Sergio Reolon, “Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose”

La visione della montagna diffusa maggiormente oggi è quella legata soprattutto al valore estetico di essa, e a quello ludico-ricreativo (ovvero turistico) relativo. «Ah, che bella che è la montagna!» si può sentir dire ovunque da chiunque, e d’altro canto è facile pensare che ben pochi potrebbero contraddire una tale visione, al di là della banale dicotomia “meglio il mare/meglio la montagna” o di altre facezie simili. Se tuttavia si prova ad andare oltre il mero consenso, e si indaga sui motivi per i quali la maggior parte delle persone apprezzano i monti e la loro dimensione, ne esce una visione degli stessi legata a stereotipi e luoghi comuni forse più che per altri ambiti – i boschi, i prati, la neve, le mucche al pascolo, le baite, l’aria pura, la tranquillità, oltre alle varie e assortite motivazioni più “turistiche”. Va tutto bene, ci mancherebbe, anzi: è inevitabile che l’imponente bellezza di certi paesaggi alpini resti impressa nella mente delle persone; il problema è che sovente tale immagine resta tale, come fosse un poster, una cartolina o una locandina promozionale e non solo lo sguardo si ferma lì ma pure la riflessione su ciò che si sta osservando, su cosa ci sia realmente dentro al di là delle cose più evidenti e piacevoli. Si vive la montagna come fossimo dentro la storia di Heidi, insomma, con lo stesso afflato ideal-bucolico, cioè idealmente circondati dalle “caprette che ti fanno ciao” come se veramente, lassù sui monti, le caprette ci potessero fare “ciao” e non, magari, prenderci a testate se ci avvicinassimo troppo, come è ordinario “mestiere” da capre di montagna…

E se fosse proprio “Heidi”, ovvero quest’immagine assolutamente idealizzata – e profondamente cittadina – della montagna a rappresentare la rovina della montagna stessa, la zavorra immateriale divenuta ormai alquanto materiale che tiene imprigionati i monti e la loro civiltà in un recinto di stereotipi e cliché anacronistici, ormai del tutto falsi, spesso pure ipocriti quando non sostanzialmente degradanti? Se ci fosse da fare una bella tabula rasa di tutto ciò, con buona pace di Heidi, delle sue caprette e di quei monti artificiosamente selvaggi che la città vuole tenere per sé in qualità di periferia “ristoratrice” ma, alla fine, urbanizzandola pesantemente e trasformandola in ennesimo sobborgo degradato e abbandonato a sé stesso e alla sua effettiva miseria?

È quanto in buona sostanza si chiede Sergio Reolon in Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose (Edizioni Curcu & Genovese, Trento, 2016), veloce e agilissimo saggio il cui titolo è a dir poco programmatico – e già compendia bene ciò che già ho scritto fino a questo punto. (continua…)

(Leggete la recensione completa di Kill Heidi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

P.S.: testo uscito anche (in versione ampliata) sulla rivista letteraria L’Ottavo, qui.

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Quelli di una parte e quelli dell’altra parte, ovvero: definizioni politiche inequivocabili

Siccome io ritengo la politica una delle discipline filosofiche umane più nobili e fondamentali, me ne sto il più lontano possibile da ciò che oggi viene ipocritamente definito “politica” – e guai a chiunque tenti di diminuire tale distanza d’un solo micron. Ma siccome a quella pseudo-politica, o non politica, sfortunatamente tocca riferirsi, ogni tanto, fosse solo per rimarcarne nuovamente tutta la sua infima realtà, e siccome qui in ItaGlia tale non politica, in tutte le sue numerose e articolate sfaccettature, fa sostanzialmente riferimento a due presunti schieramenti, quello di una parte e quello dell’altra parte, nonché siccome persino alcune cose serie e rispettabili di cui disquisisco qui sul blog devono gioco forza avere a che fare (quasi sempre loro malgrado) con tutto ciò, ho deciso che non eviterò di fare riferimento diretto, ove lo riterrò necessario, a quei due schieramenti non politici, tuttavia identificandoli con altrettante rispettive definizioni acronimiche, ovvero:

  • quelli di una parte come Partito Idioti Rissosi Laidi Assoluti;
  • quelli dell’altra parte come Partito Inetti Reprobi Lestofanti Assoluti.

Cosa dite? Che le due sigle – Pi, Erre, I, Elle, A, giusto – sono identiche e che così non si capisce la differenza tra i due schieramenti?
Ecco, appunto, esattamente così. Bravi, avete già capito molto di quanto vi sto dicendo, e di ciò a cui fa riferimento.

Ovviamente questo non vieta affatto che voi non possiate scegliere e identificare a quale delle due parti non politiche voglia fare riferimento: vi lascio la più assoluta libertà, in questo eventuale esercizio di identificazione. Il quale tuttavia, come intenderete fin da ora, non cambia di una virgola l’essenza e la sostanza di quanto scriverò.

Tenetene conto, ecco.

INTERVALLO – Roma, Biblioteca Hertziana

hertziana00001Un edificio a due facce – settecentesca fuori, post-contemporanea dentro – per una delle biblioteche più colte d’Italia, a Roma: la Biblioteca Hertziana, istituto di ricerca della Società Max Planck dedicato alla storia dell’arte, originata nel 1913 dal lascito di Henriette Hertz, mecenate d’altri tempi, che offrì alla collettività un patrimonio di circa 200mila volumi (oggi accresciuto a più di 300mila, oltre a ben 800mila fotografie), configurandosi oggi come uno dei centri di documentazione più importanti al mondo sull’arte italiana.
Il rinnovamento dello storico Palazzo Zuccari è stato progettato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg e si struttura in un cono rovesciato di vetro e acciaio in forma di imbuto, così da essere al contempo contenuto (è collocato all’interno del complesso architettonico, rimasto doverosamente intatto all’esterno) ma anche contenitore, poiché accoglie il nucleo della collezione. La struttura poggia inoltre su una palafitta che preserva la sottostante villa romana di Lucullo, di epoca repubblicana.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web della Biblioteca e conoscerne meglio la storia nonché la realtà attuale.

