Iperturismo, super funivie, mega resort… Cosa è “normale” e cosa non lo è più, sulle montagne di oggi?

[La funivia a due piani di Samnaun, in Svizzera, da 180 persone a cabina. Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
In uno dei tanti passaggi interessanti e stimolanti (alle pagg.115-116) del suo libro “All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche” (del quale vi scriverò presto), Selma Mahlknecht pone l’attenzione su come sulle montagne il turismo sempre più massificato abbia imposto i rigonfiamento, l’ingigantimento di ogni cosa, spostando sempre più in là il limite ovvero sostanzialmente negando che ve ne possa essere qualcuno:

Quand’è che il turismo diventa troppo? Il limite di tolleranza varia in continuazione. Quando si raggiunge un eccesso precedentemente messo in conto, la nostra sensibilità si adatta alla nuova realtà e sposta la soglia del dolore un poco più in là. Come nelle terapie di iposensibilizzazione, l’aumento costante della dose porta a una crescente insensibilità, o come in una dipendenza patologica, si ha il bisogno di alzare continuamente l’asticella del consumo per provare ancora qualche stimolo.

Mahlknecht ha ragione, drammaticamente ragione. Fateci caso: rifugi e ristori lungo le piste da pochi coperti fino a qualche tempo fa oggi servono centinaia di pasti al giorno assomigliando a mense industriali, funivie che caricavano pochi passeggeri per cabina ora ne portano 150 e più, sentieri escursionistici lungo i quali ci si doveva fermare per far passare gli altri camminatori oggi sono ampi tracciati ciclabili se non carrabili, alberghi e pensioni da poche camere e con servizi spartani ora sono grand hotel a più stelle con servizi d’ogni genere per centinaia di ospiti, eccetera.

Una volta le prime cose citate erano normali e nessuno pensava che non potessero esserlo, oggi è “normale” che siano diventate come descritto e nessuno penserebbe di tornare indietro a ciò che erano prima. Tuttavia, sia un tempo che oggi, in montagna ci si divertiva e ci si diverte, si sciava, si faceva la coda agli skilift (gli skilift! Solo uno sciatore per volta che saliva, roba da cavernicoli!) così come oggi alle grandi funivie, si facevano/fanno escursioni, si aspettava/aspetta il proprio turno per pranzare in rifugio. Solo che ogni cosa si è ingigantita – strade parcheggi hotel impianti sentieri rifugi – e questo processo di ingrandimento crescente non sembra avere termine, mentre di contro le montagne sono ancora quelle di una volta, non crescono di più, non hanno più spazio da offrire. Se non sfruttando e consumando il territorio naturale ancora intatto: come se da una parte non ci possano e debbano essere limiti e dall’altra, sulle montagne, di limiti ce ne siano eccome ma lo si ignora.

[La funivia Campodolcino-Alpe Motta, nel comprensorio sciistico di Madesimo in valle Spluga, attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta, che presi tante volte da ragazzino per andare a sciare: 16 persone per cabina, code di ore in salita e in discesa.]
Ribadisco: era “normale” la montagna di una volta ed è “normale” quella di oggi, nel senso che la norma è ciò che noi accettiamo sia tale: ma è evidente che si tratti di due dimensioni differenti, di due montagne rese differenti, di modi di fruirle che hanno la stessa forma ma sostanze ben diverse, dettate dal fatto che il turismo pretende e abbisogna di mandare sempre più persone in montagna ma pure da come noi percepiamo e consideriamo – o non consideriamo – cosa sia la montagna e cosa possa o debba essere. E se ci meravigliamo, in bene o in male, quando vediamo quanto sia diventato grande e confortevole un rifugio lungo le piste da sci che anni fa era piccolo e spartano, facciamo più fatica a constatare cosa sono diventate le montagne nello stesso tempo, le pensiamo sempre come “normali” nella loro apparente immutabilità: diventiamo sempre più insensibili nonché bulimici, come scrive Mahlknecht. In effetti non sono le montagne che cambiano, siamo noi a cambiare, le nostre visioni, gli immaginari, le pretese, le “verità”, e tutto quello che da ciò poi deriva, inclusi i segni che lasciamo sulle montagne – strade case impianti piste eccetera. E ogni cambiamento può essere in meglio oppure in peggio, ça va sans dire.

