Vade retro “panchine giganti”! Sulla nuova, singolare seduta d’autore al Pian delle Masche, in Piemonte

Quando ho letto sul web la notizia di una nuova «seduta d’autore per fermarsi ad ammirare il paesaggio» installata ai 1953 metri di quota del Pian delle Masche, nei pressi della Bocchetta di Rosta tra la Valle Soana e la Valle di Ribordone (Piemonte, ai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso), confesso di aver pensato: ecco, un nuovo segno antropico invasivo e inutile che deturpa un luogo montano! Un pensiero immediato e impulsivo, certo, ma d’altro canto motivato dalle tante, troppe opere banalissimamente turistiche piazzate qui e là sulle montagne in preda alla solita, fasulla “valorizzazione” dei luoghi perpetrata senza alcun rispetto per essi e tanto meno senso logico e gusto estetico.

Poi, continuando la lettura della notizia, ho saputo che «L’opera porta una firma illustre: è stata infatti disegnata dal Professor Arch. Antonio De Rossi, architetto del Politecnico di Torino e firma d’autore nel campo delle strutture architettoniche di montagna». De Rossi, uno dei maggiori esperti di territori e architetture montane, che firma una panchina turistica? – mi sono chiesto. No, impossibile, ci deve essere dell’altro.

Ho dunque approfondito la questione e infatti ho potuto appurare che c’era – c’è dell’altro, anche grazie ai dettagli che mi ha raccontato lo stesso Antonio De Rossi, che ho la gran fortuna di conoscere.

[Una veduta di Pian delle Masche. Immagine tratta da www.facebook.com.]
L’iniziativa è nata da un’intuizione dei proprietari degli alpeggi del Vallone di Guaria, sul versante valsoanino, desiderosi di offrire ai visitatori un punto di sosta speciale per ammirare lo straordinario panorama circostante; ma in principio l’idea effettivamente mirava a un ennesimo manufatto in stile “panchina gigante”. Il luogo scelto, tuttavia, non è dei più ordinari: il Pian delle Masche, come si evince dal nome, è legato alle leggende delle streghe della tradizione piemontese, le masche o mahque in patois, che lassù – si racconta – arrivavano volando per celebrare i loro sabba notturni, ballare, preparare incantesimi e stabilire quali disgrazie portare a valle. Eppure quello stesso pianoro, alla luce del giorno, diventava un luogo di festa: già nell’Ottocento si raccontava che, in occasione della festa del sottostante santuario di Prascondù, gli abitanti salissero fin lassù per ballare e divertirsi. Altre ricostruzioni ricordano un appuntamento tradizionale alla fine di agosto. Dunque, secondo i racconti popolari, di notte al Pian delle Masche, danzavano le streghe mentre di giorno danzavano i montanari, ed è questa una delle suggestioni più affascinanti del luogo: per generazioni la gente è andata a festeggiare nelle belle giornate lì dove non avrebbe mai avuto il coraggio di passare da sola dopo il tramonto.

In un luogo così particolare, simbolico e culturalmente identitario per il territorio circostante, De Rossi, i margari e gli amministratori locali, in testa il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino (che per primo in loco ha rifiutato l’idea di una big bench dimostrando una volta ancora il suo notevole buon senso e la relazione autentica con la propria valle), hanno dunque ragionato su una seduta dalle dimensioni ridotte che riprende il tema ottocentesco dei piloni trigonometrici per le misurazioni cartografiche, con la suggestiva aggiunta di simboli di magia bianca che un fabbro ha interpretato alla sua maniera. Ne è venuto fuori un oggetto dimensionalmente molto contenuto, come detto, certamente originale e suggestivo: non una semplice panchina, né una ennesima, orribile “Big Bench”, ma una vera e propria opera d’arte integrata nel paesaggio, pensata per celebrare il tempo lento, la contemplazione e le leggende alpine. Un manufatto che, se da un lato invita all’attenzione, alla contemplazione e alla conoscenza delle montagne e delle valli che chi sale lassù può osservare, dall’altro fa da catalizzatore alle suggestioni popolari e alla cultura tradizionale locale, facendosi strumento di dialogo e di relazione tra genti, territori, paesaggi, storie, saperi, leggende, superstizioni e in ciò trovando senza dubbio un senso logico e una contestualizzazione compiuta con il luogo: doti che quei tanti altri manufatti banalmente turistici quasi mai presentano, diventando per ciò elementi inquinanti se non degradanti i luoghi che vorrebbero “valorizzare”.

