Un compito sempre più difficile

È sempre più difficile, oggi, coltivare e salvaguardare un autentico animo nobile, in un mondo così inquinato da bassezze materiali e immateriale d’ogni genere con le quali si cerca in ogni modo di avversarlo per far trionfare la più generale volgarità, funzionale al volere di certe figure dominanti e di realtà di fatto assai diffuse.
Eppure, sforzarsi costantemente in tale compito a volte così arduo sono convinto che resti uno dei pochi ed efficaci salvagente a propria disposizione sulla nave in balìa della burrasca.

D’altro canto, lasciarlo nelle mani di chi la nave fa di tutto per farla affondare, quel “salvagente”, è proprio quanto di più antitetico vi sia alla nobiltà d’animo, ecco. Oltre che al progresso più virtuoso della civiltà nella quale tutti viviamo, ovvio.

Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

Il paesaggio fuori, e dentro

[Immagine tratta dal web.]
Di recente sono tornato a camminare per i monti sui quali ho trascorso le vacanze estive dagli zero ai vent’anni e più, luoghi che, per tale motivo, si sono inesorabilmente impressi sulla personale mappa geografico-genetica del mondo che ho vissuto, e vivo, con tratti ben marcati almeno quanto quelli dei sentieri che i monti in questione percorrono. Ci sono tornato nel periodo della fioritura dei rododendri, che chiazzavano con vivide macchie rosse ampie parti del vallone percorso in modi a volte così armoniosi con gli altri elementi sul terreno – massi, fiori d’altro genere, cespugli, piante, ruscelli – da ipotizzare la progettazione da parte d’un giardiniere dotato di notevole bravura e gusto.

Ma, stavolta, non è stata questa evidente e sorprendente bellezza spontanea a rigenerare la relazione “genetica” che ho maturato con questi luoghi, posta la frequentazione fin dall’infanzia, ma una cosa più immateriale e apparentemente banale come il profumo di quei tanti rododendri sbocciati e rosseggianti un po’ ovunque. Un profumo, una sensazione, una “chiave olfattiva” che ha aperto rapidamente tutti i cassetti in cui avevo riposto ben ordinari gli elementi fondativi del mio legame, della relazione con quei luoghi. Così, con l’aiuto di tutte le altre sensazioni e percezioni che stavo raccogliendo già con la sola presenza lì, in quel luogo e in quel presente ma, appunto, grazie soprattutto allo strumento fondamentale di quel potente, fragrante passe-partout, si è immediatamente ravvivata l’identificazione personale con il territorio, l’ambiente e il suo paesaggio, la riconoscibilità reciproca – io nel luogo e il luogo in me -, l’identificazione con essi nella personale ecostoria in loco, fatta tanto di memoria (giammai offuscata e svanente, tutt’altro) quanto di percezioni del momento consce e inconsce, materiali e immateriali, nonché del bagaglio di esperienze legate al luogo che mi porto appresso. Insomma, è bastato cogliere il profumo dei rododendri in fiore – una roba ovvia, ribadisco – per trasportarmi in un non tempo, ovvero un “tempo sospeso”, che ha avvolto tale iper-spazio, nel senso di un luogo così significativo e carico di significati per me, in cui ho potuto ritrovare me stesso come quarant’anni fa e parimenti come nel momento presente e in un qualsiasi futuro nel quale mi possa ritrovare di nuovo lì, in quei luoghi, a camminare, osservare, stare come ogni volta. Il tutto con un pacato eppur vivido fremito emotivo, che fluiva come una corrente d’energia nel contatto tra me e il territorio. Sia chiaro, non sto dicendo qualcosa del tipo «ho di nuovo sentito il profumo dei rododendri e sono tornato bambino»: no, non è così semplice, ribadisco che qui non si tratta di ritrovare un certo tempo della vita ma di intercettare una dimensione senza tempo, dunque in tal senso neutra e proprio per questo così capace di rendere vivide e forti le percezioni che ho ricavato dalla mia presenza lì, le energie presenti in loco che ogni volta capto e raccolgo come una pianta raccoglie la linfa vitale grazie all’esplorazione delle radici nel terreno. La sola differenza è che la pianta è una creatura stanziale, io no; ma ho le radici a mia volta e le mie linfe con cui nutrirmi, assolutamente.

