La Rabbia Saudita

Oggi i media internazionali (ma non quelli italiani se non in rarissimi casi, e poi capirete il perché) riportano la notizia che

La coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita è stata inserita nella lista nera dell’ONU [dei paesi che violano i diritti umani in particolare dell’infanzia], anche se le viene riconosciuto di aver messo in atto misure per migliorare la protezione dei bambini.

E’ un fatto assolutamente emblematico di come giri il mondo contemporaneo, a mio modo di vedere. E, per la cronaca, non gira affatto dritto.

Infatti, se la suddetta lista nera dell’ONU sancisce uno stato di fatto risaputo riguardo la “cura” (ovvero la repressione) dei diritti umani in Arabia Saudita – al punto da “costringere” molti a salutare come una “vittoria” la recente concessione alle donne di guidare autovetture, che a me invece pare tanto una sonora e ipocrita presa per i fondelli – nel sentire stamani la notizia nelle rassegne stampa internazionali non ho potuto istantaneamente pensare ad alcuni elementi assai significativi al riguardo, appunto:

  • In primis la carica di Faisal bin Hassan Thad, ambasciatore dell’Arabia Saudita presso le Nazioni Unite, come presidente del comitato consultivo del Consiglio Onu dei Diritti Umani, l’organismo tecnico delle Nazioni Unite ha il compito di indicare buone pratiche e indirizzi agli esperti di difesa delle libertà umane fondamentali. Un’assurdità bella e buona, palesemente.
  • Il fatto che l’Arabia Saudita era e resta il Paese arabo che nell’ultimo anno solare ha speso di più in armi.Non solo. Riyad, impegnata militarmente contro i ribelli Houthi (sciiti)  in Yemen, in  questa poco onorevole classifica si piazza al quarto posto nel mondo con un budget per la Difesa di 62,7 miliardi di dollari (il più imponente della regione). È quanto riporta l’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Leggete qui maggiori dettagli al riguardo oppure qui.

  • E chi ha notevolmente aumentato il volume della vendita di armi all’Arabia Saudita? L’ItaGlia, esatto. Il che, io credo, spiega almeno in parte perché la notizia citata all’inizio di questo post è pressoché assente sui media italioti. Complimenti come sempre alla meschina nonché viscida furberia nazionale, eh!
  • Ma in fondo, a comportarsi in questo modo non è certamente sola, l’ItaGlia. Non serve infatti rimarcare come l’Arabia Saudita sia da tempo considerata uno dei migliori alleati in senso assoluto dell’Occidente. Un’alleanza assolutamente riconfermata di recente dall’attuale Presidente USA, al quale proprio in queste ore si è accodato il Presidente russo in carica.

Ecco. Questo è il pianeta Terra, anno 2017. O meglio: questa è la “civiltà” umana, quella formata dagli esseri più “intelligenti” e “avanzati” del pianeta – per autoproclamazione. Fate voi!

P.S.: l’immagine in testa al post è © Mohammed Huwais, Afp.

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Summer Rewind #8 – Le parole che servono, nulla più

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 5 giugno 2015.)

