Se la “sindrome di Heidi” fa ancora danni, sui monti

La trasfigurazione della lotta quotidiana per la sopravvivenza in aree montane strutturalmente deboli in un auspicabile ideale di esistenza è stata in primo luogo un’invenzione di circoli borghesi urbani. Non va dimenticato, per esempio, che Johanna Spyri, l’autrice di Heidi, un successo mondiale, abitava in un moderno appartamento di Zurigo e detestava i lavori domestici, mentre la sua innocente e sonnambula protagonista faceva ritorno, dalla residenza altoborghese di Francoforte, alla miseria degli alpeggi e alle spicciole cure del nonno. Questo genere di racconti svenevoli produceva nei lettori di città un desiderio nostalgico di ancestralità, serenità d’animo e radicamento, in breve, di ciò che abbiamo imparato ad associare all’ingannevole concetto di Heimat. Tuttavia questa Heimat fantasticata doveva ancora essere messa in scena.

A pagina 91 del suo importante e illuminante libro All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche, uscito nel 2024, Selma Mahlknecht ritorna a quella “malattia” della quale ancora oggi la montagna contemporanea soffre, la cosiddetta “sindrome di Heidi”, che ha fatto da radice a molta della visione superficiale e banalizzante con la quale il turismo di massa considera le montagne e le trasforma in quella “Heimat” ingannevole citata nel brano. Una visione che, appunto perché semplicistica, risulta del tutto funzionale ai propri interessi meramente economici e consumistici.

Ma le considerazioni di Mahlknecht rimandano anche a un altro libro basilare, quel Kill Heidi del compianto Sergio Reolon – che fu Presidente della Provincia di Belluno negli anni Duemila e raro esempio di politico assennato e consapevole – il quale fin dal titolo (e ancor più nel sottotitolo: Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose) appare pienamente programmatico rispetto alla suddetta “sindrome”. Che peraltro viene alimentata pure da tre delle quattro categorie nelle quali, nel libro, Reolon suddivideva gli abitanti delle montagne: il non montanaro, il montanaro scompaginato, il montanaro localista e il montanaro civicus – categorie mirabilmente raffigurate nel disegno di Michele Comi che vedete qui sotto.

Figure che, nei primi tre casi, rappresentano appunto la causa/effetto dello stato precario della montagna contemporanea: tra chi pretende di avere voce sulle questioni montane solo perché sui monti ci va a fare le vacanze (sovente in hotel di lusso e salendo sulle cime esclusivamente in funivia), chi in montagna ci vive ma non conosce nemmeno i nomi delle vette e delle località visibili dalle finestre di casa, chi invece forse quelle le conosce ma le usa (usando ugualmente preconcetti e identitarismi privi di cultura e ricchi di demagogie) come baluardi entro i quali barricarcisi, rifiutando qualsiasi possibile evoluzione. Infine chi, invece, riesce a coltivare una certa coscienza su come stanno andando le cose e capisce che con l’idea alpestre artefatta di Heidi e dei suoi epigoni reali, con le caprette-che-fanno-ciao ma pure con le seconde case (vuote per 355 giorni all’anno) o gli impianti di sci per piste sulle quali non nevica più (se non grazie all’innevamento artificiale, ovvero prosciugando torrenti e laghi alpini per far divertire qualche annoiato turista e un tot di stranieri per i quali essere sulle Alpi o in Nuova Zelanda non fa granché differenza) ovvero con tutte le (non) strategie di sviluppo turistico messe in atto negli ultimi decenni la montagna non va da nessuna parte, anzi, si sta viepiù danneggiando da sola.

[Un parco divertimenti a tema Heidi in Carinzia, Austria.]
Bene: se tenete conto che quest’ultimo capoverso che avete appena letto lo scrissi più di 8 anni fa proprio “recensendo” il libro di Reolon, e nonostante ciò è tutt’ora validissimo, capite bene come la “sindrome di Heidi” non solo sia ancora ben attiva sulle nostre montagne, ma che una cura efficace ad essa, almeno in molti luoghi, non sia stata ancora realmente trovata. D’altro canto, forse la cura migliore è proprio quella che Reolon rese titolo del proprio fondamentale libro, con buona pace della celeberrima e pur gentilissima Signora Spyri.

P.S.: posto tutto quanto sopra, è bene dire che Heidi non ha colpe, poverina.

Iperturismo, super funivie, mega resort… Cosa è “normale” e cosa non lo è più, sulle montagne di oggi?

