Se la “emergenza migranti” è creata da chi la vorrebbe risolvere – con un contributo di Claudio Vercelli

Claudio Vercelli, uno dei migliori e più stimati storici dell’età contemporanea italiani, ha pubblicato qualche giorno fa su Moked un articolo assolutamente necessario sulla “questione migrazioni”. In esso, Vercelli sostiene un aspetto fondamentale che nel mio piccolo vado pensando e sostenendo da tempo (si veda qui, ad esempio), ovvero che la questione migrazione e migranti deve essere affrontata innanzi tutto attraverso un approccio geostorico e antropologico, altrimenti non verrà mai né risolta né tanto meno gestita divenendo realmente ciò che ora non è per niente, ovvero una “emergenza”. Nessun politico – ribadisco, nessun politico – di nessun schieramento lo ha mai fatto e lo sta facendo, reiterando invece da anni stupidaggini ideologico-qualunquiste-elettorali sempre peggiori che rappresentano le (apparentemente) opposte facce della stessa medaglia, e che non porteranno ad alcuna buona soluzione della questione. Anzi, la stanno sempre più peggiorando, paradossalmente. Questione la quale, ribadisco, non è per nulla affrontata ma soltanto utilizzata per meri e biechi fini propagandistici. Di contro, solo analizzandone e comprendendone innanzi tutto gli aspetti antropologici – ovvero il cosa-come-perché, prima del dove e quando – si possono trarne efficaci soluzioni, d’ogni genere e sorta debbano essere. Altrimenti non se ne uscirà affatto e sul serio ne verremo travolti, dacché sono proprio quelli che dicono di voler risolvere in un modo o nell’altro l’emergenza a generarla, montarla e renderla sempre più grave.

Il testo del professor Vercelli (dal significativo titolo Camminare scalzi – e siamo noi quelli scalzi, sia chiaro, non i migranti o quelli come loro) è diviso in dieci punti – o dieci tesine – che lo rendono (mi auguro!) assolutamente semplice da capire e da meditare. Riporto di seguito i punti 8 e 9, invitandovi a leggere l’intero testo qui.

8) è illusoria l’idea, tanto più in un’età di globalizzazione, di potere fare fronte alla trasformazione sociale e alla transizione demografica (con il travaso di intere coorti generazionali da paesi più giovani a paesi anziani) attraverso politiche esclusivamente sovraniste, ossia basate sul ricorso ai soli strumenti che lo Stato nazionale ha al momento a disposizione. Gli organismi sovranazionali dovrebbero invece concorrere ad una tale gestione. Ma uno dei caratteri specifici del tempo che stiamo vivendo è l’evidente disarticolazione dei soggetti, dei meccanismi e delle iniziative che si basano su organizzazione internazionali, che hanno oggi un’incidenza sempre più contenuta nell’evoluzione delle dinamiche collettive;
9) la stragrande maggioranza dei migranti non è di per sé né buona né cattiva; non costituisce la falange di un’invasione così come non è il soggetto sociale di una trasformazione “rivoluzionaria”: le semplificazioni, al riguardo, sono speculari, che abbiano natura allarmistica o che siano informate ad una lettura ispirata a sentimentalismi che abdicano a qualsivoglia rapporto con il principio di realtà. Salvo poi consegnare ai segmenti più fragili della popolazione gli oneri che derivano dai mutamenti in corso. Ogni processo migratorio impatta inesorabilmente sia sulle società di partenza che su quelle di accoglienza: negare che da ciò derivino conflitti socioculturali è come volersi precludere i dati di fatto. Semmai, la differenza – che costituisce il vero campo di conflitto politico – sta nella natura delle interpretazioni di tali trasformazioni e nelle risposte che quindi si intende dare ad esse; []

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L’infinito a portata di sguardo (reload!)

P.S. (Pre Scriptum): pubblicavo il post sottostante poco più di un anno fa, qui sul blog, e credo sia assolutamente consono anche all’evento astronomico di questa sera, seppur mi auguro che il suo invito possa sempre essere “consono” – per un necessario bisogno “antropologico”, ecco. Buona congiunzione Luna-Marte!

Spero proprio che gli esseri umani non perdano mai la preziosa capacità di restare incantati ad osservare il cielo stellato. Probabilmente alcuni la stanno già smarrendo, forse in certi casi non è colpa loro ma di mancanze altrui. Fatto sta che da sempre la volta celeste dona la più potente visione che l’occhio umano possa cogliere, una visione la cui intensa, soverchiante bellezza sa rimetterci al nostro posto – noi uomini sovente troppo dissennati e arroganti qui, su questo granello di roccia sperso nello spazio – e al contempo sa regalarci un’irresistibile, esaltante, incommensurabile sensazione di immensità, che possiamo percepire e sentire spandersi direttamente nel cuore, nell’animo e nello spirito. Null’altro sa darci tutto ciò e, ne sono convinto, niente altro è ugualmente prezioso e utile.

Incantatevi, a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa avrete la luce delle stelle.

