Alessandro Busci, Milano

Ho avuto il gran piacere di presenziare, ieri sera, all’affollata inaugurazione della nuova mostra di Alessandro Busci, Steel Gardens, presso la Galleria Antonia Jannone di Milano, uno dei luoghi d’arte più storici e celebri della città.

Mostra relativamente piccola – una ventina di opere di diverso formato che coprono circa un decennale di ricerca artistica dell’architetto-pittore milanese – ma assolutamente emblematica dell’evoluzione e dello sviluppo (evidenti, a scorrere lo sguardo sulle opere) del suo lavoro, che col tempo, a parità di fascino, ha acquisito saturazione cromatica e intrigante materialità. Per me, che non ho una gran considerazione della pittura contemporanea (non dissento certo con alcuni conoscenti che operano nel mondo dell’arte e che ritengono il media pittorico languente in uno stato abbastanza comatoso, quasi del tutto incapace di offrire stimoli nuovi rispetto a quanto hanno prodotto le ultime avanguardie come se queste avessero detto ormai tutto ciò che la pittura poteva dire, del proprio alfabeto artistico, lasciando all’apparenza poco spazio per ulteriori “discorsi”, ecco) – dicevo, per me che non apprezzo particolarmente la produzione pittorica odierna, Busci (sul quale ho dissertato già qui) rappresenta una felicissima eccezione, col suo particolare stile applicato al Corten e la capacità di catturare paesaggi di vario genere – urbani, in questa mostra – apparentemente “ordinari” (seppur certamente iconici) e trasportarli in una dimensione “altra”, una sorta di metarealtà entro la quale, nell’occhio del visitatore, alla palese identificabilità del soggetto dell’opera – lo Stadio di San Siro, la Battersea Power Station di Londra, i grattacieli milanesi, eccetera – si affianca una decontestualizzazione percettiva che strania quei soggetti dalla realtà ordinaria nella quale si trovano (e dove li riconosciamo) ponendoli, come ripeto, in un ambito differente, una dimensione parallela nella quale osserviamo cose che nella forma fanno parte della realtà ordinaria ma diventano totalmente diverse da come le conosciamo nella sostanza, fornendocene così una nuova visione che attiva percezioni altrettanto differenti nonché un processo di nuova riconoscibilità, che a sua volta è base ideale per una rinnovata relazione con essi e, soprattutto, con il media artistico che li raffigura.

Steel Gardens è curata da Angelo Crespi, che così ne scrive: «La pittura di Alessandro Busci è giunta a una perfetta sintesi, dopo intensi anni, dapprima di apprendistato e, poi, di affinamento. Se da principio avrebbe potuto essere incardinata semplicemente nella figurazione, pur nella magmatica matericità dei supporti in acciaio corten trattati con acqua e acidi, via via essa ha assunto forme meno prevedibili e scontate. È dunque quella di Busci una figurazione che, oggi, tende sempre più all’informale, di grande potenza segnica, a tratti violenta nel gesto, dai toni decisamente espressionisti».

Insomma, mostra bellissima d’un artista tanto particolare quanto raffinato. Se passate da Milano andate a visitarla, avete tempo fino al 29 ottobre; poi, a novembre e fino a gennaio 2020, la mostra sarà replicata a Londra presso Senesi Contemporanea. Potreste benissimo passare anche da lì, le opere di Busci lo meritano certamente!

Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per visitare il sito della Galleria Antonia Jannone e saperne di più, potendo anche scaricare il comunicato stampa ufficiale della mostra. Ovviamente le foto qui presenti sono tutte dello scrivente.

INTERVALLO – Manchester/Londra (Gran Bretagna), Harvey Nichols book’s windows displays

Due vetrine suggestivamente dedicate ai libri e alla lettura nei negozi della catena di centri commerciali Harvey Nichols di Manchester (a sinistra) e Londra (a destra). La quale catena, peraltro, non vende libri, il che rende queste vetrine ancor più apprezzabili.

Cosa compra chi compra arte (e spende milioni)?

Avrete certamente letto della vendita all’asta – da Sotheby’s a New York – di uno dei dipinti di Claude Monet della famosa serie Les Meules (“I covoni” o “I mucchi di fieno”), aggiudicata per la cifra record (per l’artista francese) di 110.747.000 dollari.