[Sopra, la “Baita del Sole”, ristoro-alloggio sulle piste di Madesimo, negli anni Settanta; sotto, un “rifugio” (il “Piz Boé Alpine Lounge“) sulle piste dell’Alta Badia, nelle Dolomiti.]
Dunque, per dircela tutta: è veramente normale, la “normalità”? Al netto del contesto temporale in cui si manifesta e di ogni altro ragionamento possibile al riguardo, chi lo stabilisce che lo sia e su quali basi? Perché ciò che un tempo ci sembrava normale oggi non lo è più – ovvero, era più normale prima o adesso? Ancora: non è che ciò che noi stabiliamo come “normale” per il nostro mondo, in base al nostro giudizio, non lo è per il mondo stesso del quale comunque siamo parte?

No, non «si stava meglio quando si stava peggio signora mia!», questa riflessione che state leggendo non vuole affatto essere passatista – per carità, il passatismo è tra le cose più ottuse che si possano manifestare. Ma altrettanto ottuso io penso sia il dare per scontato ciò che potrebbero non esserlo, il considerare qualcosa “normale” senza pensare, riflettere o stabilire quale sia la norma che lo sancisce, e credere che qualcosa possa essere “normale” anche quando genera rischi che invece si potrebbero evitare, con una maggior ponderazione della norma alla base. Fino ad arrivare – per dirne una – a lamentarsi dell’overtourism in montagna e del degrado conseguente quando sulle vette della zona ci arrivano funivie da 150 persone, telecabine da portate di 6000 persone all’ora e ai piedi sono stati realizzati parcheggi da centinaia di posti auto circondati da hotel da duecento camere dove prima c’erano una piccola funivia, uno spiazzo per le auto e qualche piccola pensione. Dove sta il punto di equilibrio – sempre che ce ne sia uno – tra le due dimensioni? E quello di rottura, se l’ingigantimento continua senza sosta e senza che sappiamo stabilirne normalità o anormalità?

[Tignes, rinomata località “ski total” sulle Alpi francesi.]
Non «si stava meglio quando si stava peggio», di sicuro, ma forse si sta veramente meglio quando si riesce a capire ciò che ci può far stare peggio, traendone da questa consapevolezza una “norma”, una normalità, non solo condivisa ma pure sensata, equilibrata, contestuale, veramente razionale e, dunque veramente benefica per tutti. Anche perché a dare per scontate troppe cose, sulle montagne anche più di altrove, ha sempre generato molti problemi e conseguenze infauste. Meglio evitarle.

Tutti invocano il senso del limite in montagna, e poi… Dolomiti senza limiti!

«Live the Dolomites without limits», vivere le Dolomiti senza limiti.

Già, senza limiti di decenza, di vergogna, di disprezzo verso le montagne.

L’immagine e lo slogan che vedete vengono da Ski.it, il consorzio che raccoglie le Funivie di Folgarida e Marilleva, Madonna di Campiglio e Pinzolo; è comparso anche in una pagina pubblicitaria del “Corriere della Sera” e probabilmente, mi viene da pensare, di qualche altro quotidiano.

Ma ci rendiamo conto? Ancora oggi, nella realtà problematica come mai prima d’ora per le montagne, con tutte le criticità dettate da un lato dalle circostanze in corso, climatiche e ambientali soprattutto, e dall’altro da certi modelli economico-turistici sempre più devastanti per i territori, le culture locali e le comunità residenti, si reitera un linguaggio, un immaginario e un atteggiamento nei confronti delle montagne così scriteriato?

Si sostiene da sempre più parti e con frequenza crescente che le montagne hanno un disperato bisogno di riscoprire il senso del limite (il progetto Monveso di Forzo – Mntagna Sacra è nato e lavora proprio per questo), ma chi ne governa le sorti (turistiche e non solo) continua invece a pensarle solo come uno spazio da sfruttare e consumare illimitatamente, fino a che non resti più nulla. Un atteggiamento che, se posso essere franco, trovo delinquenziale, ecco.

Panorama di Madonna di Campiglio con lo sfondo delle Dolomiti di Brenta. Immagine di
Paolo Bisti tratta da www.dovemontagna.it.]

