Geo-metrie nella geo-grafia

Nel territorio naturale c’è sempre – salvo forse rarissimi casi, ma da me mai riscontrati – qualche sorta di proporzione armonica, di simmetria casuale solo all’apparenza, di rispondenza di linee, forme, morfologie: una geo-metria nella geo-grafia che non sempre si può percepire nitidamente, anzi, sovente risulta nascosta, sfuggente. Tuttavia, se ci si muove nel territorio e lo si osserva con attenzione nonché, soprattutto, con adeguata sensibilità, forse quelle proporzioni arcane all’improvviso si svelano, anche grazie a una condizione favorevole che può durare solo un istante: una frazione, un attimo che i sensi aperti alla massima percezione possono togliere dal tempo e rendere infinito.

Come qualche sera fa, sui monti sopra casa, con la particolare luce via via più radente che anticipa il tramonto del Sole e la nitidezza d’un cielo pulito quanto basta da una tranquilla brezza, respirando la leggera e delicata aria vespertina che dopo una giornata di lavoro è uno dei balsami più rigeneranti e, a sua volta, fa da impulso di leggiadra energia a vivificare e accendere la percezione dei sensi. Ho osservato il paesaggio “ordinario” dacché domestico, quello dell’immagine in testa al post, un angolo di territorio conosciuto in ogni sua parte ma senza che ciò possa mai mitigare la curiosità nella sua visione, nella scoperta di qualcosa di inopinato, e così ho esclamato dentro di me «to’, ma guarda che roba!»:

Geometrie eterne nella geografia quotidiana (cerco di riprodurle dozzinalmente nell’immagine qui sopra) che si svelano d’improvviso come nuove, mai viste o mai colte, dissolvendo il tempo nell’istante di quel presente e disegnando lo spazio con linee inedite, non più ignote ma comunque fascinosamente arcane, che evolvono e impreziosiscono il paesaggio percepito di nuove impressioni, cognizioni, immaginazioni. Tutto ciò come mai prima avevo visto e come mai dopo vedrò: le altre volte erano diverse geometrie, impressioni, percezioni, le prossime saranno ulteriori proporzioni, armonie, simmetrie. Con tutto questo, nemmeno io resto quello di ieri e non sarò domani ciò che sono oggi: le geometrie armoniche del paesaggio, variabili, multiformi, caleidoscopiche, ri-conformano ogni volta anche il mio paesaggio interiore, così che quelle armonie siano anche le mie e io sia in armonia con il territorio e il paesaggio che le generano.
E questo accade a pochi passi da casa tanto quanto ovunque, in ogni luogo io possa e sappia visitare con i sensi, oltre che con il corpo.
L’infinito, come penso sempre, comincia appena oltre la punta dei propri piedi.

La città tridimensionale

Si tende a considerare la foggia e l’aspetto d’una città solo in senso bidimensionale, attraverso mappe e stradari, o tutt’al più ritrovando una ovvia terza dimensione nello skyline di essa, mentre la città possiede uno spessore primario e una tracciatura tridimensionale in ogni suo punto. Non solo il labirinto delle vie la disegna ma anche – io penso soprattutto – l’insieme delle linee tracciate da qualsiasi elemento architettonico, piccolo o grande, importante o insignificante contenuto in essa, tra i suoi palazzi, sulle strade, sui muri, fin sopra i tetti. Ed è un disegno che della città può ampliare a dismisura i suoi confini, oltre che il senso, la sostanza e il godimento della sua esplorazione e conoscenza.

Proprio così, anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Cento altri occhi

Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è.

(Marcel ProustLa prigioniera, traduzione di Giovanna Parisse, in Alla ricerca del tempo perduto, edizione integrale a cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso, Newton Compton, 1990, pag.1815.)

Tra terra e cielo

Se c’è una cosa – secondo me – che rende certe giornate dal cielo così perfettamente terso e profondamente azzurro da sembrare finte invece assolutamente affascinanti, è l’osservazione dei profili dei monti che con insuperabile nitidezza si stagliano contro quell’azzurro perfetto. La linea che creste, dorsali e cime disegnano è netta e dinamica, dotata di evidente eppure anche arcana “morfo-logica” (sostantivo, ovvero logica delle forme). Il contrasto materiale e cromatico è altrettanto netto ma niente affatto antitetico se non nell’iniziale percezione visiva, appunto: anzi, quella linea che il profilo dei monti disegna nel cielo non marca un “confine”, come verrebbe facile pensare, ma una congiunzione, il contatto di due elementi non discordanti ma concordanti in modo, per così dire, giustificante.

La visione mi fa pensare all’etimologia originaria del termine “confine”, alquanto interessante: viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, nel principio, una parola che indica una separazione o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella originaria: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide perché sostanzialmente ci è stato insegnato così fin dai tempi della scuola, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti, siano essi materiali o immateriali, si toccano, entrano in ovvero stabiliscono un contatto. E in effetti, quando camminiamo lungo le creste dei monti e raggiungiamo le loro vette, non stiamo come in nessun altro posto (simbolicamente nonché geograficamente) con i piedi ancora a terra ma con il corpo già “immerso” nel cielo? Diventiamo noi stessi elementi di contatto come le cime che dal piano lungo i corpi montuosi si elevano e si “immergono” nel cielo, ciascuna di esse punto assoluto della congiunzione tra terra e cielo – anche al di là delle millenarie interpretazioni in tal senso delle sommità dei monti elaborate da numerose civiltà.

È anche una correlazione “estetica”, a ben vedere: di una bellezza materiale, di sostanza, con un’altra bellezza immateriale, eterea, delineata in una giornata così radiosa come dalla linea tracciata da due campiture di diverso colore sulla tela d’un quadro. Anche in tal caso, nessun confine c’è, e ci potrebbe essere, tra diverse forme e manifestazioni della stessa bellezza, se la si osserva con sguardo ampio, libero e olistico, che sappia cogliere il dettaglio nel complesso senza trascurare l’uno per l’altro ma percependone la relazione ineludibile. Proprio come si dovrebbe osservare un’opera d’arte, insomma: ma cos’è l’arte, d’altronde – e da sempre, secoli fa ma sovente pure oggi anche se in forme diverse – se non una rappresentazione della bellezza insita nella visione del paesaggio mutuata dalla sensibilità umana? Appunto: non c’è nessun confine di sorta, nemmeno qui.

P.S.: la foto in testa al post è mia, si.