Fare cose belle e buone in montagna. A Livinallongo del Col di Lana, ad esempio

Siccome trovo doveroso impegnarmi nella critica – sempre argomentata e il più possibile costruttiva, per quanto mi riesce – di certi interventi realizzati sulle montagne che appaiono assai poco consoni al delicato contesto paesaggistico e culturale quando non invasivi e degradanti, è bene che di contro mi debba impegnare – per quel nulla che posso – a segnalare azioni, progetti e realizzazioni virtuose, lavori ben fatti, iniziative che finalmente si poggiano su visioni e paradigmi rinnovati o innovativi mirati a un diverso e miglior futuro per i territori rurali e montani in primis. Perché se è purtroppo evidente che vi siano in circolazione fin troppi amministratori pubblici locali i quali, coi loro sodali privati, combinano dei gran disastri in base a visioni del tutto superate e fallimentari della gestione del territorio e delle sue fruizioni (o, come sostiene qualcuno, semplicemente per propria mera stoltezza), per giunta sperperandoci notevoli somme di denaro pubblico, è anche vero che ce ne sono tanti altri che invece si dimostrano ben più attenti e sensibili alla cura del proprio territorio capendo l’importanza di attivare uno sviluppo diverso, per ora alternativo a quello “mainstream” ma inevitabilmente destinato a diventare quello principale anche perché necessario e vitale, come ribadisco, per il futuro delle aree rurali e montane e delle comunità che le vivono.

Fare cose per bene, belle e utili si può: a volte affinché ciò avvenga è innanzi tutto una questione di testa, di forma mentis diffusa e di consapevolezza da parte di ogni singolo individuo, non solo di buona amministrazione politica. Che d’altro canto è spesso una conseguenza positiva di quella situazione, così come la politica dannosa lo è in negativo della situazione opposta.

Uno degli esempi in tal senso che mi viene in mente è quello del comune di Livinallongo del Col di Lana, in provincia di Belluno, che non a caso ha ottenuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nel corso dell’ultima Carovana delle Alpi, lo scorso anno, ma che pure al di là di tale titolo che qualcuno vorrà vedere e bollare come mera iniziativa “ambientalista” nel senso più ideologico del termine, presenta una ammirevole volontà di innovazione dei paradigmi di gestione politica dei territori montani attraverso una visione ecosistemica condivisa da molti soggetti locali, una rete resiliente che nella sostanza riporta direttamente al concetto di “ambiente” ovvero di dimensione partecipativa condivisa che relaziona i soggetti partecipanti nell’ottica di una visione consapevole e di un progetto “vitale” comune, in questo caso la valorizzazione autentica del meraviglioso territorio del Livinallongo funzionale al suo sviluppo economico, sociale e culturale piuttosto che al suo mero sfruttamento dettato dalle solite, deleterie monoculture turistico-commerciali che d’altro canto già sono state pesantemente imposte ai territori circostanti.

Il comune di Livinallongo del Col di Lana, localmente conosciuto con il nome ladino Fodóm, è situato nell’alta Val Cordevole, compreso tra i passi dolomitici Pordoi, Campolongo e Falzarego. È composto da diverse frazioni e borgate tra cui Pieve e Arabba, celebre località turistica estiva e invernale. Il territorio è collocato al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano. Il Col di Lana, che domina questo territorio, è anche tristemente celebre per le pagine di sangue che qui furono scritte durante la Grande Guerra.

Un territorio che negli ultimi anni – pur resi ancora più complessi dalla difficoltosa ripresa dalla tempesta Vaia del 2018 che si è aggiunta ai problemi cronici delle aree interne quali spopolamento, crisi del mercato abitativo, e difficoltà per l’imprenditoria locale – ha saputo implementare la capacità di capacità di ascolto e coinvolgimento della popolazione dando dimostrazione che alla convinta opposizione alla realizzazione di nuovi impianti sciistici di collegamento fra il comprensorio di Arabba e quello di Cortina d’Ampezzo passando Per la “Zona Settsass” (il cosiddetto “Carosello no-car delle Dolomiti”) è possibile rispondere con la cura capillare e diffusa del territorio, la custodia e valorizzazione dell’ambiente e dei saperi locali, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo per la riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti.