Certo, qualcuno potrebbe continuare a pensare che, nonostante ciò che ho osservato finora, la seduta di Pian delle Masche rappresenti comunque un segno antropico inutile e invasivo. Può essere e ogni opinione consapevole e articolata al riguardo è legittima (non nego che pure a me qualche dubbio resta), ma è innegabile che alla base della sua realizzazione sia stato messo un senso, una logica e una congruità tanto con il luogo e le sue peculiarità quanto con la realtà storia di quei manufatti alpini – i segnali trigonometrici, o vertici geodetici, che sono serviti per mappare montagne e valli ovvero per riconoscere il mondo abitato e viaggiato dagli uomini – che, in modo più o meno apprezzabile aiutano da secoli a entrare in relazione con i luoghi, i paesaggi circostanti, la geografie fisiche e antropiche locali, le storie e culture che li caratterizzano. Tutte peculiarità che le “big bench” nemmeno si sognano e parimenti saprebbero manifestare!

Il nuovo “centro per migranti olimpici” di Cortina. Anzi, no!

Il governo italiano in carica prosegue con il suo piano strategico di realizzazione di centri di accoglienza per richiedenti asilo e, dopo quelli in Albania (immagine sopra), a breve ne aprirà uno nelle Dolomiti bellunesi (immagine sotto), nei pressi di Cortina d’Ampez…

Chiedo scusa, ma mi dicono che quello nelle Dolomiti bellunesi non è un centro per richiedenti asilo ma il nuovo villaggio olimpico per gli atleti che gareggeranno nelle imminenti Olimpiadi di Milano Cortina.

Ah.

Come commenta sulla propria pagina Facebook Antonio De Rossi, tra i più rinomati architetti e accademici “alpini”, «Qualcuno per favore vada alla tomba di Edoardo Gellner a sedarlo!» Be’, non ci andranno certo i gerenti olimpici, per come venga da ritenere che Gellner nemmeno sappiano chi sia.

Intanto, i Giochi di Milano Cortina stanno farcendo il proprio “disastro olimpico” anche di opere oggettivamente brutte e raffazzonate. Temo sia l’ennesima dimostrazione dell’estremo dilettantismo con il quale è stata condotta l’organizzazione olimpica, oltre a un’ulteriore brutta figura imposta al paese. Che non ne aveva affatto bisogno, ça va sans dire.

Lo Chalet Mollino a Sauze d’Oulx è ancora così degradato o si è rimediato ai danni fatti?

[Stazione della Slittovia al Lago Nero nel suo aspetto originale, 1946-47. Photo E.P.T., tratta da qui.]
Nei mesi scorsi aveva fatto abbastanza scalpore, almeno tra le persone sensibili alle cose belle e a quelle brutte che avvengono in montagna, la trasformazione della ex slittovia al Lago Nero di Carlo Mollino a Sauze d’Oulx (Valle di Susa, Piemonte), una delle opere alpine più iconiche del grande architetto torinese, convertita in chalet-punto di ristoro sulle piste da sci con il bene placito del Comune locale. Una trasformazione da molti ritenuta orrenda, rozza, irrispettosa del valore storico e architettonico dell’edificio, denunciata con dettaglio dal “Giornale dell’Architettura” lo scorso marzo che l’ha definita un intervento

che tradisce l’edificio, vanifica i risultati di un attento restauro e anche delle moderate modifiche, finora rispettose, portate dalla nuova funzione […] Il fatto, inconfutabile, è che l’ex slittovia che oggi si presenta agli occhi di sciatori e appassionati di trekking è molto cambiata. La completa assenza di un progetto ne zavorra pesantemente a terra la leggerezza e lo slancio caratteristici delle architetture di Mollino, e lo fa compiendo poche scelte sbagliate, sciatte e di gusto discutibile, sebbene interne e reversibili.