Di necessari provvedimenti giuridici (ri)alfabetizzanti

Eppure, accidenti, si deve pur trovare un modo di formulare una definizione di “analfabetismo funzionale”che non sia solo di natura sociologica (e tecnicamente tale) ma anche filosofica e lo sia al punto da risultare pure giuridica, così da poterla sancire a chi dimostra di esserlo senza tema di smentita ed esponendo finalmente l’analfabeta funzionale conclamato ad “adeguate” conseguenze legali!
Adeguate, sì: nel senso che, per un analfabeta funzionale, ad esempio la lettura di buoni libri rappresenta una condanna terribile, oppure il divieto di guardare la TV o di accedere ai social… ma adeguata, qualsivoglia sanzione che si commini, anche perché l’analfabetismo funzionale è veramente una piaga terribile per la società contemporanea e una sorta di imbarbarente cancrena che, se non bloccata rapidamente, rischia sul serio di portare al trionfo definitivo della cretinaggine più assoluta. E in tal senso siamo già a buon punto, basta guardarsi intorno e giudicare la realtà delle cose.

Quindi forza, filosofi del diritto di tutto il mondo: unitevi, meditate, formulate e teorizzate indi determinate! Fate presto, ribadisco, prima che voi stessi diventiate vittime di quello stesso imbarbarimento pandemico e finiate per essere creduti quelli che perdono tempo a filosofeggiare intorno al principale colpo del gioco del tennis solo perché l’abbiano detto in tivù o scritto su facebook con relativi n-mila like!

Se i giornali non diffondono ma coprono le notizie (Umberto Eco dixit)

La questione e’ che i giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie.

(Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani, Milano 2015.)

Apparentemente, è uno dei più grandi paradossi dell’epoca contemporanea, quello a cui fa riferimento Umberto Eco: il fatto che, al moltiplicarsi degli “organi di informazione” accessibili – i giornali emblematicamente citati lì sopra e parimenti tutti gli altri – si riduce fino a scemare del tutto la possibilità di accedere alle verità effettive del mondo in cui viviamo.

Voglio dire: scrivo “apparentemente” perché nella sostanza il paradosso è concreto e palese, ma in verità la condizione paradossale che ne deriva non è affatto strana o illogica, ma assolutamente perseguita. E che invece i giornali e gli altri organi di informazione, salvo rari casi, siano diventati fedelissimi complici ed esecutori di tale processo di negazione della verità – ovvero di imbarbarimento culturale di massa (“Fatti non foste… ma per seguir virtute e canoscenza.”), con effetti già ben visibili e materiali – non è tanto un paradosso ma soprattutto un bieco tradimento, oltre che una sostanziale assurdità che prima o poi si dovrà pur contestare fermamente, a quegli organi di (non) informazione.

D’altro canto, le verità del mondo non si cancellano affatto in forza delle relative distorsioni diffuse dai media, e la loro ricerca è, sempre di più, un atto profondamente rivoluzionario. Per ciò tanto inviso da chi persegue quell’imbarbarimento culturale di massa e per ciò, quella ricerca della verità, ancor più meritevole di impegno e fervore. In fondo, per cambiare – rivoluzionare effettivamente – la realtà, bisogna prima conoscerne a fondo la verità, no?

Devoti pervertiti (d’America, e non solo)

Intanto, negli USA, molestatori e abusatori sessuali fioccano come neve a gennaio. Ma come? – viene da chiedersi, l’America non viene spesso criticata (o “elogiata”, per chi crede di farlo) per le sue profonde radici puritane? Non è la nazione i cui presidenti eletti giurano sulla Bibbia e durante la qual cerimonia d’insediamento viene impartita una benedizione religiosa? Non è forse God bless America (”Dio benedica l’America”) uno dei canti patriottici più intonati dagli americani? E allora come può accadere tutto quello che sta accadendo?

O, forse, tutto ciò sta accadendo proprio in forza di quelle evidenze citate?

Certo: come qualcuno potrebbe denotare, in fondo è pure la nazione che ha eletto come suo Presidente (attualmente in carica) un molestatore – presunto ma al momento niente affatto scagionato…

Come ricorda bene Giuseppe Ravera in questo suo articolo, nel 1909 Sigmund Freud, il celeberrimo padre della psicanalisi, si recò negli Stati Uniti e, nel suo tour americano, trovò particolarmente interessante per i propri studi il New England, una delle zone più puritane, retrograde e conservatrici del paese, dacché “conteneva elementi che lo rendevano ricettivo alla teoria freudiana. I tabù sessuali erano qui sentiti più rigidi che altrove, per cui alcuni intellettuali avevano cominciato ad esplorare la relazione fra tabù sessuali e malattia mentale, assai frequente in quelle zone”.

Inutile dirlo: non che in America ci sia pieno di malvagi pervertiti e altrove no; tuttavia, diciamo così, ancora una volta la sua realtà appare profondamente indicativa ed emblematica. In fondo, proprio in quel libro sul quale i Presidenti americani giurano – nel Libro di Geremia, precisamente – si trova scritto:

Cambia forse un Etiope la sua pelle | o un leopardo la sua picchiettatura? | Allo stesso modo, potrete fare il bene | anche voi abituati a fare il male?