Vignetta di Cavez: https://www.facebook.com/FanCavez
Vignetta di Cavez: https://www.facebook.com/FanCavez
Questa vignetta, e soprattutto ciò che sottintende – le tante, troppe parole vuote e inutili che intasano l’etere contemporaneo, pronunciate da personaggi che in molti casi a starsene in silenzio avrebbero solo da guadagnarci, e il mondo con loro – mi fanno tornare in mente gli amici della Valtellina presso i quali ho passato innumerevoli vacanze estive, e quel loro modo di fare per il quale sembrava che vi fosse un limite, misterioso tanto quanto invalicabile, di parole da spendere al giorno.
Ciò fin dai convenevoli, allora come adesso quando torno a trovarli – purtroppo meno di quanto vorrei. Da essi ho imparato che i convenevoli più sono apparentemente cordiali, più facilmente sono falsi. Lassù non ci si vede da mesi, poi ci si incontra e: “Ciao. Allora?” Fine, un sorriso, uno sguardo e nulla di più – al massimo una stretta di mano, ma solo in occasioni particolari. Ma, in così poche e brevi parole, c’era e c’è quella cordialità e quello spirito amichevole che non abbisognano, appunto, di troppe parole, di tante frasi fatte per essere manifestati.
E poi, alla richiesta di farsi raccontare quanto accaduto durante la reciproca lontananza – il suddetto “Allora?” basta e avanza per ciò – nessun ampolloso resoconto da talk show televisivo, semmai poche formule convenzionali. “Ma sì, dai!” significa che va tutto bene, “Insomma…” lascia intendere che vi sia qualche problema, e “Uff!” o “Bah!” che è accaduto qualcosa di preoccupante. Ma in tal caso, nuovamente, non c’è da aspettarsi alcuna articolata cronaca: solo qualche cenno, più o meno vago. E questo non perché non vogliano raccontare o si tengano per sé certi fatti dacché privati e non te li vogliano raccontare; semmai perché lassù la ricerca di consenso e di considerazione altrui – possibilmente condita da una buona dose di (pseudo)condivisione dello stato d’animo, che essendo forzata è immancabilmente falsa – non è cosa ambita, anzi. Forse anche perché quegli amici conservano ancora un tradizionale ovvero innato istinto all’autonomia quotidiana, al cercare di cavarsela da soli, prima di dover chiedere ad altri. E, sia chiaro, non sto parlando di montanari retrogradi e asociali da poco usciti dalle capanne e dalle stalle di legno e paglia – in tal senso c’è molta più primitività civica e sociale in città, sotto parecchi punti di vista.
Insomma, giusto le parole che servono, non di più, mai fuori luogo, mai senza un senso necessario – almeno nei discorsi importanti. Un’abitudine derivante dall’essere di frequente soli, in quell’ambiente montano? No, non credo. Forse un tempo poteva essere così, quando la vita in montagna era certamente  ben più ostica di quella attuale. Penso invece più alla preservata facoltà di comprendere l’essenza delle cose, di stare nel nocciolo di esse senza troppe divagazioni nell’inutilità d’intorno – una facoltà che senza dubbio la montagna aiuta a perseguire. Oppure – mi viene da pensare in modo forse esageratamente poetico – la capacità di saper ancora apprezzare il silenzio. Il silenzio della Natura, quel silenzio che a noi cittadini ci è stato vietato dalla nostra rumorosa, cacofonica società, che viene costantemente cancellato dall’incontrollato e insensato profluvio di parole proveniente da ovunque, che ci è stato imposto dalla TV – strumento fondamentale di controllo di massa, ça va sans dire – la quale ci ha abituato a sentire di continuo qualcuno che parla fino ad averci disabituato (strategicamente) ad ascoltare veramente. Quel silenzio che invece tra i monti probabilmente c’è ancora, e che rappresenta la condizione ideale per ascoltare, appunto, quanto si ha intorno e, ancor più, sé stessi.
Tornerò presto a trovare quei miei amici, su in Valtellina. Una volta ancora ci si saluterà come se ci si fosse visti ieri – e invece sono mesi che non passo da loro – si scambieranno tre parole, e poi magari si starà sul terrazzo ad osservare verso il possente orizzonte alpino fatto di boschi, cime, pareti e nevi eterne che chiude su tre lati l’orizzonte della valle, senza dire nulla. Ma ascoltandoci reciprocamente come difficilmente mi può accadere altrove.

C’è sempre più un brutto clima, dalle nostre parti…

Lo scrivevo già il 21 aprile scorso in questo post: “In molte zone del Nord Italia c’è il serio pericolo di una siccità senza precedenti.” Ecco, purtroppo era realmente serio, quel pericolo (sopra, uno dei tanti giornali che ne hanno parlato in questi giorni). E, sia chiaro, non serviva essere esperti climatologi per capire la gravità della situazione, ma solo coltivare un minimo senso civico e un’altrettanto piccola coscienziosità ambientale.

Tuttavia – di nuovo ribadendo quanto affermavo allora – temo che la portata dei cambiamenti climatici in corso, e ancor più la comprensione delle loro conseguenze, continuino a non essere comprese, ovvero a essere sostanzialmente ignorate – non solo qui ma un po’ ovunque, sul pianeta. “Not in my backyards” dicono gli anglosassoni: basta che accada fuori dal mio cortile di casa, insomma. Se crepa(va)no di sete altrove, amen (e guai se poi costoro fuggono dai quei loro sfortunati paesi e vengono qui a fare gli “immigrati”!); ora tuttavia il cortile è proprio il nostro, e pure l’Italia, se il degrado climatico non cambia, sarà sempre più a rischio desertificazione. Il che è un assurdo, vista la tanta acqua che in condizioni normali abbiamo sempre avuto a disposizione: ma ora fa sempre più caldo, d’inverno cade meno neve, non piove per lunghi periodi, i ghiacciai alpini si stanno liquefacendo privandoci di una preziosissima riserva d’acqua potabile, i fiumi sono sovente in secca, i laghi restano per lungo tempo sotto i livelli minimi. E se fossimo noi a rischiare di diventare profughi climatici, in un prossimo futuro?

