La Natura, vista bene

La natura bisogna viverla, nel senso che la natura deve limitarsi a fornire lo scenario all’interno del quale si dispiegano il nostro spirito e il nostro sentire. Ecco perché sono le persone attive a goderla nella sua pienezza. L’operaio che durante il lavoro solleva lo sguardo, l’artista o il pensatore immerso con gravità nei propri progetti, l’erudito, lo scopritore in cerca di qualcosa: costoro vedono molto meno rispetto al passeggiatore ancorché attento che se ne va in giro a zonzo, ma quel poco che vedono, lo vedono in maniera infinitamente più chiara.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.202; orig. Der Gotthard, 1897.)

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In un certo momento, in ogni momento

Ci sono delle volte in cui il caso – sempre che esista, “il caso” – ti fa ritrovare in un certo luogo ad un certo momento (silenzio intorno, nessuna voce, niente vento, quiete profonda, il respiro si placa e lo sguardo si espande, il bosco avvolgente, solo delicata luce e colore e ombre danzanti e accoglienti) sì da farti credere, pensare, percepire di poter essere – proprio lì, in quel frangente – in ogni luogo e in ogni momento. Come se ogni (in)immaginabile dimensione spaziotemporale si compendiasse per chissà quale connessione di circostanze (ciò che poi noi chiamiamo “caso”, appunto, spesso proprio perché non riusciamo e non sappiamo definirlo in altro modo) in un unico piccolo punto dell’Universo, in un solo minimo lasso di tempo – e tu ci sei, lì.
O forse no, non è affatto così e non accade nulla di tutto ciò; solo puro fantasticare suggestionato dalla bellezza d’intorno. Ma, se pure andasse così, anche il solo formularne il pensiero è intensamente piacevole: forse perché, questo sì, è qualcosa che non accade affatto per caso.

Se l’uomo negli animali vede solo sé stesso (John Berger dixit)

Quando sono intenti a esaminare un uomo, gli occhi di un animale sono vigili e diffidenti. Quel medesimo animale può benissimo guardare nello stesso modo un’altra specie. Non riserva uno sguardo speciale all’uomo. Ma nessun’altra specie, a eccezione dell’uomo, riconoscerà come familiare lo sguardo dell’animale. Altri animali sono tenuti a distanza da quello sguardo. L’uomo diventa consapevole di se stesso nel ricambiarlo.

(John Berger, Perché guardiamo gli animali?, Il Saggiatore, 2016.)

Forse è anche per questo che nessun’altra specie come l’uomo ha sterminato così tante altre specie viventi: perché in esse ha sempre e solo visto sé stesso e i propri fini – di piacere, guadagno, interesse personale, vittoria, sopraffazione… – mai altre creature ugualmente vive e altrettanto intelligenti se non di più, solo in modo diverso, nonché con le quali rapportarsi in un rapporto biologico ed ecosistemico tanto naturale e necessario quanto incompreso o rinnegato. Ma è basta autoproclamarsi razza più intelligente sul pianeta per togliersi di mezzo anche questo “problema”.
Così, cito ancora John Berger, al riguardo:

“Gli animali stanno scomparendo ovunque. Negli zoo sono un monumento vivente alla loro stessa scomparsa. Così facendo, hanno provocato la loro ultima metafora.”