Certe mattine

Certe mattine partono talmente storte che non vedi l’ora che venga sera prima possibile, affinché finiscano alla svelta.

Certe altre mattine, invece, viaggiano così diritte da desiderare che la sera arrivi il più tardi possibile.

Poi ci sono quelle mattine che non capisci se siano partite storte oppure diritte, e a furia di star lì a pensarci per capirlo è già sera.

Poi ancora ce ne sono altre, di mattine, che di nuovo non capisci se siano di quelle storte oppure diritte, ma quando finalmente lo capisci ti rendi pure conto che, in ogni caso, la direzione giusta era dall’altra parte.

Tuttavia, bisogna dirlo, ci sono pure le mattine che non stai lì nemmeno a pensarci e te ne resti a letto fino a sera, salvando capra e cavoli. Anzi, infischiandotene proprio di entrambi, e buonanotte a tutti!

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Reddito di cittadinanza? Ok, ma a una condizione…

Silvestro Bossi, “Lazzari giocano a carte”, 1824.

Io non sono mica poi così contrario al cosiddetto “reddito di cittadinanza”, eh!
Sì, può essere assolutamente utile e giusto. A una condizione, però: che sia riservato non tanto a quelli che non lavorano, semmai a quelli che “lavorano” passando la giornata lavorativa a scaldare la sedia, a dimostrare costante imperizia e indolenza, a combinare danni che tanto saranno altri a dover sistemare, a tirar sera portandosi a casa, a fine mese, un emolumento del tutto immeritato. E sono tanti, tantissimi, ne ho riscontro quotidiano e crescente.
Se volessi essere scurrile, potrei riassumere quanto sopra in “a tutti quelli che lavorano col culo” ma non voglio affatto esserlo, dunque fate conto che non abbia scritto nulla. Ma che lo abbia pensato sì, assolutamente.

Ecco: sia riservato a questi, cotal “reddito di cittadinanza”, sì che possano lasciare il posto a tanti altri che – non ci vuole granché! – possano e sappiano lavorare molto meglio di essi e che magari ora risultano disoccupati per colpa della natura utopico-fantastica, al solito qui, della meritocrazia. Un concetto che è come il mostro di Loch Ness: in tanti da tempo ne dicono e dibattono ma nessuno mai l’ha veramente visto.

Sedici braccianti morti e una Repubblica fondata sulle nuvole

Già proprio così. L’Italia è una Repubblica (?) fondata sulle nuvole, e da queste nuvole di frequente cascano frotte di italiani in una squallida imitazione dei loro leader-politicanti che semmai fingono “populisticamente” di cascare ma sulle nuvole se ne restano ben assisi, lontani dalla realtà, irraggiungibili dalla quotidianità, ben arroccati e comunque intoccabili.

Su quelle nuvole poi, evidentemente c’è terreno assai fertile affinché prosperi la più bieca ipocrisia: come quella, vergognosa, spregevole, laida, che sto sentendo in conseguenza delle due tragedie stradali nelle quali sono morti ben 16 braccianti che lavoravano nei campi sottoposti al sistema criminale del caporalato. Un fenomeno che esiste da decenni alla luce del Sole e che evidentemente va benissimo a tutti: ai criminali che lo mettono in atto (seppur qualcuno vorrebbe farci credere che pure i “caporali” siano stranieri), a chi li dovrebbe controllare e punire ma li lascia fare (le leggi che ci sono, se non vengono fatte rispettare, sono utili come una scialuppa che non si possa calare in mare a bordo d’una nave che sta affondando), ai politici (di ogni schieramento, sia chiaro) che da sempre blaterano tanto ma poi si voltano dall’altra parte – non essendo un tema elettorale sul quale produrre consenso e populismo -, alla grande distribuzione i cui prezzi imposti per il pagamento di tali raccolte agricole illegali agevolano il fenomeno, a noi che acquistiamo i prodotti fatti pervenire da quella grande distribuzione nei supermercati, ben felici di pagarli poco o nulla rispetto al loro valore effettivo.

Ora dunque è tutto un florilegio di dichiarazioni: di voler far la guerra al caporalato, di volerne debellare il controllo dei campi agricoli, di voler emanare nuove leggi ad hoc, ed è un gran piangere quei poveri “lavoratori” senza però mai accennare che tali non fossero ma veri e propri schiavi, vittime di una forma di “schiavismo della porta accanto” che l’ipocrisia di questa nostra società tiene costantemente nascosto (in fondo noi siamo i “buoni”, no? Giammai schiavisti e/o razzisti!), uno strumentalizzare le tragedie per i soliti fini ideologico-populisti, xenofobi, razzisti ovvero buonisti e globalisti. Epperò, visti i prezzi convenienti delle passate al supermercato, meno male che ci sono, questi schiavi negri pagati come nessun italiano mai accetterebbe (inevitabilmente) di farsi pagare, no?

A questo punto, da tutto ciò mi sorge una domanda: senza questi “clamorosi” 16 morti in 48 ore la questione sarebbe salita alla ribalta delle cronache e del dibattito pubblico-politico come sta succedendo? O tutti quanti – politici e amministratori pubblici in primis – avremmo continuato a guardare dall’altra parte, ben felici di gustarci un ennesimo buon piatto di pasta al pomodoro «che costa poco e piace sempre così tanto a tutti»?

Una risposta personalmente ce l’ho, e dal mio punto di vista non è solo una risposta ma pure una sentenza e un’ennesima controprova, a dimostrare che l’Italia, ogni questione pur grave che non sa e non vuole risolvere la rende normalità. E nemmeno stavolta, io temo, il dramma criminale del caporalato sarà risolto. Lasciate che si spengano i riflettori sul tema (questione di pochi giorni, tanto di quei negri morti a nessuno frega nulla) e tutto scivolerà nel solito italico oblio, così come tutte le “belle” e “sentite” parole al riguardo si riveleranno per ciò che sono: polvere al vento – elemento d’altronde ben presente tra le nuvole. Prepariamo tutti quanti la pasta da buttare in pentola, dunque, che di sugo al pomodoro ne avremo ancora molto a disposizione. Gustoso, invitante, d’un bel rosso vivo. Anzi, rosso sangue.

L’agitazione culturale

Poco tempo fa un conoscente mi ha definito – fatte tutte le debite e locali proporzioni del caso e che la definizione porta con sé, da me per primo ribadite – un “agitatore culturale”.

Lo ringrazio di ciò ma, in tutta sincerità, ben prima ambisco al titolo di agitato culturale. Che è un titolo il cui conseguimento credo impieghi una vita intera, dunque devo continuare a darmi da fare. E comunque credo che una autentica e fruttuosa agitazione culturale debba essere più la somma di tanti agitati che di pochi “agitatori”. Ecco.