Se una risata CI seppellirà

happy3Ascoltavo una conversazione tra alcune persone, qualche giorno fa, nella quale un ragazzo residente in Germania raccontava di come lì, in alcuni casi, per contattare e sottoporre richieste agli enti pubblici vige ancora l’usanza di inviare missive postali. Ma non è tanto questa la cosa insolita e sorprendente, semmai è che quegli enti pubblici rispondono allo stesso modo e con inopinata solerzia: dopo qualche giorno si hanno per iscritto tutte le risposte – adeguatamente dettagliate – alle richieste sottoposte, ovvero con una rapidità ed efficienza che altrove nemmeno via email si possono sperare. Anzi – aggiunse un altro dei conversanti: in Italia non solo a volte gli enti pubblici nemmeno ti rispondono, ma se provi ad inviare loro una lettera è già tanto se questa viene regolarmente consegnate dalle Poste! E, tutti insieme, si sono messi a ridere a siffatta affermazione sarcastica.
Affermazione, già, non battuta. Perché è vero, è questo che molto spesso accade in Italia – ne sono io stesso testimone quotidiano, ma ovviamente il principio della cosa è valido per tante altre circostanze – e la cosa realmente sconcertante è che, ormai, siamo ridotti a riderci sopra. Non ci arrabbiamo più, non sappiamo più indignarci per un servizio pubblico (o similmente tale) sempre più scadente, non ci facciamo ormai quasi più caso se qualcosa che dovrebbe funzionare in un certo modo va sempre peggio. Ormai rassegnati a che sia normale che qui l’inefficienza la faccia da padrone, che le cose non vadano quasi mai come dovrebbero andare e che nessuno o quasi di chi preposto al caso faccia qualcosa per risolvere tali situazioni, siamo arrivato al punto che non ci resta che ridere. Che viene più facile che piangere, certo, anche se alla fine il senso è lo stesso.
Anche questo, io credo, denota la mancanza di senso civico che ormai attanaglia il nostro paese. Non ci curiamo che le cose girino al meglio per tutti, al massimo ci importa che a noi non creino troppi problemi e magari ci incazziamo pure se invece ciò accade; per il resto, chissenefrega. Se un malfunzionamento, un’inefficienza, un disservizio va continuamente peggiorando, facciamo spallucce e guardiamo oltre: ci penseremo nel caso dovremo averci a che fare. Peccato che, così agendo, quel malfunzionamento, inefficienza o disservizio diventano cronici, e tale cronicità diviene normale.
Oggi, dunque, per tornare al caso citato in quella conversazione, è normale e risaputo che le Poste Italiane siano tra le meno efficienti d’Europa. E’ così, che ci dobbiamo fare? Amen!
Beh, forse che dovremmo incazzarci e pretendere invece che il servizio funzioni come deve funzionare, nel caso sia io che spedisco qualcosa o che sia chiunque altro? Non sarebbe finalmente il caso? In fondo, se funzionasse bene per altri lo farebbe anche per me e viceversa, no?
E’ proprio quel lassismo/menefreghismo direttamente derivato dalla mancanza di senso civico diffuso, lo ribadisco, che permette il degrado degli elementi funzionali della nostra società – concettuali e pratici: dalla teoria politica all’amministrazione pubblica pratica, per intenderci, e tutto quanto il resto di assimilabile. Ed è quel lassismo anticivico che più di ogni altra cosa è gradito dal sistema di potere a cui siamo sottoposti a permettere allo stesso di trasformarsi sempre più in un macro-soggetto antisociale al servizio di oligarchie e lobby, ovvero a trasformare ogni esigenza e bisogno della società tutta in un’esigenza, pretesa e tornaconto dei pochi che comandano.
Credo sia il caso (urgente!) di ribaltare questo atteggiamento assolutamente pericoloso. Il che poi significa essere cittadini consapevoli, comunità sociale attiva, individui civici nel senso più alto e ampio del termine. E’ questo, in fondo, l’impulso fondamentale grazie al quale una società può realmente progredire, in senso civico, politico, sociale, culturale. Altrimenti, saremo come i passeggeri a bordo di una nave governata da un equipaggio di mentecatti che sta colando a picco ma che, nonostante l’affondamento imminente, se la ridono delle barzellette raccontate dal capitano la sera prima.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 6a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 14 dicembre duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #6 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Nemo musico in patria!”.
Se a molte persone venisse chiesto di citare musicisti e gruppi italiani famosi, probabilmente i nomi che uscirebbero sarebbero i soliti che occupano le top ten… e certamente quasi nessuno citerebbe Fabrizio Ottaviucci, gli ZU, Davide Rossi, i Blonde Redhead o gli Aucan. Ovvio, perché questi, e molti altri, sono musicisti e gruppi italiani famosissimi e celebrati all’estero ma praticamente sconosciuti in Italia. Tutti di elevata qualità musicale e artistica, peraltro: così, mentre la futile e noiosa canzonetta italica continua a dominare le classifiche e i gusti nazional-popolari, numerosi ottimi musicisti emigrano e hanno successo all’estero. Ennesima pecca culturale italiana, questa, a cui nel suo piccolo RADIO THULE cercherà questa sera di rimediare, almeno un poco.

Gli ZU in concerto.
Gli ZU in concerto.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!