Uscita da scuola – e dalla realtà

Giusto a proposito di “parole pesanti“…
A fronte del tema di fondo molto pratico, che dunque ha una sua relativa importanza legata a tale praticità e non di più, la recente discussione intorno alla questione circa la presenza dei genitori all’uscita dei ragazzi da scuola mi è parsa tra le più surreali degli ultimi tempi (si veda qui l’ottimo riassunto de Il Post). Da ogni senso, intendo dire: da parte dei legislatori, le cui giurisprudenze sono di frequente scritte per pochi e applicate a molti, o viceversa; da parte della politica, che nuovamente ha palesato quanto sia lontana e avulsa dall’ordinaria realtà quotidiana; da parte dei media, che per l’ennesima volta – e correndo appresso a certi politicanti altrettanto surreali – hanno alzato il solito polverone ove non c’era che qualche “granellino” da spostare; da parte di tanta gente comune – ultima ma non (mai) ultima – che senza approfondire la questione ha subitamente preso a sproloquiarci sopra.

Una sur-realtà (nulla a che vedere con il surrealismo artistico, inutile rimarcarlo, anzi: tutto il contrario, soprattutto in quanto a nobiltà d’intenti e d’azione) assai emblematica dello stato del paese, sempre più malridotto palcoscenico per una recita tragicomica nella quale più gli attori sono scarsi e più trovano spazio per interpretare la propria buffonesca parte e mettersi sotto i riflettori (mediatici). Di fronte ad essi resta un pubblico urlante e maleducato, mentre chi può da tale teatrino se ne allontana il più possibile, se non lo ha già sagacemente fatto.

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Parole di guerra – o guerra di parole

Il Post – per inciso, a mio parere uno di quegli organi d’informazione di qualità i quali, complessivamente, in Italia si possono contare sulle dita di una mano, si veda il mio articolo precedente (e si veda non solo per tale questione) – stamattina sulla propria pagina facebook ha dedicato un post (gioco di parole inevitabile!) all’uso di certe parole da parte di altri media d’informazione, in relazione alla situazione politica in essere tra Spagna e Catalogna:

Ci risiamo, insomma. Ovvero si torna esattamente a quanto già scrivevo tempo fa in tema, in questo articolo: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Oltre che la totale devianza imposta al valore e all’importanza del linguaggio, verbale tanto quanto scritto, e ai suoi fondamentali fini di comunicazione e relazione sociale, civica, politica (nel senso nobile del termine, pressoché estinto nell’omonimo ambito istituzionale).

È un altro grave segno del degrado culturale nel quale sta sprofondando la nostra società, spinta in tale baratro da vigorose spinte ormai quotidiane arrecate, il più delle volte, da quei soggetti che invece dovrebbero preservarla dallo stesso pericolo.
Così almeno la penso, io.

L’inforNazione contemporanea (by Cecigian)

Standing ovation per Gian Lorenzo Ingrami, in arte Cecigian, vignettista di notevole arguzia e riconosciuta fama, che nella vignetta qui sopra riprodotta riesce a spiegare lo stato dell’arte dell’informazione contemporanea come parole e parole in gran quantità non potrebbero fare meglio.

Perché è così: oggi, per la stragrande maggioranza degli organi d’informazione (in Italia, a mio modo di vedere, per quelli da salvare bastano le dita di una mano), non conta più alimentare la mente ma la pancia. Narrare le realtà del mondo è ormai come sfornare a gogò alimenti da fast food: la genuinità (dell’informazione) non esiste più, le capacità nutritive (culturali) men che meno; c’è solo il gusto, artificialmente creato, che dura il mero tempo della “deglutizione” e che pur in così poco tempo riesce a rovinare il metabolismo (intellettuale). La pancia è contenta, la mente deperisce.

Inutile dire, poi, dove rapidamente finirà ciò che è stato così superficialmente ingoiato, palesando la propria reale natura, vero?

Cliccate sull’immagine per visitare il blog di Cecigian; questa, invece, è la sua pagina facebook.

C’è sempre più un brutto clima, dalle nostre parti…

Lo scrivevo già il 21 aprile scorso in questo post: “In molte zone del Nord Italia c’è il serio pericolo di una siccità senza precedenti.” Ecco, purtroppo era realmente serio, quel pericolo (sopra, uno dei tanti giornali che ne hanno parlato in questi giorni). E, sia chiaro, non serviva essere esperti climatologi per capire la gravità della situazione, ma solo coltivare un minimo senso civico e un’altrettanto piccola coscienziosità ambientale.

Tuttavia – di nuovo ribadendo quanto affermavo allora – temo che la portata dei cambiamenti climatici in corso, e ancor più la comprensione delle loro conseguenze, continuino a non essere comprese, ovvero a essere sostanzialmente ignorate – non solo qui ma un po’ ovunque, sul pianeta. “Not in my backyards” dicono gli anglosassoni: basta che accada fuori dal mio cortile di casa, insomma. Se crepa(va)no di sete altrove, amen (e guai se poi costoro fuggono dai quei loro sfortunati paesi e vengono qui a fare gli “immigrati”!); ora tuttavia il cortile è proprio il nostro, e pure l’Italia, se il degrado climatico non cambia, sarà sempre più a rischio desertificazione. Il che è un assurdo, vista la tanta acqua che in condizioni normali abbiamo sempre avuto a disposizione: ma ora fa sempre più caldo, d’inverno cade meno neve, non piove per lunghi periodi, i ghiacciai alpini si stanno liquefacendo privandoci di una preziosissima riserva d’acqua potabile, i fiumi sono sovente in secca, i laghi restano per lungo tempo sotto i livelli minimi. E se fossimo noi a rischiare di diventare profughi climatici, in un prossimo futuro?

Sia chiaro, non voglio affatto eccedere in tremendi catastrofismi: la mia è grande, pura e vivida preoccupazione. Credo d’altro canto che non si possa non considerare l’eventualità che le peggiori previsioni riguardo i cambiamenti climatici in corso siano addirittura migliori della situazione reale – ovvero che il clima stia cambiando, in peggio, anche più rapidamente di quanto previsto.

Ugualmente, credo – anzi, sono fermamente certo, a fronte di lampanti innegabili dati scientifici, che si debba pure cominciare a mettere una volta per tutte al bando quelle voci che invece negano i cambiamenti climatici. Di più: fosse per me, quantunque la cosa possa essere impossibile, istituirei il reato di negazionismo climatico, alla stregua di altre violazioni – immateriali, ma dalle conseguenze ben concrete – dei diritti umani.

E se ritenete che nello scrivere ciò stia pensando, ad esempio, a un certo presidente di una certa grande potenza mondiale recentemente eletto in modo assolutamente democratico (salvo influenze esterne attualmente sotto indagine, ovvio), avendo tra i punti del suo programma elettorale proprio la negazione del cambiamento climatico per cause antropiche e agendo contro gli accordi sul clima ratificati per mera arroganza politico-lobbistica (vedi sopra, riguardo all’incapacità diffusa di comprendere la questione da parte di certo elettorato), arrivando a scrivere cose del genere… beh, non sbagliate affatto.