Un’analisi che è stata approfondita più avanti da Luca Gibello storico e critico di architettura contemporanea, presidente dell’associazione “Cantieri d’alta quota”, che sulla “Rivista del Club Alpino Italiano” n°15 di luglio 2025 ha definito l’intervento

Un festival del posticcio, in omaggio a un “Pinterest alpino” che suona tanto kitsch.

Aggiungendo poi alcune considerazioni che trovo particolarmente interessanti:

Occorre comunque chiedersi perché si possa giungere a tanto, pur di mettere a reddito ogni centimetro quadro disponibile, in un comprensorio turistico già. affollato e inflazionato. Stupisce il laissez faire della pubblica amministrazione, che non poteva non sapere, e che sul suo sito web saluta lo Chalet Mollino come “una delle più importanti opere d’architettura moderna presenti in Italia”. Inoltre, si badi bene che la Soprintendenza è stata tenuta all’oscuro di tutta l’operazione, sebbene, in base al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, gli edifici pubblici costruiti da più di 70 anni da autori non più viventi risultino automaticamente sottoposti a vincolo di tutela.

Quello appena descritto da Gibello è nella sostanza lo stesso atteggiamento che vedo assunto da molte amministrazioni di montagna nei confronti del proprio territorio naturale: un identico laissez faire pur di “valorizzare”, cioè mettere a valore e (s)vendere sul mercato turistico, le proprie montagne anche quando le infrastrutture relative risultano palesemente impattanti e degradanti in modi e con conseguenze che, parimenti, quelle amministrazioni non potevano non sapere.

[Ancora un’immagine della Slittovia originale, di nuovo tratta da qui.]
Un atteggiamento che rimarca non solo una carenza culturale nei confronti delle proprie montagne oltre che una notevole incompetenza riguardo il portato di ciò che vi si delibera e si realizza, ma pure una relazione degradata con i luoghi vissuti e amministrati, verso i quali non si dimostra la cura, l’attenzione e la sensibilità che il decisore politico per primo, e in modo esemplare, dovrebbe manifestare. Ancor più in territori così meravigliosi e al contempo delicati e fragili come quelli montani.

Al riguardo cito ancora Gibello:

Si auspica un pizzico di sensibilità in più, in grado di comprendere il valore del patrimonio costruito, compreso quello contemporaneo. Una sensibilità che consenta di porci qualche domanda, e magari fare qualche verifica, prima di avventarci sulle cose. In altre parole, imparare ad apprezzarle. Così come, durante la pausa tra una sciata e l’altra, magari riusciremo ad accorgerci del paesaggio che ci circonda se non verremo storditi dalla musica unz unz sparata a palla dallo chalet di turno incontrato lungo le piste.

Già, perché se si banalizza e degrada un’opera in origine così bella e sensata come l’ex slittovia di Mollino, inevitabilmente si degrada anche il modo con il quale viene vissuta e con essa il luogo in cui si trova, del quale si perde la facoltà di riconoscerne la bellezza, appunto, e il valore naturale peculiare, ostacolando di conseguenza qualsiasi buona relazione culturale che vi si possa e debba intrattenere. Un po’ come l’effetto “periferia degradata” nelle città: in un quartiere mal tenuto con palazzi brutti la relazione con il luogo e la qualità di vita di chi lo abita inevitabilmente decade.

[Carlo Mollino di fronte alla sua slittovia, in un fotomontaggio tratto dalla pagina Facebook “Rovine e rinascite“.]
Dunque ora, visto che a breve ripartirà la stagione sciistica e di conseguenza la fruizione turistica dello “Chalet Mollino” e siccome in molti hanno chiesto di eliminare quelle brutture applicate all’edificio ripristinandone il più possibile l’aspetto architettonico precedente, chiedo a chi magari scierà da quelle parti: sono stati sistemati i danni perpetrati, oppure tutto è rimasto come prima?

Perché, se fosse così, se tutto fosse rimasto inalterato dalla scorsa stagione, sarebbe veramente il caso di chiederne giuridicamente conto agli amministratori di Sauze d’Oulx (che già in passato hanno deliberato attrazioni turistiche altrettanto discutibili) e di metterli di fronte alle loro evidenti responsabilità al riguardo nonché alla mancanza di sensibilità nei confronti delle loro montagne.

N.B.: le foto qui pubblicate sono ©Cristiana Chiorino e le ho tratte da “Il Giornale dell’Architettura“.

