No limits needs a limit!

Credo che al giorno d’oggi vivere in modo “no limits”, un “concetto” o stile ben presente nel modus vivendi contemporaneo (al di là dei suoi usi più ordinariamente “commerciali” i quali tuttavia ben contribuiscono al suo senso più diffuso), significhi proprio superare tutti quei convenzionalismi indotti che pretendono di abbattere ogni limite, celando (anche) in questo modo la loro autentica natura conformista. Come la vera libertà significa essere liberi di non dover andare oltre, ovvero di sapere da sé la consistenza della propria libertà senza bisogno di “istruzioni” altrui, il pretendere di non avere limiti è un po’ come l’essere in mezzo a un’immensa piatta prateria, priva di rilievi orografici, nella quale potersi muovere ovunque “liberamente” ma senza avere alcun ostacolo, dunque alcun riferimento, per capire dove si ci trovi e tanto meno verso dove ci si stia muovendo. Una assenza di limiti che non dona una vera libertà, ma l’angoscia e il terrore di una completa – ancorché incompresa – indeterminatezza: quello che si prova quando ci viene detto di essere (e ci si vuole credere) “liberi” ma non si sa da cosa.

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Polveri sottili e parole pesanti

Oltre a rilevare la quantità di polveri sottili che respiriamo quotidianamente nei nostri paesi e nelle città, sensori analoghi dovrebbero rilevare la quantità di parole stolte e inutili emesse in aria che udiamo ogni giorno, fissando similari limiti da non superare per preservare l’incolumità pubblica. Perché se di frequente le prime ci soffocano saturando i polmoni di sostanze nocive, pure le seconde molto spesso ci soffocano riempiendo la mente di colossali scempiaggini, e la nocività è diversa nella forma ma, per certi aspetti, non meno letale nella sostanza.