[La funivia a due piani di Samnaun, in Svizzera, da 180 persone a cabina. Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
In uno dei tanti passaggi interessanti e stimolanti (alle pagg.115-116) del suo libro “All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche” (del quale vi scriverò presto), Selma Mahlknecht pone l’attenzione su come sulle montagne il turismo sempre più massificato abbia imposto i rigonfiamento, l’ingigantimento di ogni cosa, spostando sempre più in là il limite ovvero sostanzialmente negando che ve ne possa essere qualcuno:

Quand’è che il turismo diventa troppo? Il limite di tolleranza varia in continuazione. Quando si raggiunge un eccesso precedentemente messo in conto, la nostra sensibilità si adatta alla nuova realtà e sposta la soglia del dolore un poco più in là. Come nelle terapie di iposensibilizzazione, l’aumento costante della dose porta a una crescente insensibilità, o come in una dipendenza patologica, si ha il bisogno di alzare continuamente l’asticella del consumo per provare ancora qualche stimolo.

Mahlknecht ha ragione, drammaticamente ragione. Fateci caso: rifugi e ristori lungo le piste da pochi coperti fino a qualche tempo fa oggi servono centinaia di pasti al giorno assomigliando a mense industriali, funivie che caricavano pochi passeggeri per cabina ora ne portano 150 e più, sentieri escursionistici lungo i quali ci si doveva fermare per far passare gli altri camminatori oggi sono ampi tracciati ciclabili se non carrabili, alberghi e pensioni da poche camere e con servizi spartani ora sono grand hotel a più stelle con servizi d’ogni genere per centinaia di ospiti, eccetera.

Una volta le prime cose citate erano normali e nessuno pensava che non potessero esserlo, oggi è “normale” che siano diventate come descritto e nessuno penserebbe di tornare indietro a ciò che erano prima. Tuttavia, sia un tempo che oggi, in montagna ci si divertiva e ci si diverte, si sciava, si faceva la coda agli skilift (gli skilift! Solo uno sciatore per volta che saliva, roba da cavernicoli!) così come oggi alle grandi funivie, si facevano/fanno escursioni, si aspettava/aspetta il proprio turno per pranzare in rifugio. Solo che ogni cosa si è ingigantita – strade parcheggi hotel impianti sentieri rifugi – e questo processo di ingrandimento crescente non sembra avere termine, mentre di contro le montagne sono ancora quelle di una volta, non crescono di più, non hanno più spazio da offrire. Se non sfruttando e consumando il territorio naturale ancora intatto: come se da una parte non ci possano e debbano essere limiti e dall’altra, sulle montagne, di limiti ce ne siano eccome ma lo si ignora.

[La funivia Campodolcino-Alpe Motta, nel comprensorio sciistico di Madesimo in valle Spluga, attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta, che presi tante volte da ragazzino per andare a sciare: 16 persone per cabina, code di ore in salita e in discesa.]
Ribadisco: era “normale” la montagna di una volta ed è “normale” quella di oggi, nel senso che la norma è ciò che noi accettiamo sia tale: ma è evidente che si tratti di due dimensioni differenti, di due montagne rese differenti, di modi di fruirle che hanno la stessa forma ma sostanze ben diverse, dettate dal fatto che il turismo pretende e abbisogna di mandare sempre più persone in montagna ma pure da come noi percepiamo e consideriamo – o non consideriamo – cosa sia la montagna e cosa possa o debba essere. E se ci meravigliamo, in bene o in male, quando vediamo quanto sia diventato grande e confortevole un rifugio lungo le piste da sci che anni fa era piccolo e spartano, facciamo più fatica a constatare cosa sono diventate le montagne nello stesso tempo, le pensiamo sempre come “normali” nella loro apparente immutabilità: diventiamo sempre più insensibili nonché bulimici, come scrive Mahlknecht. In effetti non sono le montagne che cambiano, siamo noi a cambiare, le nostre visioni, gli immaginari, le pretese, le “verità”, e tutto quello che da ciò poi deriva, inclusi i segni che lasciamo sulle montagne – strade case impianti piste eccetera. E ogni cambiamento può essere in meglio oppure in peggio, ça va sans dire.