La pluripremiata “Spluga Climbing Gym” di Enrico Scaramellini a Campodolcino, ovvero: costruire bene in montagna si può!

Nel gennaio 2021 pubblicai un articolo (questo) nel quale presentai il progetto della nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio) dell’amico architetto Enrico Scaramellini; all’epoca il cantiere non era stato ancora aperto. Descrivevo il progetto come «un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso».

I lavori sono poi effettivamente partiti nel 2022: la palestra è stata completata nel 2023, inaugurata a maggio 2024 e da allora a oggi ha ricevuto una sfilza di riconoscenti e prestigiosi premi, ad esempio nel 2024 il progetto è stato selezionato in rappresentanza dell’Italia tra i cinque per ciascuna nazione al Piranesi Award in Slovenia; ha vinto, sempre nel 2024, il primo premio ne “I luoghi per lo sport” di Inarch Piemonte; quest’anno ha ricevuto la menzione d’onore all’Alpi Design Award nella categoria “Architettura e Ambiente” e si è classificato al primo posto al Festival “Abitare minimo in montagna” nella sezione Architettura minima. Nel frattempo numerose riviste di architettura in giro per il mondo ne hanno scritto e l’opera è diventata materia di studio in molte università.

Ma in quell’ormai lontano 2021, quando la palestra era ancora un progetto sulla carta, non fui per nulla bravo, io, o preveggente o più lungimirante di nessun altro nel pensare del progetto di Sacaramellini ciò che poi scrissi e nel vedere quelle particolarità che poi sono diventate parte delle motivazioni dei numerosi riconoscimenti ricevuti dalla palestra. Molto più banalmente, è stato il progetto a dichiararsi da subito così importante e significativo, in un modo che credo molti altri avrebbero potuto intuire e comprendere. Di fronte tanti, troppi progetti edili e infrastrutturali realizzati ovvero concepiti nei territori montani palesemente brutti e fuori luogo, la Spluga Climbing Gym (questo il nome effettivo) di Scaramellini si è da subito manifestata come un’opera ben pensata e altrettanto ben fatta, una realizzazione esemplare della necessità di tornare a costruire sui monti cose umane che siano in relazione realmente armonica con il loro paesaggio, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso e ribadisco di frequente) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori, nel quale percepire quella citata armonia tra presenza umana, storica e attuale, e territorio naturale che, appunto, fa sentire bene nel luogo e gradevolmente accolti nel suo ambiente, contribuendo ad apprezzarne ancor più le sue specificità.

[Uno degli ultimi premi nel quale la Spluga Climbing Gym è tra le opere finaliste, il BigMat International Architecture Award.]
Dunque non posso che ribadire una volta ancora i miei più complimenti e l’ammirazione per il lavoro di Enrico Scaramellini e per la visione della presenza e della residenza umana nei territori montani che sa esplicare nei suoi progetti. Emblematici e esemplari non solo in tema architettonico ma, ben più in generale, riguardo la vita presente e futura in montagna.

Il Festival de “L’AltraMontagna” a Rovereto

Dopo la prestigiosa anteprima di ieri, con il monologo teatrale Il Canto del Principe di Marco Albino Ferrari, oggi entra nel vivo il Festival de “L’AltraMontagna, con il desiderio di approfondire alcune tra le principali tematiche affrontate negli ultimi mesi dal quotidiano – con il quale collaboro fin dalla sua nascita e che risulta sempre più apprezzato per la peculiare capacità di analisi delle realtà montane che sa offrire. Il Festival e i numerosi eventi in programma animeranno Rovereto e le montagne circostanti fino a domenica 15 giugno.

Tra spettacoli teatrali, talk, musica, film ed escursioni, il Festival rappresenta una grande occasione per incontrarsi e dialogare di persona, nella convinzione che il confronto diretto sui temi legati al mondo della montagna – da quelli grandi e fondamentali ai tanti piccoli e solo apparentemente secondari, le cui dinamiche interessano inevitabilmente anche le pianure e le città – sia quanto mai necessario, tanto più nella realtà in divenire che coinvolge tutti.

Trovate il programma completo nella locandina lì sopra e ogni altro dettaglio al riguardo qui.