Il Comune di Livinallongo con la ferma opposizione al progetto di carosello sciistico che ha saputo accogliere e coinvolgere associazioni e comitati locali, ha portato alla ribalta nel territorio dolomitico la crisi del modello di sviluppo turistico ponendo contestualmente al centro delle opportunità di progresso del territorio la necessità di coltivare percorsi nuovi e alternativi per il territorio montano. Tra queste azioni, la più importate è la recente adesione al programma di collaborazione interregionale e interprovinciale fra la Provincia Autonoma di Bolzano, il Comune di Selva di Val Gardena, il Comune di Corvara, la Provincia Autonoma di Trento, il Comune di Canazei, la Regione Veneto, la Provincia di Belluno e appunto il Comune di Livinallongo del Col di Lana, che vedrà la progressiva interdizione al traffico delle auto private attorno al gruppo del Sella, attraverso la realizzazione di sistemi di mobilità integrata per decongestionare il traffico sui passi e nelle valli, per favorire la mobilità dolce e un approccio ecosostenibile per il turismo nelle Dolomiti.

Un agire concreto che mira a sostenere e valorizzare l’immenso patrimonio naturale UNESCO nel cuore delle Dolomiti nel segno della sostenibilità, ponendo la resilienza della comunità al riscaldamento globale come chiave per il progresso delle aree montane, sempre più consce della crisi climatica e orientate a rafforzare il ruolo dei servizi ecosistemici in contrapposizione a monocolture economiche stagionali e non più sostenibili.

Per saperne di più sul comune di Livinallongo del Col di Lana e sulle peculiarità del suo territorio, cliccate qui. Per leggere invece il rapporto e la motivazione della “Bandiera Verde” assegnata al comune dalla Carovana delle Alpi, cliccate qui.

Il meraviglioso Samivel

In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».

A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.

Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.

(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)

Il grande “gioco” della scoperta del paesaggio

[Il paesaggio dell’alta Val San Giacomo, o Valle Spluga, uno di quelli che ho più esplorato e “scoperto”, fin da piccolo. Foto di Siro Scuffi, tratta dalla pagina Facebook “Sei dell’Alpe Motta…“.]
Quando qualche anno fa cominciai il lungo lavoro di stesura di un testo per il Club Alpino Italiano che racconta la storia di una sezione del sodalizio alpinistico nazionale attraverso quella dei suoi soci in azione lungo i sentieri, le pareti e gli ambiti montani in genere nei quali la sezione è stata attiva nel tempo, dunque narrando la storia del territorio stesso e della sua frequentazione (ricreativa ma non solo), ho iniziato a rendermi vividamente conto di come quegli itinerari di cui dovevo scrivere, di qualsiasi tipo essi fossero, non erano e non sono mere tracce di un passaggio di convenienza nel territorio, e tanto meno semplici itinerari ludici nella forma e nella sostanza – anche se in tal modo oggi dai più legittimamente concepiti. Certo, il loro scopo primario contestualizzato al presente è quello, ma diventa unicamente quello soltanto se si ignora e si dimentica il moto delle genti lungo di essi nel tempo quale concreta presenza e sussistenza nel territorio attraversato, cioè l’interazione dell’uomo con il paesaggio d’intorno, qualsiasi scopo essa avesse nel passato e abbia oggi.

È stata una percezione, questa, assolutamente affascinante ma affatto inedita per me. Ho avuto la fortuna fin dalla più giovane età della vicinanza familiare di persone che mi hanno abituato al girovagare consapevole nel paesaggio (soprattutto montano), anche attraverso le più elementari camminate in luoghi apparentemente quotidiani e ovvi, la cui storia geografica mi veniva però raccontata quasi favolisticamente ma, senza dubbio, suggestivamente – almeno per la curiosità d’un bambino che si trova di fronte un mondo intero da scoprire, per il quale un semplice sentiero nel bosco diventa scenografia di infinite bizzarre creazioni della fantasia e stimolo all’esplorazione e alla scoperta di cosa ci possa essere dietro ogni svolta, ogni albero, ogni masso. Uno stimolo spesso ben rifornito di suggestioni proprio grazie alle letture dei libri che, potrei dire, divenivano esercizio per la generazione di un primario, indiretto legame tra narrazione letteraria e narrazione geografica. E se in un punto particolarmente ombroso del bosco non trovavo, io bambino curioso e immaginoso, alcun ingresso d’una casa di gnomi o nessun raduno segreto di elfi poco male: in quei frangenti la curiosità era accesa, l’attenzione resa vigile, e la visione così sollecitata poteva cogliere dettagli altrimenti ignorati e ricavare da essi nozioni più o meno importanti, inevitabilmente ingenue, spesso, ma anche quando minime ed esigue mai insignificanti, mai superflue. Attraverso il moto esuberante seppur disorganico della mia fantasia, stavo imparando a capire che nel paesaggio ogni cosa poteva narrare una storia, tratteggiare una trama, rivelare una verità, magari un segreto – tutto quanto: non solo le creature viventi, anche le piante, le rocce, i più piccoli sassi che tuttavia luccicavano al Sole come (all’apparenza) esotiche pietre preziose… e poi i sentieri, il loro percorso, il fondo, l’ampiezza, i muri, le fontane, gli spiazzi nel bosco, i solchi nel terreno fino all’esiguo panorama visibile tra gli alberi o gli spazi sconfinati dell’orizzonte aperto. Tutto.