[Sopra, la “Baita del Sole”, ristoro-alloggio sulle piste di Madesimo, negli anni Settanta; sotto, un “rifugio” (il “Piz Boé Alpine Lounge“) sulle piste dell’Alta Badia, nelle Dolomiti.]
Dunque, per dircela tutta: è veramente normale, la “normalità”? Al netto del contesto temporale in cui si manifesta e di ogni altro ragionamento possibile al riguardo, chi lo stabilisce che lo sia e su quali basi? Perché ciò che un tempo ci sembrava normale oggi non lo è più – ovvero, era più normale prima o adesso? Ancora: non è che ciò che noi stabiliamo come “normale” per il nostro mondo, in base al nostro giudizio, non lo è per il mondo stesso del quale comunque siamo parte?

No, non «si stava meglio quando si stava peggio signora mia!», questa riflessione che state leggendo non vuole affatto essere passatista – per carità, il passatismo è tra le cose più ottuse che si possano manifestare. Ma altrettanto ottuso io penso sia il dare per scontato ciò che potrebbero non esserlo, il considerare qualcosa “normale” senza pensare, riflettere o stabilire quale sia la norma che lo sancisce, e credere che qualcosa possa essere “normale” anche quando genera rischi che invece si potrebbero evitare, con una maggior ponderazione della norma alla base. Fino ad arrivare – per dirne una – a lamentarsi dell’overtourism in montagna e del degrado conseguente quando sulle vette della zona ci arrivano funivie da 150 persone, telecabine da portate di 6000 persone all’ora e ai piedi sono stati realizzati parcheggi da centinaia di posti auto circondati da hotel da duecento camere dove prima c’erano una piccola funivia, uno spiazzo per le auto e qualche piccola pensione. Dove sta il punto di equilibrio – sempre che ce ne sia uno – tra le due dimensioni? E quello di rottura, se l’ingigantimento continua senza sosta e senza che sappiamo stabilirne normalità o anormalità?

[Tignes, rinomata località “ski total” sulle Alpi francesi.]
Non «si stava meglio quando si stava peggio», di sicuro, ma forse si sta veramente meglio quando si riesce a capire ciò che ci può far stare peggio, traendone da questa consapevolezza una “norma”, una normalità, non solo condivisa ma pure sensata, equilibrata, contestuale, veramente razionale e, dunque veramente benefica per tutti. Anche perché a dare per scontate troppe cose, sulle montagne anche più di altrove, ha sempre generato molti problemi e conseguenze infauste. Meglio evitarle.

Chi sa ascoltare ancora il vento?

[Pierre Auguste Renoir, Le grand vent, olio su tela, circa 1872.]
Tornando a valle dal Rifugio del Grande Camerini, domenica scorsa – una giornata nella quale il vento era stato costante, anche se mai troppo forte – ci siamo fermati più volte ad ascoltarne il suono, uno dei più belli che la Natura sappia manifestare insieme a quello dell’acqua, peraltro entrambi i più capaci di palesare l’animarsi del flusso vitale del nostro pianeta. Il vento l’ho sempre pensato proprio come il respiro della Terra, l’espirazione dell’aria essenziale che poi noi ogni organismo inspira per poter essere vivente.

Stando lì fermi ad ascoltarne il suono e le sue numerose modulazioni variabili in base alla morfologia del terreno o alla vegetazione presente, commentavamo su come molte persone che frequentano i luoghi naturali e innanzi tutto le montagne abbiamo invece perso la capacità, e forse pure la facoltà, di ascoltare questi suoni naturali e di comprenderne l’importanza, piuttosto a volte restandone persino infastiditi.

Sono osservazioni alquanto obiettive, purtroppo, che denotano la necessità ormai urgente di rialfabetizzare numerose persone alla frequentazione consapevole dell’ambiente naturale – viste anche certe fenomenologie degradanti come quelle che scaturiscono dal turismo di massa. Tuttavia, è anche vero che in molti casi le persone che si trovano nei luoghi naturali non possono percepire e  ascoltare il suono del vento (e altri suoni naturali) semplicemente perché non si sentono in quanto totalmente coperti dai rumori antropici: il vociare troppo strepitante di certe folle turistiche, la musica ad alto volume diffusa in molti punti di ristoro, il rumore del traffico automobilistico (si pensi a certi passi alpini e/o dolomitici) o da quello emanato da certe attrazioni turistiche, eccetera.

Come si possono educare le persone all’ascolto e alla comprensione dei suoni della Natura (e di ogni altra manifestazione della sua vitalità) se si inquina e degrada la dimensione acustica dei luoghi naturali che invece legano la loro bellezza e il fascino conseguente anche al proprio paesaggio sonoro? Come ci si può sentire bene, ad esempio, in certi “non rifugi” di montagna sulle cui terrazze si pranza con il sottofondo martellante di un dj set o con lo strepitio maleducato di molti avventori del tutto incuranti e strafottenti del luogo nel quale si trovano?

