di Bonatti all’autore dell’articolo quasi che con essa si possa indubitabilmente sostenere che Bonatti avesse concesso la propria totale riconciliazione al CAI – quando semmai quella dedica dimostra una volta di più la sua costante e grandissima signorilità verso tutti, una dote che chiunque lo abbia conosciuto avrà sempre riscontrato, anche nei suoi momenti più cupi.

Insomma, ribadisco: per quanto mi riguarda, Una verità che arriva da lontano è uno scritto idealmente esecrabile, che da un lato offende la memoria di Walter Bonatti sfruttandone il nome per rivendicare “verità” distorte e fallaci, ma dall’altro dimostra nuovamente la notevole dote del Club Alpino Italiano di palesare, appena dietro la propria prestigiosa immagine storica, il solito armadio pieno di scheletri tanto ipocriti quanto demoralizzanti per chi invece vorrebbe riconoscerne la reputazione e l’autorità riguardo tutto ciò che è “montagna” il più frequentemente possibile.

Quanto sopra, sia chiaro, con il pieno e immancabile rispetto personale e istituzionale delle figure che in questo mio scritto ho più o meno direttamente citato e coinvolto esclusivamente al riguardo degli argomenti disquisiti.

Alt(r)ispazi, alt(r)e riletture!

Ringrazio di cuore Alt(r)ispazi, il sito/blog dell’Associazione Culturale Ettore Pagani – un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che opera in ambito culturale a favore della maggiore conoscenza del mondo della montagna – per aver ripostato il mio articolo Piove? Evviva! pubblicato in origine qui e nel quale raccontato dell’affascinante esperienza personale vissuta con Michele Comi nell’edizione 2021 di Alt(ro) Festival, in Valmalenco, in una giornata con condizioni meteorologiche “avverse”. Ma avverse da chi e da cosa, poi?

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere il mio racconto, e buona alt(r)a lettura!

“IL” monte

[Il Cervino visto dai dintorni di Torgnon. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Torgnon – Valle del Cervino“.]

Sul versante di Valtournenche, il Cervino non era solo identificato con tale oronimo o con quello vernacolare di Gran Becca, ma anche – seppur in forma indiretta – con il nome “Tor”, un termine di origine prelatina e di genere maschile che dunque non c’entrerebbe con l’origine dell’attuale termine “torre” (turris, sostantivo femminile) il quale spesso, nell’oronomastica, indica cime montuose particolarmente slanciate e affusolate. Tor indica genericamente “il monte”, così designato dai montanari in maniera del tutto utilitaristica al mero fine di distinguerlo dagli altri luoghi frequentati dacché di maggior utilità – un po’ come per Gran Becca, nel principio – ma l’abate Joseph-Marie Henry, uno degli ultimi preti-alpinisti-scienziati valdostani, in un articolo del 1938 scrive che

«Il Tor per eccellenza è il Cervino, quello che ha dato il nome a tutta la valle posta ai suoi piedi: Vallée du Tor, Vallis Tornina, Vallis Tornaca, Valtournenche. […] La prima attestazione della parola Tor compare in questa valle all’uscita dalle tenebre, dopo l’anno mille, e si tratta di Tornion.»

così pure rivelandoci la probabile origine del nome della valle, che in effetti fino alla metà del XX secolo veniva chiamata Valtorenche con un riferimento più diretto ed evidente al termine “tor” e alle sue derivazioni locali. D’altro canto bisogna ricordare che un tempo l’alta Valtournenche veniva raggiunta non dal fondovalle, ove corre l’itinerario stradale attuale, ma dal Col de Saint-Pantaléon/Colle di San Pantaleone, in destra idrografica, e appena superato il valico per scendere verso Torgnon il Cervino appariva improvvisamente di fronte ai viandanti dell’epoca in tutta la sua gigantesca maestosità, destando sicuramente una grande emozione e così giustificando la denominazione di Tor ovvero di “monte per eccellenza” per tutta quella parte di territorio valdostano.

(È un estratto dal testo dell’intervento che ho tenuto nell’estate 2020 a Valtournenche intitolato Valtournenche, Breuil, Cervinia, Cervino, Gran Becca: i nomi dei luoghi raccontano la loro storia, nell’ambito dell’edizione 2020 di Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino, la rassegna organizzata a Breuil Cervinia-Valtournenche dall’Officina Culturale Alpes con il patrocinio del Comune di Valtournenche e del Consorzio Cervino Ski Paradise. Lo trovate anche raccontato in maniera completa dallo scrivente in questo video della serie “Cervino’s Tales” sul canale YouTube di Cervino Tourism Management.)