Inoltre, ho compreso nuovamente e con grande forza come il paesaggio sia qualcosa che non esiste fuori da noi se non si genera e acquisisce valore dentro di noi, con tutto quello che abbiamo dentro e che può contribuire a generarlo, a costruirne la visione, la valenza culturale, la percezione, la sensazione dello starci dentro paritetica a quella che fa stare il paesaggio dentro di noi. Il territorio, il luogo, la visione, la geografia, la storia, il ricordo, la conoscenza culturale, le sensazioni, le emozioni, i profumi e i rumori, il freddo o il caldo dell’aria, il Sole e le ombre, la fatica, la bellezza, la felicità, il dolore… tutto questo è il paesaggio nel momento in cui ci stiamo. Per questo, sotto certi aspetti, il paesaggio è ciò che noi siamo dentro: le montagne, le colline, i laghi, i fiumi, le case, i boschi e il cielo che vediamo fuori forse li abbiamo anche dentro, quale geografia antropologica, culturale, emotiva, spirituale, che dà forma alla nostra mente, all’animo, allo spirito.

Fernando Pessoa ne Il libro dell’inquietudine scrisse che «È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo.» Mi viene da aggiungere, sperando di non apparire così tanto immodesto, che se i paesaggi esistono e li vedo, se li vedo posso vedere me stesso in essi, perché vedo essi dentro di me. Dunque, se esiste il paesaggio, da questo punto di vista, esisto anche io. Se non esiste – se non sono in grado di crearlo, per come ho detto poco sopra – in fondo nemmeno io posso esistere in esso.

Forse è anche per questo che bisogna constatare così diffusamente una certa scarsa considerazione ambientale del mondo in cui viviamo: perché non sappiamo vederci dentro di esso, non lo sappiamo creare, concepire e vedere, dunque non vediamo nemmeno i danni che ad esso cagioniamo. E che cagioniamo a noi stessi, peraltro. Una questione di disfunzione sensoriale autolesionistica, insomma.

Non so, forse è proprio così, chissà.

Nuvole scure

[Foto di Broin da Pixabay]
Io – l’ho già detto in altre occasioni, qui – non è che abbia una grande considerazione dei servizi di previsione meteorologica, anzi, consiglio di non guardarli nemmeno o quanto meno di considerarli per ciò che sono, ovvero mere “previsioni” e niente più, appunto.

Però a volte la colpa delle previsioni errate non è tutta loro, forse, ad esempio nei casi in cui abbiano previsto per l’indomani bel tempo e invece il cielo si presenta ingombro di nubi plumbee che, prima o poi, scaricano pioggia se non innescano temporali. Perché ho l’impressione che tutte quelle nuvole scure ammontonate, certe volte non siano altro che la condensazione delle troppe, inutili lamentazioni che tanta gente quaggiù sulla Terra enuncia, effonde, emana e litaneggia e piagnisteggia e spande come scarichi di automezzi o ciminiere di fabbriche finché tutta questa densa “caligine grigiastra” sale al cielo e, appunto, si raggruma lassù, uno spesso tappeto di tetre nubi che oscurano qualsiasi possibile serenità. Già.

Dacché se certa gente si lamentasse meno, mi viene da pensare, ci sarebbero più giornate di Sole, oltre che meno problemi comuni irrisolti. E persino i meteorologi c’azzeccherebbero di più, con le loro previsioni – cosa che avrebbe quasi del prodigioso e, a ben vedere, già da sola potrebbe giustificare una netta riduzione di quegli inutili piagnistei, ecco.

 

In un certo momento, in ogni momento

Ci sono delle volte in cui il caso – sempre che esista, “il caso” – ti fa ritrovare in un certo luogo ad un certo momento (silenzio intorno, nessuna voce, niente vento, quiete profonda, il respiro si placa e lo sguardo si espande, il bosco avvolgente, solo delicata luce e colore e ombre danzanti e accoglienti) sì da farti credere, pensare, percepire di poter essere – proprio lì, in quel frangente – in ogni luogo e in ogni momento. Come se ogni (in)immaginabile dimensione spaziotemporale si compendiasse per chissà quale connessione di circostanze (ciò che poi noi chiamiamo “caso”, appunto, spesso proprio perché non riusciamo e non sappiamo definirlo in altro modo) in un unico piccolo punto dell’Universo, in un solo minimo lasso di tempo – e tu ci sei, lì.
O forse no, non è affatto così e non accade nulla di tutto ciò; solo puro fantasticare suggestionato dalla bellezza d’intorno. Ma, se pure andasse così, anche il solo formularne il pensiero è intensamente piacevole: forse perché, questo sì, è qualcosa che non accade affatto per caso.