Come scrive bene Michil Costa nella sua lëtra (“lettera” in ladino) del 1 luglio scorso, dalla quale trae origine anche questo mio articolo,

“Vivere le Dolomiti senza limiti”: davvero questa è la direzione giusta? In un’epoca in cui tutto sembra vendibile e accessibile, riflettiamo sul valore dimenticato del limite. Perché custodire la montagna significa anche saper dire no, con amore e responsabilità. Un turismo senza regole è una forza distruttrice. Trasforma l’ambiente in merce, la comunità in servizio, l’ospitalità in servitù. Ma esiste un turismo rigenerativo, non per consumare, ma cura per il mondo. Un turismo possibile che accenda la vita culturale, sociale, economica, fatto con e attraverso la relazione che stabilisce una connessione: io sono ospite della natura, non il suo padrone, e sono grato di poterne essere parte. Le comunità devono saper accogliere e anche dire no e quando il no è forte è condiviso deve essere rispettato.

Dunque, basta con questo “no limits”, basta con questo linguaggio tossico, spregevole e violento nei confronti delle montagne e con il menefreghismo verso la loro realtà, l’ambiente naturale, verso le comunità che vi abitano e il loro futuro. E basta con questo immaginario alpino non solo obsoleto o ormai fuori luogo ma anche pericoloso! In montagna si può far tutto ma solo se alla base vi sia il buon senso, che significa anche percepire, elaborare e rispettare i limiti che in ogni territorio contribuiscono a mantenere la bellezza del paesaggio, l’equilibrio ecosistemico, il benessere dei residenti, la qualità dell’accoglienza turistica, la salvaguardia ambientale, la cultura, l’identità e la coscienza dei luoghi.

Basta con queste manifestazioni di prepotenza nei confronti dei territori montani. Non si può più andare avanti così, per il bene delle montagne e di chiunque le ami da abitante, residente temporaneo, frequentatore o turista occasionale. Basta!

[Veduta invernale del comprensorio sciistico di Madonna di Campiglio. Immagine tratta da https://turistipercaso.it.]
Nota finale: l’immagine e lo slogan dei quali ho scritto vengono da un comprensorio che solo poche settimane fa si è vantato sui media di aver introdotto un tetto alla vendite di skipass giornalieri nei periodi di alta stagione, in vigore dal prossimo anno.
Be’, fatemi capire: si mette un “limite” alla vendita degli skipass invernali e poi si invita a fruire delle proprie montagne “senza limiti”? Cos’è, una bizzarra manifestazione di bipolarismo, oppure vera e propria (nonché bieca) ipocrisia?

“Destra” e “sinistra”, concretamente

Posti anche certi fatti recenti di cronaca-politica-costume-gossip – fatti ordinariamente italiani, insomma, dei quali l’opinione pubblica viene forzatamente nutrita fino a renderla dipendente – mi sembra evidente che la “destra” e la “sinistra” italiche, già politicamente svaporate da decenni (Gaber docet), siano diventate soprattutto la manifestazione di due “tipi umani”, cioè due modelli psicosociali tipici rappresentativi di quella categoria un tempo definita dell’italiano medio, le cui peculiarità descrivono bene, e solo per effetto collaterale siano l’espressione delle relative “ideologie” (se ancora si possano definire tali e il termina non appaia sovradimensionato). L’opposto della fenomenologia classica, in pratica, la quale semmai imporrebbe che siano le ideologie a determinare i comportamenti: ma essendo la società italiana scarsamente (eufemismo) propensa a elaborare ideologie – e men che meno idee -, si riferisce ad esse adattandole meramente ai propri tipi umani. Non che altrove vada tanto diversamente, sia chiaro, ma diciamo che in Italia questo fenomeno assume dimensioni tali da apparire ancora più evidente fino a diventare, per molti versi, grottesco, e rappresentare lo strumento di identificazione ovvero il marcatore referenziale principale anche per la classe politica, la quale appunto non asseconda più tanto le ideologie di riferimento quanto l’elettorato umano tipico relativo.

Dunque:

“Destra”: i maleducati, supponenti, prepotenti, menefreghisti, gradassi, ipocriti, ignoranti, bigotti, egoisti e egotisti, quelli che pensano di avere sempre ragione e gli altri sempre torto.

“Sinistra”: i sussiegosi, lamentosi, confusi, indecisi e irresoluti, ipocondriaci, indifferenti, melliflui, baciapile, ipocriti, quelli che pensano di avere sempre ragione ma si danno torto da soli.

