Date di scadenza

Ma se gli esseri umani, un po’ come per i beni e i prodotti deperibili, avessero a loro volta impressa da qualche parte sul corpo la personale “data di scadenza” (che potrebbe anche non coincidere con il momento del decesso, a ben vedere), secondo voi si comporterebbero meglio di come si comportano, oppure ancora peggio?

L’autunno dentro

Il bello dell’autunno, e di vivere i suoi momenti, è che a volte ti dà una sensazione come quando fuori tira un vento freddo e ti ripari in una baita entro la quale il fuoco che danza e crepita in un bel caminetto diffonde un gradevole tepore e una delicata ma vivace luminosità. Solo che il tepore e la luce te li fa percepire dentro quando sei all’aperto – ad esempio di fronte a visioni come quella lì sopra, nella placida quiete d’un pomeriggio montano.

P.S.: sì, quest’anno mi sento particolarmente affine all’autunno e mi viene da scriverne spesso. Chissà perché.

La prima neve

[Per visitare la fonte dell’immagine – di oggi, intorno alle 12.00 – cliccateci sopra.]

La prima neve che cade sui monti – a quote ordinarie, intendo dire, quella che colora di bianco un’ampia fascia dell’orizzonte e del paesaggio quotidiani, poco sopra casa e anche se solo per poche ore – è una di quelle poche cose che, a me, non solo infonde una deliziosa contentezza ma che, per così dire, mi fa sperare in qualcosa di bello. Fa niente non capire cosa, basta percepire la gradevole sensazione e basta non star lì a indagarla troppo, almeno per quel momento: avvertirla, viverla, goderla e amen.

P.S.: c’è un altro post qui nel blog che ha lo stesso titolo, nel quale ho trattato lo stesso tema in altro modo. Lo leggete qui.

Nuvole

Potrei passare ore e ore – e giorni interi per numerose ore – a osservare il moto delle nubi nel cielo, senza mai stancarmi. Anche perché non sarebbe mai la stessa visione, anche in quei brevi istanti nei quali così sembrerebbe: tutto cambia di continuo, come un dipinto che si rinnovi ad ogni minimo istante mutando senza sosta l’aspetto e il valore estetico della sua “tela”.

Steso su un prato in montagna, così da avere il cielo più terso possibile e le nuvole più vicine, mi immergo con lo sguardo in quel mare celeste nel quale le forme vaporose più o meno evanescenti vagano in modo apparentemente casuale ma che tale invero non è…  Dunque, ecco che mi diverto a intuire le correnti che le nubi “navigano”, il moto e la direzione, a indovinarne la quota, a valutarne colori e sfumature con i relativi “messaggi” meteorologici, a immaginare su quali algoritmi naturali (e per ciò sfuggenti alla mia comprensione) le nubi cambiano forma, densità, consistenza, facendo parimenti cambiare forma ai “buchi” d’azzurro che lasciano liberi in cielo e che a loro volta determinano forme i cui contorni mi pare di riconoscere e poter identificare in innumerevoli cose.

È una danza costante, di bellezza unica, quieta ed evanescente tanto quanto inarrestabile, che appunto ogni volta cambia aspetto e narrazione alla volta celeste senza mai riprodurre la stessa “coreografia” e la cui sublime leggerezza, tramite la sua visione, mi si riproduce nell’animo. Ma, non è, questo, uno stare lì “con la testa tra le nuvole”, come si potrebbe pensare e dire in tali circostanze: no, nessun sovrappensiero, deconcentrazione o straniamento anzi, l’opposto. Una visione concentrante, invece, che aiuta ed eleva la riflessione “sollevandomi” dalle cose terrene e da certe loro pesantezze per godere della condizione ideale ad approfondire i pensieri, i quali fluttuano liberi nella mente un po’ come quelle nuvole nel cielo, incontrandosi, miscelandosi, amalgamandosi così da generarne di nuovi e diversi.

È una fonte peculiare, quasi insuperabile di calma, distensione, serenità vivide e frementi, e parimenti energia, dinamicità e vitalità ma placide e delicatamente fluide, niente di troppo fiacco o troppo intenso, in modo che possa recepirle e metabolizzarle totalmente fin dal momento in cui distoglierò lo sguardo da lassù, mi alzerò dal mio giaciglio prativo e tornerò, o meglio ridiscenderò, in tutti i sensi – al mondo e alle cose di tutti i giorni. E fino al prossimo, “necessario” spettacolo nuvoloso, che mi auguro possiate e vogliate godere anche voi!

Chastè, dove Italia e Finlandia hanno fatto alleanza

La boscosa penisola di Chastè si allunga nel Lago di Sils.

In molte contrade della natura noi scopriamo di nuovo noi stessi, con piacevole terrore; è quello il più bel sdoppiamento. Quanto deve essere felice colui che prova questa sensazione proprio qui, in quest’aria di ottobre costantemente soleggiata, in questo malizioso e giocondo gioco dei venti dall’alba fino a sera, in questa purissima chiarità e modesta freschezza, in tutto il carattere graziosamente severo dei colli, dei laghi e delle foreste di questo altipiano, il quale si stende senza paura accanto all’orrore delle nevi eterne, qui dove Italia e Finlandia hanno fatto alleanza e sembra trovarsi la patria di tutti gli argentei toni di colore della Natura; quanto felice colui che può dire: vi è certo molto di più grande e bello nella Natura ma questo è per me intimo e famigliare, mi è parente di sangue, anzi ancor di più.

Così Friedrich Nietzsche, nell’aforisma nr.338 de Il Viandante e la sua ombra (incluso in Umano troppo umano, vol.II, traduzione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 1981), scrive della Penisola di Chastè, esile lembo di terra ricoperto di boschi che si prolunga per qualche centinaio di metri nelle acque cristalline del Lago di Sils, in Alta Engadina – località presso la quale il grande filosofo soggiornò per molte estati – sul quale amava recarsi a meditare in umana solitudine e al contempo in “compagnia” del grandioso panorama alpino engadinese.

Il porticciolo di Chastè con le barche dei pescatori di Sils.

Un luogo raccolto, intimo, affascinante, al centro di un paesaggio di rara bellezza pur nel gran campionario di meraviglie che le Alpi possono offrire, nel quale ho vagabondato a lungo, in passato, in estate e in inverno, al punto da conoscerne quasi ogni sasso e in cui conto di tornare presto. Che è tanto che non ci vado e mi manca, il paesaggio engadinese e quella sua peculiare energia che pare fluire direttamente dal cielo e far vibrare ogni cosa d’una nota fondamentale e assoluta alla quale accordarsi è un atto di vitalità fondamentale, cioè di vita alla massima potenza. Già.

La “Pietra di Nietzsche”, a Chastè, con inciso un brano tratto da “Così parlò Zarathustra”.

P.S.: le foto sono tratte dal sito Sils.ch, in particolare da questa pagina, che vi invito a leggere (è in inglese) per conoscere molte belle cose riguardo Chastè e il territorio di Sils.