Goodbye, Facebook!

Da oggi, ovvero da questo post in poi, sappiate che chiuderò tutti i miei profili su Facebook.
Fine della storia, già. Non trovo sia più il caso di farne parte, molto semplicemente.

Posto il blog come presenza personale principale e fondamentale sul web, con il sito annesso, mi trovate su Twitter (anche con i post del blog, ovviamente), su Instagram e, per chi volesse contattarmi, su Messenger. Oppure c’è sempre la cara vecchia email, certo!
Ecco.

Lode imperitura al web, infamia perenne a chi ne fa un uso bieco e truffaldino!

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Un “non giornale” da chiudere. Punto.

A proposito di menti irrimediabilmente bruciate

Il giornale è un organo di informazione e di approfondimento, dunque deve informare e approfondire le notizie, qualsiasi esse siano e da qualsiasi punto di vista vengano analizzate – basta che sia un punto di vista legittimo, fondato e logico, anche ove miri alla provocazione. Che è efficace quando è sagace, non quando è infamante. Il giornale non è uno strumento di diffamazione, di denigrazione e di calunnia, tanto più di diffusione di palesi fake news.

Il principio è chiaro, dunque è inutile girare intorno alla questione fermandosi sempre e solo ai commenti indignati: il “giornale” Libero va chiuso. Punto. Non c’è da aggiungere null’altro.

Dacché tale azione non rappresenta affatto una qualche forma di “censura” ma, al contrario e in modo totalmente legittimo, l’affermazione del necessario e doveroso diritto alla giustizia (non solo nella e dell’informazione) e del senso civico proprio di ogni società emancipata, a difesa dell’opinione pubblica e della cognizione culturale comune – ma pure a difesa delle stesse idee che la redazione in questione vorrebbe sostenere e invece finisce inesorabilmente per infangare e infamare. Il tutto, per giunta, nei confronti di una pubblicazione che non è un giornale in forza di quel chiarissimo principio sopra esposto, appunto.

Il calcio preso (mortalmente) a calci

Mi pare di nuovo assolutamente chiaro perché il gioco del calcio si chiami così, qui, e non “football” o qualche derivato da tale termine originario, come avviene quasi ovunque nel resto del mondo. Giammai per un retaggio dal calcio storico fiorentino, ma perché il football è – anzi, era un gioco sportivo bellissimo che è stato ormai ucciso a calci da tutto quanto gli si è costruito intorno e sopra: dai giri di denaro a dir poco vergognosi quando non oscurissimi allo pseudo-giornalismo di più che infimo livello, fino al tifo violento e criminale per il quale si odia il tifoso avversario, ci si esercita nel più bieco razzismo, addirittura si uccide in nome di una squadra, il tutto con la silente tolleranza di club e istituzioni. Per tornare poi l’indomani a dire le solite scempiaggini retoriche e luogocomunistiche, del tipo: «Sì, ma il calcio è lo sporto più bello del mondo!», dettate da quella terribile stortura che, dagli anni ’60 in poi, ha trasformato il football da bellissimo gioco – e ribadisco, gioco – a questione sociopolitica, ovvero contemporanea (e degradata) versione del panem et circenses d’epoca romana.

Il “calcio”, già.

Vi fu un tempo in cui un grande del Novecento, Albert Camus, disse: «Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio». Ma è passato più di mezzo secolo da allora, e pure quel tempo di trepidante gioia che una partita sapeva suscitare è stato preso a calci, temo in modo letale. Chissà se oggi Camus, a fronte di fatti come quello di Milano – al quale si riferisce l’immagine qui sopra – e di tanti altri simili, scriverebbe la stessa cosa.

Dovremmo andare tutti quanti a piedi

Siccome credo molto poco alla reale volontà di chiudere i grandi centri commerciali la domenica* – al di là dei soliti toni da boutade sloganista, dei quali ormai si nutre tutta la politica, salterà fuori l’ennesimo escamotage che cambierà “tutto” e non cambierà nulla, vedrete, con gran gioia della massa di persone (votanti, peraltro) che pensano che passare le domeniche al centro commerciale sia “meraviglioso” – siccome ci credo molto poco, dicevo, allora invoco che venga almeno messo in atto un adeguato contraltare di natura (anche) socioculturale. Ad esempio, che in qualche modo si imponga che almeno per una domenica al mese tutti quanti si vada a piedi. Niente auto, nemmeno quelle elettriche e tanto meno ebike, solo bici tradizionali e mezzi pubblici non inquinanti: per il resto, tutti in cammino. Anche per andare al centro commerciale, se proprio uno vuole, ma a piedi.