Posto che non ci vedo nulla di scandaloso (come invece qualcuno trova sempre, in tali casi) nello spendere una tale cifra di denaro per un’opera d’arte – anzi, l’arte è forse rimasta (o lo è da sempre?) l’unica cosa non vitale che giustifichi certe transazioni di denaro, a prescindere dalle varie questioni legato al mercato dell’arte e alla sua “etica” di fondo (dunque anche delle speculazioni di varia natura), mi viene da riflettere sul “senso superiore”, se così lo posso definire, che può stare alla base di una tale azione finanziaria. Voglio dire: cosa compra chi spende una cifra del genere per un’opera d’arte, oltre – materialmente – all’opera stessa? Compra il prestigio che essa si porta dietro? Compra la sua bellezza, dunque la sua valenza estetica? Forse invece compra la possibilità esclusiva di godere di tale bellezza, dunque la valenza estatica? Ovvero in realtà non compra affatto l’opera, se non commercialmente, ma rivendica il diritto di poter comprare un bene di tale valore e “potere” – artistico, culturale finanziario, come una sorta di demone che compri l’anima a un mortale per come l’arte sia l’anima del nostro mondo e della civiltà umana? Insomma: quanto tale operazione, oltre che finanziaria, è artistico-estetica, e quanto è sociologico-antropologica?

Ribadisco: sono mere riflessioni, con domande relative, di un altrettanto mero appassionato di arte quale sono (ben conscio di come fondamentale, per innumerevoli aspetti, sia da sempre l’arte per la nostra civiltà), senza alcuna accezione critica e volontà di giudizio.

My name is Bond, Brexit Bond!

Ora a me, sinceramente, ‘sta Brexit mi pare una cretinata notevole – non tanto per la cosa in sé, che potrebbe pure essere sostenibile, quanto per come dagli inglesi sia stata concepita, per chi l’abbia votata e per il modo col quale verrà (o non verrà) messa in atto.
Tuttavia, porca miseria, come faccio a prendermela con il paese che ha inventato James Bond?

Maledetti figli di… Albione!

La “Rotkho Room” della Tate Modern di Londra come esperienza spirituale

Se durante queste festività visiterete Londra, o in qualsiasi caso vi capiterà di andarci in futuro, “regalatevi” un’esperienza tra le più intense che si possano vivere – e non solo riguardo ai luoghi d’arte: la Rothko Room alla Tate Modern. La grande sala dedicata a Mark Rothko presso il celebre museo londinese contiene nove opere dell’artista lettone-statunitense, e offre un’esperienza che non esito a definire spirituale. Le grandi campiture di colore delle sue opere sembrano varchi cromatici non tanto verso diverse e inopinate dimensioni “altre” ma più verso l’interiorità di chi vi si trova innanzi, come se attraverso il colore riuscissero a rendere manifeste le profonde emozioni suscitate nel visitatore dalla relazione con le opere e, al contempo, sapessero colorarne degli stessi toni l’animo. Il visitatore si trova così non solo circondato ma in qualche modo avviluppato nelle opere di Rothko, vi si ritrova catturato in modo tanto ipnotico quanto soave, piacevole, riconosce nel colore una tangibilità trascendente, la rappresentazione immateriale eppure vividissima di un “ipermondo” apparentemente fatto di nulla – se non di colore – ma in verità ricolmo di tutto, ovvero di quanto può servire allo sguardo per appagare la mente e lo spirito. Le nove opere della Rothko Room sono come altrettanti specchi, in fondo: stando al centro della stanza è come se vi si venisse riflessi in nove modi differenti ma a riflettersi non è la nostra figura, è la parte interiore, è il nostro io più intimo, profondo e unico.

Per questo l‘arte di Rothko è tanto spirituale, e la Rothko Room della Tate Modern così simile a un luogo sacro. “Sacro” d’una sacralità che trova la propria ragion d’essere, e il proprio senso precipuo (che quasi nulla ha a che vedere con l’accezione ordinaria del termine), nella parte più intima del visitatore, appunto – se il visitatore è capace, almeno in questo frangente, di lasciarsi guidare principalmente dai sensi, di fare che sia l’animo a elaborare la visione recepita dallo sguardo più che la mente, e di saper concepire che una apparentemente “semplice” macchia di colore possa in realtà contenere e rappresentare un mondo intero e tutte le altre sue “coloriture”. La contemplazione che si genera in fronte alle opere è istintiva proprio perché ci si riconosce in esse e parimenti vi si riconosce un qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, certamente sfuggente al normale raziocinio ma pure inspiegabilmente vivido.

Mark Rothko dimostra con la sua arte che la percezione umana sovente non abbisogna di troppi dettagli, è legata a elementi unici tanto più espressivi quanto più in grado di connettersi direttamente con il nostro spirito in un vero e proprio “matrimonio dei sensi” – come lo stesso Rothko sosteneva:

Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i miei dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento.

Insomma, andateci alla Tate Modern a visitare la Rothko Room. Ne vale la pena, anzi: vale da sé un viaggio a Londra, ve lo assicuro.

P.S.: per la cronaca, la Tate avrebbe potuto possedere molte più opere di Rothko, ma quando l’artista le offrì al museo, nel 1967, l’allora direttore Norman Reid le sottovalutò e rifiutò, eccetto proprio i nove dipinti che oggi sono esposti nella Rothko Room. Ai tempi le opere vennero valutate intorno ai 330mila dollari, oggi valgono circa 1,5 miliardi di sterline… (fonte: qui).