Inoltre, grazie a questa costante esplorazione e scoperta leggera e ludica del mondo in cui mi muovevo e fantasticavo, stavo seguendo, a mia insaputa ma con tanta passione, una sorta di corso di estetica del paesaggio, ove la materia più armoniosa era determinata non solo dalla sostanza delle suggestioni ricevute ma pure, se non soprattutto, dalla spontanea, infantile (ma autentica, per gli stessi motivi) percezione del “bello” correlata al ludico, al gioco e al conseguente divertimento, che ogni essere umano in età infantile possiede, e che purtroppo sovente smarrisce nell’età adulta – se non quando ci si ritrova in circostanze ricreative per certi aspetti simili nel principio: non a caso proprio il percorrere un sentiero in ambiente naturale predispone spontaneamente alla percezione sensibile della bellezza di esso e al relativo godimento ricreativo. In tali casi come per me allora, la forma del paesaggio era ed è bella perché osservata senza alcun fine utilitaristico e dunque puramente sollecitante la fantasia: un enorme, vastissimo campo giochi – a prescindere dall’età, a ben vedere – nel quale l’importante non era tanto giocarci effettivamente ma starci dentro. Peraltro, ciò mi fa venire in mente il titolo di una delle più famose opere di letteratura alpinistica dell’Ottocento, The Playground of Europe di Leslie Stephen, filosofo, critico letterario e alpinista tra i più celebri di quel tempo (nonché padre di Virginia Woolf): un libro pubblicato nel 1871 nel qual titolo il vocabolo playground, “terreno di gioco”, non richiama solo al teatro alpino quale ambito d’azione dell’alpinistico pioneristico di quei tempi ma anche (e per certi versi in opposizione a cert’altro alpinismo dall’atteggiamento maggiormente bellicoso e prodromico di quello prestazionale moderno) il senso ludico di tale azione, appunto, per la quale lo stimolo estetico alla conquista delle vette di montagne dalla bellezza meravigliosa, ancorché rude e pericolosa, risultava fondamentale per il successo delle ascensioni e per il godimento intellettuale e spirituale di esse.

Insomma, dicevo: un campo giochi nel quale l’importante è starci dentro e, magari, giocarci. Basta questo, alla fine: il senso del “bello” non abbisogna di molto altro (che è tantissimo, sia chiaro!), solo di poter essere goduto; e solo se goduto, il più possibile liberamente, può essere pienamente percepito con tutte sue forme, segni, scritture, oggettività. La sua comprensione, più o meno intellettuale e altrettanto piena, può semmai venire in un secondo momento, ma senza la percezione di esso, l’intendimento e il riconoscimento, non lo si potrà mai veramente comprendere. Al contrario, conseguendo questa percezione, ne potrà scaturire una comprensione che del valore estetico saprà cogliere tutta l’entità.

Credo sia stato anche da ciò che, già in quella giovane età e poi sempre di più, ho ricavato la mia passione per le carte geografiche: perdermi durante innumerevoli pomeriggi nel vagare in esse con lo sguardo era uno dei passatempi preferiti, cercando di immaginarmi nella maniera più vivida possibile ciò che quelle carte raffiguravano ma, prima, venendo semplicemente affascinato dalla loro grafia, dalla rappresentazione al tratto dell’orografia del territorio e degli elementi antropici, dal seguire le linee che lo percorrevano seguendo direzioni molteplici e a volte inspiegabili e che si intrecciavano, si allontanavano le une dalle altre, correvano parallele, si biforcavano e triforcavano, formavano crocevia o, a volte, finivano apparentemente col perdersi nel nulla. Non lo capivo consciamente, ma dimostravo ciò che le carte geografiche in fondo sono: uno specchio nel quale rifletterci e vederci (o immaginarci) nel territorio, esattamente come ci vediamo nello specchio di casa con attorno la parte di essa nella quale è piazzato. Anche solo in ciò la geografia, e la sua materializzazione più pratica e funzionale, la mappa, dimostra la propria importanza essenziale: per comprenderci nello spazio, dare un senso al nostro moto in esso e per comprendere il legame che ci congiunge al territorio, al paesaggio vissuto e vicendevolmente – tra di noi in quanto creature sociali – ai luoghi in esso. Un legame che ha in sé anche la dimensione del tempo, come sancì già un secolo e mezzo fa il grande geografo francese Élisée Reclus, inventore della “geografia sociale” – base dell’attuale geografia umana – e tra i primi a comprendere come non si potesse elaborare una corretta e completa rappresentazione geografica del mondo senza lo studio storico del moto in esso dei popoli e senza la considerazione degli effetti della loro presenza nei territori attraversati e vissuti, su grande scala tanto quanto in ambiti più piccoli e locali.