E il “centro”, chiederà qualcuno? Be’, sempre che esista un “centro”, oggi, e che non sia semplicemente la “destra” o la “sinistra” dai caratteri meno accentuati, è diventato a sua volta la rappresentanza di un tipo umano italico ben diffuso: quello che vuole sempre mantenere il piede in due scarpe, restare nel mezzo non per mediare le posizioni ai lati ma per saltare di qua e di là in base alle proprie convenienze del momento.

Da questa bizzarria psicosociale – mi viene di definirla così, visto che di politico nel senso autentico del termine ha ben poco e men che meno di culturale – ne deriva un circolo vizioso autoalimentante, con il quale non più solo il popolo determina i governanti che merita ma pure questi secondi alimentano la fenomenologia umana dei primi facendosene manifestazione parossistica, in una corsa comune verso il degrado senza limiti apparenti. Le parti ideologiche dunque non guidano più l’evoluzione politica della società civile, anzi, non si pongono remore nel rappresentarne la parte peggiore. Che fortunatamente non è ormai più quella preponderante, visto che una fetta sempre più ampia di popolazione, ben oltre la metà, non si reca più a eleggere rappresentanti politici. Cosa negativa per certi aspetti ma per altri inevitabile e pure necessaria: forse l’unica forma di disobbedienza civile che si può ancora manifestare nel nostro mondo contemporaneo, con la speranza che vi sia correlata una altrettanto necessaria e proficua consapevolezza civica. Questa sì sarebbe la base del “tipo umano” più auspicabile da alimentare e sviluppare, nella società civile del paese.

Senza dare una sola occhiata

[Una veduta lacustre del centro di Bellagio. Immagine tratta da qui.]

Questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume radio e televisori e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche sui binari della metropolitana, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo «A mia moglie, che ha battuto a macchina con amore il manoscritto», si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi d’ufficio «buon lavoro», sono ancora quelli che nelle gite aziendali sul Lago di Como si raccolgono in circolo compatto intorno a una chitarra scordata, magari sottoponte, e fanno il percorso Como Bellagio e ritorno senza dare una sola occhiata all’acqua, alle rive, alle ville, alle montagne, al cielo. La sera, uscendo dalla stazione, comprano un chilo di prugne all’acetone e la gita è finita.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pagg.89-90.)

La ripartenza del campionato

[Immagine tratta da qui.]
Certo che, tutta questa discussione sulla ripartenza del campionato di calcio, non so, dico – riparte il giorno X, no, il giorno Y, la lega dice sì e i calciatori dicono no, gli allenamenti singoli e di gruppo o di gruppi singoli o di single, i diritti tv, gli stipendi, i contratti, i calciatori dicono no, la lega dice sì, porte chiuse, porte aperte, porte a metà, annullare la stagione giammaiiiiii, i tifosi dicono sì, i tifosi dicono no, la lega dice nì, il ministro dice «Eh?», le promozioni le retrocessioni e i diritti tv ah no, già citati, il paese senza pallone giammaiiiiii ma senza tamponi amen, a proposito, e i tamponi?, eccetera eccetera eccetera – dico eh, ma a me pare una cosa tremendamente grottesca, che dimostra una volta ancora (se mai ce ne fosse bisogno) che il calcio in quanto gioco è morto, e in quanto sport è un tossicomane ormai in overdose da denari e scemenze.

Nel mentre che le altre discipline sportive, assai meno “drogate”, senza troppe discussioni hanno constatato la realtà di fatto e agito di conseguenza, senza troppe chiacchiere, annullando le proprie stagioni e arrivederci a quando si potrà di nuovo gareggiare senza problemi di sorta, il calcio invece no: esattamente come un tossico (pur vestito d’abiti firmati) in crisi d’astinenza, striscia a terra paonazzo invocando disperato la propria ennesima dose – e quelli intorno, quelli che al calcio e alla grottesca sceneggiata che è diventato un gioco altrimenti bellissimo e affascinante danno ancora credito, tutti a discutere credendo la questione d’importanza fondamentale per il paese. Nonostante tutti gli altri gravi problemi generati dalla situazione in corso, i contagi i morti le terapie intensive la crisi economica e tutto il resto, già.

Un paese d’altro canto fermo a millenni fa, al riguardo: nel panem et circenses di oggi, i secondi hanno solo cambiato attività scegliendone una assai meno nobile ma evidentemente più adatta – anzi adattata – al proprio pubblico di riferimento, ecco.