Un compito sempre più difficile

È sempre più difficile, oggi, coltivare e salvaguardare un autentico animo nobile, in un mondo così inquinato da bassezze materiali e immateriale d’ogni genere con le quali si cerca in ogni modo di avversarlo per far trionfare la più generale volgarità, funzionale al volere di certe figure dominanti e di realtà di fatto assai diffuse.
Eppure, sforzarsi costantemente in tale compito a volte così arduo sono convinto che resti uno dei pochi ed efficaci salvagente a propria disposizione sulla nave in balìa della burrasca.

D’altro canto, lasciarlo nelle mani di chi la nave fa di tutto per farla affondare, quel “salvagente”, è proprio quanto di più antitetico vi sia alla nobiltà d’animo, ecco. Oltre che al progresso più virtuoso della civiltà nella quale tutti viviamo, ovvio.

L’alienazione virtuosa

[Foto di arvin keynes da Unsplash.]

«Anziché temere l’alienazione» disse «la gente dovrebbe accettarla. Forse è la chiave per accedere a qualcosa di più interessante. Ecco il messaggio della mia narrativa. Dobbiamo esplorare l’alienazione totale e scoprire cosa nasconde. Il modulo segreto che puntella ciò che siamo e i rifacimenti fantasiosi di noi stessi che noi stessi accettiamo.»

(James G. Ballard intervistato da Iain Sinclair e citato in London Orbital. A piedi intorno alla metropoli, Il Saggiatore, 2016, pag.279.)

Interessante. L’alienazione – così io intendo le parole di Ballard – come esercizio consapevole e intellettuale di autoemarginazione dalla società e dal mondo ordinari, così da poterne osservare la realtà concreta dal di fuori e smascherarne le artificiosità: quelle stesse che poi, da interni alla società, tendiamo quasi inevitabilmente ad assimilare omologandoci alle varie contraffazioni che generano. E pure, a ben vedere, l’alienazione consapevole come forma paradossale (ma non così tanto, a pensarci bene) di autodifesa rispetto a qualsiasi alienazione mentale che nei soggetti più sensibili le tante devianze del mondo contemporaneo potrebbero cagionare in base a un processo generalmente inconscio o incontrollabile. Essere alieni e non alienati, insomma, almeno per qualche momento rispetto a ciò che abbiamo intorno, sentirci “al di fuori” per comprendere meglio la sfera quotidiana nella quale esistiamo e così poi rientrarci, quando si riterrà il caso di farlo, con maggior consapevolezza sulla sua realtà e su come poterla vivere (al) meglio.

D’altro canto è un tema, quello della “solitudine” ovvero dell’alienazione temporanea consapevole, che ho trattato più volte (si veda qui un elenco vario di articoli al riguardo) e che ritengo molto importante nell’analisi del mondo contemporaneo, della vita quotidiana in esso e delle relazioni sociali – ovvero dell’aspetto di socialità – con i quali manifestiamo il nostro essere una “civiltà” – o con le quali dimostriamo inciviltà, certo. Ci tornerò di nuovo, più avanti.

Urgente!

[Foto di Mohamed Hassan da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se c’è un termine che, in tutta sincerità, sto cominciando a odiare in maniera viscerale, per come venga usato sempre più copiosamente in ambito professionale e non solo, con toni nevrotici se non a volte isterici e se possibile ancor più, questo, dopo il lock down, che indubbiamente in generale ha esasperato certi animi molto più dell’ammissibile, influendo pure su ciò, è urgente.

Oggi tutto o quasi è “urgente”. Il lavoro è urgente, la consegna è urgente, il riscontro è urgente, la risposta pure e la telefonata e appuntamento anche – ma non di rado diventa “urgentissimo”, superlativizzando l’inopinata nevrastenia che, appunto, spesso viene manifestata e palesata dall’uso del termine e che altrettanto spesso ignora la pericolosità di rendere tanto pressanti certe cose che invece abbisognano di maggior tempo (il che non significa automaticamente “lentezza”, sia chiaro) per poter essere compiute al meglio.

Ma perché, poi, è tutto così urgente? Rispetto a cosa, e a vantaggio di chi? Che bisogno c’è di tutte queste immediatezze, improrogabilità, improcrastinabilità tanto forsennate?

Non è forse che, dietro tutta questa urgenza, si voglia nascondere la sostanziale incapacità di agire diversamente, ovvero con maggior buon senso e assennatezza, oltre che quell’ansia fobico-isterica di cui ho detto sopra che affligge palesemente un po’ troppa gente? Non è, forse, pure un’ennesima manifestazione dell’incapacità di pensare e costruire il futuro, vivendo sempre e solo nel presente ovvero – come si dice – “alla giornata”, in un mondo nel quale troppe cose vengono ignorate finché diventano “emergenza” così generando, inesorabilmente, ulteriore “urgenza”?

Ecco, sono domande alle quali, io credo, servirebbe qualche buona risposta. Urgente, già.

Sindrome da vacanza totale

[Immagine tratta da qui.]
Le ferie agostane appena (per me) trascorse, pur nella stranezza insolita che le ha contraddistinte rispetto agli anni scorsi – il periodo pandemico che stiamo vivendo le avrà rese strane e insolite anche a molti di voi, immagino – hanno indubbiamente confermato la manifestazione in me di una specie di “patologia” (virgolette, eh!) che potrei definire sindrome da vacanza totale, la cui sintomatologia riassumerei brevemente così: quando sono in vacanza, e per fare che la vacanza sia realmente percepita come tale, non riesco a fare quasi nulla delle cose che usualmente faccio nei restanti 350 giorni dell’anno. E con quel “quasi” intendo solo cose fondamentalmente necessarie e indipendenti dal periodo e dal momento.