Ovviamente a quel tempo, da giovane (e di certo sconclusionato) appassionato di geografia e di lettura delle mappe che ero, non conoscevo Reclus e le sue rivoluzionarie intuizioni. Nel mio piccolissimo, tuttavia, ho continuato nel tempo a mantenere vivo l’interesse per l’esplorazione del territorio e del paesaggio, il che ha reso quella percezione di cui dicevo poco fa sul reale valore dei segni, dei transiti umani e della presenza antropica nel territorio niente affatto una novità: certamente il tempo e l’esperienza l’hanno strutturata, le hanno dato spessore e maggiore riconoscibilità, tuttavia ho dovuto trasformare la percezione in intuizione per dare a quello spessore non solo una forma ma pure una profondità, sì che l’idea finalmente si correlasse tanto allo spazio quanto al tempo – un passaggio “reclusiano” fondamentale, questo, per nulla trascendentale eppure trascurato. Ma, per dire, è come voler andare in bicicletta e trascurare la capacità di stare in equilibrio su due ruote: una capacità che tutti possediamo, peraltro, semplicemente attivandola.

Al paesaggio di oggi manca un Corot

[Jean-Baptiste-Camille Corot, Maisons aux Environs d’Orléans, circa 1830.]
Se il concetto di “paesaggio”, prima sostanzialmente inesistente, nasce intorno al Cinquecento grazie alla pittura, che da quell’epoca comincia a raffigurare il mondo come soggetto importante se non principale dell’opera delineandone l’estetica, è soprattutto con alcuni grandi artisti che nel tempo diventa un’autentica e strutturata categoria culturale che dà forma e sostanza all’immaginario paesaggistico diffuso insegnando alle persone ad esserne sensibili e percettivi, non solo in merito alla sua bellezza. E tra i più grandi in assoluto bisogna sicuramente annoverare Jean-Baptiste-Camille Corot, che in opere come Maisons aux Environs d’Orléans, qui sopra riprodotta (non tra le sue più celeberrime ma, io credo, tra quelle più significative), raggiunge vertici tecnico-stilistici ed espressivi pressoché assoluti – fate caso al tocco sublime del pennello, alla raffinatezza dei dettagli e delle cromie, alla delicatezza e insieme alla forza espressiva che il dipinto trasmette…

E nell’ammirare un tale capolavoro, ripensando a quanto ho scritto in merito al concetto di paesaggio e alla sua genesi artistica che nel tempo si struttura in pensiero intellettuale e culturale fino all’accezione attuale, mi sorge un dubbio, forse insensato, forse fuori luogo, forse no: e se la disattenzione, se la mancanza di sensibilità e di capacità di percezione culturale che molte persone dimostrano nei confronti del paesaggio, nel senso proprio di rappresentazione intellettuale del mondo osservato, fosse dovuta – oltre a una generale e deprecabile mancanza di cultura al riguardo nei media contemporanei, tradizionali e virtuali – anche alla relativa mancanza di raffigurazioni altrettanto didattiche e illuminanti del paesaggio come quelle che l’arte ha saputo offrire fino a qualche tempo fa? Se, insomma, alla possibilità collettiva di osservare e capire bene il paesaggio mancasse il necessario “insegnamento” al riguardo da parte di un elemento così potente e suggestivo quale è l’arte? E se proprio da ciò, quale riprovevole ma inesorabile effetto collaterale, derivasse l’incapacità di capire la portata di certi danni arrecati in vario modo al paesaggio sia da parte di chi ne è fonte e sia di chi ne è osservatore?

Insomma: se ci fossero in circolazione ancora dei Corot, che essi dipingessero o impiegassero qualsiasi altro stile, tecnica, media, visuale o no, per raffigurare il mondo, sapremmo forse essere più sensibili e più attenti al paesaggio e alla sua cura? Sapremmo meglio percepire e comprendere la sua bellezza e il suo valore culturale? Sapremmo salvaguardarlo meglio di quanto facciamo?