Un consiglio banalissimo (sia chiaro, non ho alcun titolo per poter dare consigli a chicchessia ma in fondo questo non lo è nemmeno è soltanto l’attestazione del più ordinario buon senso): state lontani da certi posti iper turistici e super rumorosi e andate invece dove si possano realmente sentire e ascoltare il luogo in cui vi trovate e i suoni del suo ambiente naturale. In fondo è anche un modo per sentirvi veramente in vacanza – nel senso di vacanti, cioè realmente assenti e lontani dalla realtà ordinaria quotidiana con tutti i suoi fastidiosi rumori piuttosto che in posti i quali in tutto e per tutto – inquinamento acustico compreso – assomigliano alle città dalle quali ve ne siete andati!

Sugli apres ski in montagna: quant’è sottile il confine tra “accettabilità” e “indecenza”?

[Un apres ski a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]
Nelle scorse settimane, anche a seguito di alcuni articoli che ho dedicato al tema, ho ricevuto molti messaggi da amici e conoscenti riguardo gli “apres ski”, un’usanza che, a quanto sembra, si sta diffondendo sempre più e da alcuni è ritenuta addirittura alternativa allo sci sempre più in difficoltà.

Sono messaggi variamente (e per me comprensibilmente) critici, visto come tanti di quegli eventi si manifestano, sostanzialmente trasformando angoli montani in quota, anche oltre i 2000 metri, in vere e proprie discoteche all’aperto. Gli apres ski ci sono sempre stati, sia chiaro, ma in passato con modalità di ben più basso profilo e molte meno pretese di quelli attuali.

Per quanto mi riguarda, al netto del modello di fruizione della montagna sottinteso a questi apres ski, che non gradisco, non avrei nulla contro. Anzi, è bello divertirsi in compagnia dopo una giornata di sci e tirare l’ora di cena con il sottofondo di una buona musica. Ma perché devono esagerare così tanto, quelli che li propongono? Luci stroboscopiche, laser, musica sparata a decibel da concerto, casino senza limiti, in montagna tra i boschi e come detto, a volte a quote elevate e in luoghi prossimi a zone protette… ma che senso ha? I limiti, appunto: sono in montagna, non in una piazza cittadina o, appunto, in un locale al chiuso, ve ne rendete conto? Temo di no, dunque temo che ignorino o trascurino del tutto cosa comporti l’essere in ambiente naturale, peraltro in uno dei più meravigliosi e delicati che abbiamo a disposizione, che si dice da decenni e in mille modi di dover tutelare e valorizzare al meglio! Che li facciano quanto volete gli apres ski ma, maledizione, datevi un limite di decenza ambientale!

D’altro canto che ne direbbero, quelli che gli apres ski organizzano e cui partecipano, se nella loro discoteca o nel disco bar preferiti in città al venerdì e/o al sabato sera organizzassero tornei di scacchi o letture di poesie delle avanguardie del primo Novecento, eventi per i quali occorre silenzio e contegno pressoché assoluti? Ovviamente, non sarebbero i luoghi adatti per ospitare eventi del genere. E perché invece alla montagna, anche a quella già antropizzata dalla presenza di impianti e piste da sci, possono essere imposti eventi così dissonanti e fuori luogo? Che senso ha, che idiozia è mai questa?

Per ogni cosa ci vuole buon senso, congruità e senso del limite. Posti tali semplicissimi (per una società civile) princìpi, a mio modo di vedere si può fare di tutto. Anche gli apres ski, in un ambito di regole ben chiare nei riguardi dei luoghi e delle loro specificità, da rispettare da chiunque. Per essere chiari: nel caso di situazioni di eventi con discoteca all’aperto o musica dal vivo rimane sempre vigente il limite dei 95 dBA a centro pista richiesto dal DPCM 215/99, ma ogni comune può chiedere limiti più stringenti – ad esempio, può essere chiesto un limite su base oraria di 65-75 dBA alla facciata delle case più vicine e quindi a centro pista il livello scende. Certi locali nei comprensori sciistici non hanno case intorno, ovvio, ma hanno qualcosa di ancora più delicato e da tutelare sia materialmente che immaterialmente ovvero culturalmente: la Natura. Pensare di poter sparare la musica ai livelli acustici di una discoteca in città o sulla spiaggia di Riccione anche a 2000 metri di quota non è solo una cretinata formale, ma pure una grande manifestazione di inciviltà e volgarità. In ambito montano all’aperto basterebbero livelli di decibel ben più bassi, ci si divertirebbe alla grande lo stesso (se si è persone normali, ovviamente). Senza contare che esiste pure la silent disco, a ben vedere!