Sia chiaro, non voglio affatto eccedere in tremendi catastrofismi: la mia è grande, pura e vivida preoccupazione. Credo d’altro canto che non si possa non considerare l’eventualità che le peggiori previsioni riguardo i cambiamenti climatici in corso siano addirittura migliori della situazione reale – ovvero che il clima stia cambiando, in peggio, anche più rapidamente di quanto previsto.

Ugualmente, credo – anzi, sono fermamente certo, a fronte di lampanti innegabili dati scientifici, che si debba pure cominciare a mettere una volta per tutte al bando quelle voci che invece negano i cambiamenti climatici. Di più: fosse per me, quantunque la cosa possa essere impossibile, istituirei il reato di negazionismo climatico, alla stregua di altre violazioni – immateriali, ma dalle conseguenze ben concrete – dei diritti umani.

E se ritenete che nello scrivere ciò stia pensando, ad esempio, a un certo presidente di una certa grande potenza mondiale recentemente eletto in modo assolutamente democratico (salvo influenze esterne attualmente sotto indagine, ovvio), avendo tra i punti del suo programma elettorale proprio la negazione del cambiamento climatico per cause antropiche e agendo contro gli accordi sul clima ratificati per mera arroganza politico-lobbistica (vedi sopra, riguardo all’incapacità diffusa di comprendere la questione da parte di certo elettorato), arrivando a scrivere cose del genere… beh, non sbagliate affatto.

C’è siccità (idrica) e siccità (culturale)

In questo articolo vi parlerò di siccità.
«Un argomento off topic!» forse penserete. Beh, niente affatto e per diversi motivi – ma vado con ordine.
In molte zone del Nord Italia c’è il serio pericolo di una siccità senza precedenti. Fa sempre più caldo, anche d’inverno – nonostante qualche settimana di freddo del tutto ordinario, d’altro canto – e in montagna nevica sempre meno. È paradossale che in queste zone vi possa essere un rischio di siccità, per quanto formalmente siano ricche di acque nonché a ridosso delle Alpi, sulle quali almeno d’inverno dovrebbe nevicare, appunto, e alle cui alte quote vi sono numerosi apparati glaciali… Già, ma il cambiamento climatico sempre più evidente e profondo i ghiacciai se li sta mangiando rapidamente, e di questo passo la maggior parte di essi scomparirà nel giro di qualche lustro, facendo dunque scomparire una preziosa riserva di acqua potabile a disposizione della pianura antropizzata e coltivata – oltre che dei monti stessi, naturalmente. Per di più, non solo d’inverno fa più caldo ma pure d’estate e, quando piove, sempre più spesso si scatenano dei nubifragi terrificanti che fanno gran danni e, di contro, non danno nemmeno il tempo al terreno di assorbire tutta la pioggia caduta.
Insomma, il cambiamento climatico non è il solo problema, semmai è l’inizio (drammatico già di suo) del problema susseguente: il relativo cambiamento del paesaggio, dell’ecosistema entro il quale viviamo e dunque, gioco forza, la modificazione forzata della nostra vita quotidiana la quale – ce ne dimentichiamo spesso, purtroppo – è strettamente legata all’ambiente naturale nel quale viviamo, anche oggi che ci crediamo uomini ipertecnologici e in grado di controllare tutto e tutti.