P.S.: in verità l’arte contemporanea continua a rappresentare il mondo e i suoi paesaggi, e lo fa ovviamente utilizzando strumenti e linguaggi consoni al presente quando non già protesi al futuro. Di contro la produzione artistica contemporanea è meno immediata e più mediata rispetto a quella preavanguardistica: sicuramente abbisogna di un poco più di attenzione e riflessione – è il suo più prezioso scopo, d’altro canto – ma è inutile dire che, nella società di oggi, la riflessione, il pensiero e la pratica intellettuale sono doti quanto mai trascurate quando non vituperate, preferendo ad esse i “rimestii di pancia”. Il che in fondo si correla bene a quanto ho appena affermato, non a caso.

I “monti” delle città, e viceversa

Ogni tanto è bello andare in visita anche a “rilievi” diversi dal solito, che d’altro canto rappresentano a tutti gli effetti – pur a loro modo – delle cime per il territorio in cui si trovano. Ad esempio, nell’orizzonte della pianura cremonese spicca la “vetta” del Torrazzo, alta 158 m (112,54 + 45 ovvero la quota cittadina, con arrotondamento), che rappresenta la massima sommità della provincia di Cremona la quale, altrimenti, si dovrebbe accontentare di una quota massima di soli 110 m, già. La vedete nelle mie immagini lì sopra: versante Sud e versante Nord, ecco.

Facezie a parte (ma nemmeno tanto, poi), da appassionato studioso di cose di montagna visito spesso città piccole e grandi – ne ho anche scritto, come forse saprete, e a volte qualcuno resta anche sorpreso di questa mia attività letteraria apparentemente antitetica. Tuttavia so benissimo che un altro di quei paradigmi deviati e devianti che ancora vengono ritenuti validi oggi è quello che contrappone le montagne alle città, in senso culturale e antropologico anche più che architettonico e urbanistico: un malinteso perpetrato per troppo tempo e rivelatosi estremamente nocivo per la parte montana, quando invece, prima che si avviasse l’urbanizzazione moderna e contemporanea dei monti, erano questi a rappresentare in modo più compiuto un’idea di “residenza metropolitana” – idea ripresa e sviluppata oggi nel concetto di “metro-montagna” elaborato in primis da Giuseppe Dematteis (ne ho parlato anche qui). Di contro, è ovvio che negli agglomerati urbani si possono ritrovare e studiare gli elementi più evidenti ovvero più critici della socialità contemporanea in relazione al luogo vissuto, la quale inevitabilmente viene poi “trasportata” anche nei piccoli villaggi sui monti ovvero in luoghi totalmente differenti sotto ogni aspetto, generando dunque relazioni diverse con chi li abita e li frequenta, non di rado più problematiche proprio in quanto incoerenti. Il malinteso suddetto è nato proprio nel momento in cui s’è rotto (o non si è sviluppato) il dialogo equilibrato tra i due ambiti, città e montagna, ed il primo è stato reso soverchiante sul secondo in forza di un errato e arrogante atteggiamento di superiorità, tanto presunta quanto del tutto immotivata (salvo forse che per motivi prettamente tecnologici).

Non è dunque un controsenso che io mi occupi di cose di montagna e scriva libri sulle città; credo sia ben più un controsenso considerare ancora disgiunti e antitetici i due ambiti, salvo che nelle ovvie particolari peculiarità. Forse, più che continuare a dare peso alle differenze tra i due ambiti, si dovrebbe ritrovare il valore delle possibili e potenziali similitudini, che nella forma saranno da adattare ai diversi contesti ma nella sostanza rispondono agli stessi principi socioculturali e antropologici, quelli alla base della relazione tra abitanti (di breve o lungo periodo) e luogo abitato. In fondo l’uomo di città non è differente da quello di montagna, semmai usa differenti strumenti culturali per considerare e elaborare i luoghi che frequenta ma l’uso di quegli strumenti è prettamente antropologico, appunto, dunque pressoché identico. Riconnettere dunque la città con la montagna, e la montagna con la città, è una pratica doverosa e razionale tanto quanto benefica per entrambi: ambiti uniti nella diversità e connessi nella costruzione, ciascuno apportando le proprie migliori prerogative, di una via di vita e di abitazione comune del mondo, che di montagne e parimenti di città è fatto e non solo delle une o delle altre.

En passant, poi, frequentare la città con la sua fremente vitalità antropica, i suoi rumori, la sua confusione e le strade e le luci e la socialità e quant’altro di “urbano”, serve anche per apprezzare meglio la solitudine, il silenzio e la quiete, le peculiarità naturali, i paesaggi e gli orizzonti e ogni altra dote della montagna, quando ci si torna. E viceversa, ovviamente.