Dunque, detto ciò: che si aspetta a manifestare più decenza, in tanti di questi apres ski? Ribadisco il mio pensiero: liberissimi di farne quanti ne vogliono e di divertirsi un sacco, quelli che li propongono nei loro locali in montagna, ma con senso del limite e decenza! Altrimenti non si potrà che dar ragione piena ai tanti che al riguardo si dicono radicalmente critici – e, ripeto, con i quali dal punto di vista culturale non si può che essere d’accordo a prescindere, già.

Una cosa divertente ma ipocrita, e un appello alla coerenza

Premetto subito che pubblico questo articolo oggi giusto per evitare sterili e stupide polemiche.

Detto ciò, lo scorso weekend il “Rifugio” Mirtillo, posto tra le piste da sci del comprensorio di Foppolo-Carona, ha proposto quanto leggete nell’immagine qui sotto (l’articolo a cui si riferisce lo trovate cliccandoci sopra):

Posta la premessa lì sopra, non voglio dire ciò che andrebbe detto ovvero che questi eventi non c’entrano nulla con la vera cultura di montagna – cosa che peraltro sembra parecchio palese ma tant’è: dire cose a chi non sa e non vuole sentire serve a poco. Soprassiedo, dunque.

Piuttosto, il gestore del “rifugio” in questione asserisce che tali eventi siano «Un modo suggestivo e originale per valorizzare ancora di più le nostre bellissime montagne». Ma, come osserva l’amico Simone che mi ha segnalato l’evento, se già le montagne sono bellissime, e il gestore stesso lo ammette, perché avrebbero bisogno di essere “valorizzate”? E come lo si può fare con eventi del genere che chiaramente non sono fatti per valorizzare le montagne ma, anzi, per utilizzarle come mero sfondo al loro obiettivo fondamentale, cioè fare casino (più o meno legittimo e apprezzabile) e svagare chi vi partecipa? E se chi vi partecipa si svaga in cotanto casino tra alcolici, modelle (ex?) e djs, come può prestare attenzione alla bellezza delle montagne e come può comprenderne il valore?

Ribadisco: questa mia non è una critica all’evento in sé (del dilagare attuale di siffatte iniziative ho già scritto di recente, qui) che può effettivamente essere divertente, perché no, ma all’ipocrisia con la quale viene costruito e presentato.

Dunque, egregi organizzatori di queste cose, siate almeno onesti: non sostenete che così “valorizzate le montagne”, dite semplicemente che volete aumentare le vostre entrate – legittimamente, ripeto – con un party a base di cocktail e musica come si fa in spiaggia d’estate, punto. Non tiratele in mezzo, le montagne: non c’entrano nulla con queste cose e niente c’entrano quelli che le amano veramente e le frequentano consapevolmente. Suvvia, fate pure quello che volete (nei limiti della decenza e dell’intelligenza) ma siate coerenti almeno!

Infine, appunto personale: ribadisco nuovamente la necessità istituzionale, soprattutto in ambito Club Alpino Italiano e altri soggetti associazionistici di montagna, di rimettere in discussione l’appellativo di “rifugio” affibbiato a certe strutture che tali non sono affatto o non sono più – ovviamente anche a quelle private come la struttura di Carona della quale ho appena scritto: non è una questione formale ma sostanziale, di ciò che sono in realtà e che fanno. In tal senso, liberissime di fare ciò che vogliono, ma si denominino e vengano definite più congruamente “mountain restaurant”[1], “disco bar”, “mountain pub”, “lounge bar”, “risto-music club” o più classicamente (e italianamente) “ristoranti” oppure altro di affine… va bene tutto ma non rifugio: questi non sono rifugiIl Rifugio è un presidio di ospitalità in quota sobrio, essenziale e sostenibile, presidio culturale e del territorio, centro di attività divulgative, formative, educative e di apprendimento propedeutiche alla conoscenza e alla corretta frequentazione della Montagna», clic).

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]
Questione tanto di libertà e di decenza quanto di coerenza e onestà, soprattutto nei confronti delle montagne. Ecco.

[1] Come effettivamente fa il “Rifugio” Mirtillo sulle immagini con cui presenta i propri eventi, anche se poi ovunque viene ancora denominato “Rifugio”.