Il bello della pratica del camminare è anche dato dal fatto che la sua natura profondamente filosofica la può capire, e rapidamente, anche chi di filosofia non ci capisce nulla. Basta andare, muovere i piedi, possibilmente in ambiente naturale ma anche in quello urbano, se non troppo pesantemente inquinato dal traffico come ordinariamente accade, e vi assicuro che è un attimo capire come ogni altro tipo di movimento, al di là della sua mera e necessaria (ma di rado veramente tale) funzionalità, è sotto molti aspetti illogico, irrazionale, brutto, insalubre, scriteriato, in certi casi pure folle. Non solo: camminando, si capisce molto meglio anche l’intero mondo che si ha intorno, garantito.

È solo una simpatica utopia, questa mia? Forse, ma sempre meglio della spaventevole distopia che sta occupando la nostra realtà quotidiana e nella quale tutti quanti ci ritroviamo sempre più a vivere. Ecco.

*: per la cronaca, la mia posizione al riguardo l’ho già chiaramente espressa tempo fa, qui.

Di sistemi di condizionamento emotivo-mentale occulti

Comunque, a volte mi sorge netta e assai vivida l’impressione che certi sistemi di condizionamento emotivo, e dunque pure mentale, siano ben più diffusi di quanto si possa credere, sovente celati in oggetti apparentemente banali e innocui.

Le confezioni termosaldate degli alimenti nella grande distribuzione, ad esempio – salumi, formaggi, eccetera -, in particolare quelle con le scritte, generalmente sugli angoli, “APRI QUI”.
Ecco, apri qui. Ti dici: bene, c’è scritto, bastano due dita, tirare un pochino, la confezione si aprirà come niente, no? Invece niente, appunto: di frequente la confezione non si apre affatto, tu tiri, tiri, tiri, t’inquieti, tiri, storci l’angolo e i lembi, tiri ancora, t’innervosisci sempre più… niente da fare, la confezione “APRI QUI” non s’aprirebbe nemmeno se a tirare i suoi lembi invincibili fosse il campione del mondo di forza bruta. C’è gente che per eccessiva fiducia verso il proprio apparato dentale (ha provato ad aprire la confezione pure coi denti, sì) s’è ritrovata a spendere un bel tot di Euro dal dentista, eh! Meno male che c’è un paio di forbici, in un cassetto della cucina, ma nel mentre che ti tocca intervenire con tale “piano B” ti arrovelli mente e animo chiedendoti con non poco astio: ma che ca…volo ce la mettono a fare, i maledetti, quella scritta APRI QUI? Che ti fanno pure male le punte delle dita, per quanto hai tirato inutilmente!

Caso opposto: confezione con scritta “APRI QUI” o “TIRARE QUI”, magari accompagnata con un’invitante “apertura facilitata, confezione richiudibile!”. Eh – ti dici – un gioco da ragazzi, per di più che è pure comoda, ‘sta confezione richiudibile (ovvero, l’orgoglio di aver fatto un buon acquisto, anche in senso pratico: roba mica da poco per chi non sia così avvezzo alla spesa quotidiana al supermercato). Così, sicuro di te stesso e di ciò che stai per fare, tiri leggerissimamente, ed ecco che la confezione ti si disintegra tra le mani, con il contenuto che inesorabilmente cade un po’ ovunque (di solito su un pavimento tirato a lucido da pochissimi istanti) e insieme cadono – verso abissi di cupo disagio – il tuo orgoglio ferito immantinente nonché, ovvio, il tuo umore.

Ecco. Ditemi se queste circostanze non finiscono per condizionarti la giornata!

O non finirebbero per: in fondo, basta servirsi del buon vecchio alimentari vicino casa, risolvendo la questione coi suoi bei pacchetti di carta, possibilmente riciclata/riciclabile. Certo, sempre che per via della proliferazione di megacentri commerciali e dei loro prodotti termosaldati sottocosto tre-per-due tessera-punti-ricchi-premi ce ne sia ancora qualcuno di tali negozietti, vicino a dove vivete.