Anche per questo, nelle due settimane che per me rappresentano l’unico periodo di vacanza che la vita quotidiana mi concede, salvo pochi altri giorni occasionali e dipendenti da mille circostanze, tendo a “sparire” mostrando senza dubbio un alto e per taluni deprecabile livello di asocialità che tuttavia serve a salvaguardare l’altrettanto alto (be’, più o meno) livello di socialità che posso e devo manifestare nel resto dell’anno. Riprodurre anche una minima e banale attività ordinaria, ad esempio frequentare continuativamente i social, tende a vanificare in me, piuttosto rapidamente, la gradevole, gradita e indispensabile sensazione di essere in vacanza e, appunto, di non dover fare le solite cose – anche quando piacevoli – almeno per due settimane all’anno. Insomma, per me la vacanza deve essere veramente “vacanza” cioè assenza, da più cose ordinarie possibile e non ultimo nel senso materiale del termine: come sparizione, ribadisco. [1] Non riesco proprio a fare diversamente. Abbasso la saracinesca tra me e il mondo, ci appendo il cartello «CHIUSO PER FERIE» (senza date di riapertura, non si sa mai) e arrivederci al mio ritorno. Poi, ovvio che la saracinesca ha uno spioncino per guardare fuori, l’importante è che da fuori nessuno possa guardare dentro, senza il mio assenso.

Per tali motivi, la mia vacanza ideale è da trascorrere o totalmente in viaggio in paesi e territori lontani, non solo geograficamente (cosa che ho sempre cercato di fare appena mi è stato possibile, negli anni scorsi), o totalmente restandomene a letto a dormire. Per due intere settimane, sì. Ovvio che, fino ad oggi, ho preferito la prima opzione ritenendo la seconda un po’ troppo statica, ma chissà che non cambi opinione, in futuro.

In ogni caso, sia chiaro, ammiro molto chi invece anche durante le proprie vacanze riesca a rimanere operoso nelle sue solite attività quotidiane. Credo sia certamente molto più dinamico di me e, almeno in quel periodo, più capace di far fruttare il proprio tempo – sperando che riesca comunque a riposarsi, anche. A meno che la principale attività svolta durante l’anno sia frequentare una sala slot o starsene davanti alla TV senza perdersi alcun talk show oppure altro di assimilabile: nel caso, a costoro consiglierei una vacanza di durata annuale, da queste attività.

[1] Con due sole eccezioni: camminare in Natura e leggere libri.

Routine

[Foto di Matthias Wewering da Pixabay]
Per motivi che qui, ora, verrebbe troppo lungo spiegare, il cinquantaduenne Gregor B., sposato con due figli, entro ventiquattrore sarebbe morto. E la cosa era certa, niente di probabile o ipotetico: no, inevitabile e ineluttabile, al punto che, a parte l’ovvio sconcerto, a Gregor non venne nemmeno di disperarsi. In fondo non sarebbe servito a nulla, stante l’inesorabile realtà dei fatti.
Avrebbe dovuto avvisare la moglie e i due figli – erano entrambi già grandi, il trauma non sarebbe stato così tremendo, forse. Però aveva pure quell’importantissima riunione in ufficio – per questo si era alzato molto prima del solito e ancora dormivano tutti, a casa – e i suoi capi erano settimane che raccomandavano, a lui e ai colleghi, la buona riuscita di essa. In tutta sincerità, sentirsi responsabile di un eventuale fallimento solo perché avrebbe dovuto arrivare lì e dire a tutti, «Ehi, ragazzi, sospendete tutto, tanto entro domani sarò morto!» gli chiudeva lo stomaco. Be’, poco male per un imminente defunto! – penserete voi; d’altro canto la diligenza sul lavoro era da sempre un suo vanto e sempre lo sarebbe stato, se lo ripeteva di continuo. Semmai avrebbe parlato a casa al ritorno, di tutto quanto. Prese l’auto e s’infilò nel caotico traffico mattutino.
Lungo la strada si ricordò della partita a tennis di giovedì sera con Fred. Uhm, avrebbe dovuto disdire la prenotazione del campo, già. Però telefonare a Fred in quel momento significava dovergli spiegare tutta la situazione, e chissà quante domande gli avrebbe fatto, l’amico. Sarebbe di sicuro arrivato tardi in ufficio. Quindi…
Oh, la spia della riserva! Doveva far benzina, altrimenti… Gli venne da sorridere, seppur amaramente: a cosa serviva fare rifornimento, ormai? Vide in fondo al viale l’insegna di una stazione di servizio. Be’, forse alla moglie l’auto sarebbe servita, si disse. E per causa sua, probabilmente. Svoltò a destra e si fermò alla pompa.
La riunione in ufficio andò benissimo, vennero firmati i contratti per due nuove grosse commesse. I suoi capi furono così contenti del risultato che prospettarono a Gregor qualche giorno-premio di ferie, magari già la settimana successiva. Avrebbe dovuto dir loro del suo destino incipiente? Forse sì. Ma, accidenti, era la prima volta che sul lavoro si meritava un tale premio! Sarebbe stato come schiaffeggiare la fortuna, rovinando quel piccolo momento di gloria.
Ringraziò, concluse la giornata lavorativa e tornò a casa, non prima però di essere passato dal lavasecco per ritirare le sue camicie, come richiesto dalla moglie. «Anche se non le potrò indossare in nessuna vacanza, mai più!» pensò parcheggiando l’auto in garage con la consueta, meticolosa attenzione.

(P.S.: è un racconto, questo, al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Forse sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo. Sì, può essere. Forse. Chissà.)