Non è così, proprio per nulla, e forse a questo punto già comprenderete che questa mia disquisizione ha una forte valenza culturale, altro che! In primis perché ciò che sta avvenendo al nostro ambiente finisce per modificare il territorio e la sua percezione fondamentale da parte nostra, il “paesaggio”, il quale è un elemento culturale ben determinato e determinante. In secondo luogo, come ribadisco, perché a doversi necessariamente modificare è la nostra esistenza quotidiana – anche in senso molto pratico: se in effetti e malauguratamente il rischio siccità dovesse concretizzarsi e, ad esempio, in un’estate con temperature torride come accaduto negli ultimi anni dovesse mancare l’acqua per irrigare (non solo le coltivazioni industriali ma pure il proprio orto di casa ovvero persino l’acqua corrente domestica), beh, capite da soli quali conseguenze immediate ci potrebbero essere. Inoltre, perché tutto ciò deve obbligatoriamente comportare un cambiamento mentale, intellettuale ovvero – di nuovo – culturale: a partire dalla tassativa comprensione di ciò che sta accadendo o che potrebbe accadere, delle conseguenze che ne potrebbero derivare e della riflessione generale sulla questione, che colpisce profondamente un nostro patrimonio condiviso quale è il paesaggio – patrimonio identificante, per giunta, dunque ancora più fondamentale per la valenza culturale e antropologica di noi tutti che lo abitiamo.
«Sì, ma che ci possiamo fare, noi, se non piove e il clima cambia?» qualcuno potrebbe chiedere. Forse nulla, tra l’oggi e il domani, forse moltissimo da dopodomani fino ai prossimi anni: anche solo – ribadisco ancora – comprendendo la situazione in essere, la sua anormalità, il suo potenziale pericolo e, ancor più, comprendendo come tutto ciò possa finire per danneggiare il valore assoluto del territorio e del paesaggio nel quale viviamo e dal quale ricaviamo non solo molto di ciò che ci serve per vivere la nostra esistenza quotidiana ma pure la nostra identità. Da questo punto di partenza basilare, io credo, potranno poi venire tutte le più buone e proficue iniziative pratiche per agire anche concretamente riguardo le modificazioni ambientali in corso.
Occorre un accrescimento della preparazione culturale al riguardo, insomma, che io temo sia ancora parecchio carente – d’altro canto lo è in generale circa i macro-temi ecologici e ambientali, figuriamoci su questioni più specifiche e per molti aspetti non comprensibili (che ci possa essere un pericolo di siccità sulle Alpi, ad esempio: cosa da ritenersi assurda fino a qualche anno fa!) Occorre che il paradosso non debba diventare normale, piuttosto che venga preso di forza e con determinazione “raddrizzato” e annullato, per quanto possibile. Occorre che noi tutti si ritrovi il più profondo e stretto dialogo con il territorio e il paesaggio che abitiamo, in buona sostanza: solo in questo modo potremo prevedere i pericoli a cui andranno incontro e che potrebbero coinvolgerci, potremo prevenirli e magari contrastarli efficacemente prima che si realizzino.
Possiamo anche correre il rischio di una siccità idrica; non possiamo proprio permetterci, invece, il rischio di una siccità culturale, su tali temi e su ogni altra cosa. Il tempo presente e ancor più il futuro non ce lo consentono più.

P.S.: seppur da tempo avevo in mente di scrivere un articolo come questo, un buon impulso al farlo me l’ha fornito la sempre illuminante Annamaria Testa con questo articolo nel quale si parla di desertificazione – ma non in zone equatoriali o altrove… qui da noi, già.

Mistica silvestre notturna

c8285074e21d37cfe42587ea2a9ce0dfa58a08d644d052049c588bf889cdbce3-bigQualche giorno fa ho dovuto partecipare alla riunione di un gruppo di lavoro per un progetto editoriale di interesse locale. L’incontro si è svolto in un borgo montano vicino casa, al punto che andarci in auto e recarmici a piedi avrebbe praticamente comportato lo stesso tempo. Ci sono andato a piedi, dunque, percorrendo una antica mulattiera che risale una bella valle boscosa al cui apice si trova il borgo. Tuttavia ciò comportava il ritorno lungo quella stessa mulattiera immersa nel fitto bosco a notte fonda… Beh, nessun problema: con il notebook e la documentazione necessaria, nello zaino ho infilato anche il mio fedele frontalino – sempre meglio che guidare lungo strette e tortuose strade di montagna.
Non è la prima volta che percorro un bosco di notte (in fondo nei boschi cerco di ritrovarmici il più spesso possibile) ma, appunto, quella di cui vi sto dicendo è stata la più recente, ovvero quella che mi ha reso nuovamente del tutto evidente (ed emozionante) quanto il percorrere il bosco di notte – una bella, fitta e rigogliosa faggeta, nel tal caso, frammista a castagni e qualche betulla – sia un’esperienza che, per molti aspetti, ha qualcosa di mistico.
S’era fatta quasi l’una, ormai. Il cielo non era limpido – aveva smesso di piovere da non più di due ore. Ho acceso il frontalino, ho cominciato a scendere lungo la mulattiera accompagnato solo dal mio respiro e dal flebile rumore dei passi, ovattato dalla presenza delle foglie che il temporale ha fatto cadere sull’antico tracciato – in parte cementato, in parte con ancora la selciatura originaria vecchia di 200 anni, forse. Un profluvio composito di fragranze generate dal terreno e dalla vegetazione ancora bagnata di pioggia mi avvolgeva, suscitandomi anche olfattivamente innumerevoli percezioni.
Il bosco di notte è un’entità dalla possanza e dall’austerità sopite eppure intensissime. Il suo silenzio in realtà non è mai tale, sempre delicatamente smosso da più o meno piccole vibrazioni sonore, dialoghi animali, fruscii leggeri delle chiome se c’è vento, minimi segnali udibili di vita che scorre ininterrotta e ben più fremente di quanto verrebbe da pensare. A volte ti coglie la vivida sensazione di essere osservato ma, nel caso, da occhi niente affatto pericolosi: getti il fascio di luce tra gli alberi, l’alone luminoso sembra che venga sfumato e dissolto dall’oscurità come finissima polvere nel vento. Ovviamente non vedi nulla, niente occhi, nessuno sguardo misterioso, tuttavia la sensazione resta; di contro, ti accorgi di come sia divertente lanciare periodicamente il fascio luminoso nel buio ventre silvestre, creando ovunque bizzarri giochi di luci e ombre, forme fantastiche, quinte evanescenti, luccichii apparentemente insoliti… Certo, nulla di tanto banale come certe storie cinematografiche dell’orrore – o del presunto tale! – ambientate in foreste rabbrividenti più che un girone infernale e che, alla fine, non fanno altro che giocare con le nostre più superficiali fobìe indotte e con le più banali insicurezze che crediamo di riflettere e dunque di vedere in un ambiente “non ordinario” come il bosco – lo stesso accade con la montagna o il mare, come vecchie e bizzarre leggende generate secoli fa dalla superstizione popolare narravano – ma che in verità vengono fatte albergare in noi, e nella nostra immaginazione, dalle storture della società in cui viviamo.
Insomma, no, niente di tutto ciò. Il bosco notturno non ha nulla di spaventoso o soltanto di inquietante. Offre, semmai, una differente frequenza vitale con la quale sintonizzarsi, un’esperienza di comunione con l’elemento naturale più genuina e autentica proprio perché meno mediata dalle nostre “sicurezze” diurne, la possibilità di godere, anche solo in modo leggero, di uno stato contemplativo, che volendo può essere tanto intenso da divenire quasi mistico, appunto, d’un misticismo panteista di segno ancestrale e misterioso, tanto quanto piacevole e affascinante.

GluehwuermchenImWaldNon solo: ormai luminosamente corrotti dalle nostre tante luci artificiali urbane, ci siamo dimenticati che l’occhio umano riesce ad abituarsi al buio piuttosto rapidamente e, così, ad acuire la capacità visiva notturna in modo sorprendente. Dopo nemmeno una mezz’ora di cammino e nonostante il cielo coperto, dunque non così luminoso, ho spento il mio frontalino e ho proseguito in un buio assai meno buio, semmai più simile alla luminosità dell’ora blu – forse aiutato in ciò dal fatto che, a quel punto, s’era attivata del tutto anche la capacità visiva del mio spirito, ben più sensibile di qualsiasi organo oculare. Infine, magia nella magia, quando ero ormai quasi fuori dalla parte di bosco più fitta, mi sono pure ritrovato circondato di minuscole e sublimi stelle, danzanti tutt’intorno in un momento che, banalmente ma inevitabilmente, mi verrebbe da definire fiabescoLucciole, ovviamente, a decine e decine, che sullo sfondo buio della vegetazione mi davano veramente l’impressione d’essere capitato in un bizzarro planetario naturale, dal moto piuttosto entropico ma altrettanto incantevole.
Ecco. Se mai vi dovesse capitare – o se mai vorrete farlo capitare – provateci anche voi a camminare in un bosco di notte. Portatevi una pila, senza dubbio, ma lasciate invece a casa quelle vostre eventuali paure. E’ tutta roba indotta e inutile, portarvele appresso significherebbe caricarvi d’una fastidiosa zavorra che vi danneggerebbe l’esperienza. Provate, dunque: così, forse, anche voi percepirete una inopinata, mistica sensazione di armonia e di lontananza intensa con il resto del mondo “luminoso”, anche se sarete a poca distanza dalla civiltà – e constaterete quanto aveva ragione Hermann Hesse quando scrisse che “Camminare all’aperto, di notte, sotto il cielo silente, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell’animo.