I bivacchi in alta montagna, da ricoveri per veri alpinisti a mete da social influencer: perché? (Con un’intervista a Luca Gibello, autore de “I Bivacchi delle Alpi”)

Ma quand’è e come mai che i bivacchi in alta montagna, da espressione quasi assoluta della spartanità antropica e abitativa in quota (di più – o meno – c’è solo la grotta o il masso sporgente sotto il quale ripararsi, visto che le tende di oggi sono spesso più confortevoli), sono diventati un posto alla moda, figo, cool, «wow!» meta di influencer, instagrammabile, «adrenalinco» e «mozzafiato» e tutto il resto, al punto da diventare un problema riguardo certa frequentazione turistica delle alte quote?

Venerdì 1 maggio al Fiamme Gialle (bivacco posto a 3005 metri sullo Spallone del Cimon della Pala, nel gruppo delle Pale di San Martino, rinnovato da poco; lo vedete nell’immagine lì sopra – n.d.L.) c’erano 15 persone dentro il bivacco, che ha 9 posti per dormire. Tanto affollamento non era dovuto a pernotti effettuati nell’ottica di spezzare l’attività alpinistica. Da ottobre scorso, quando la vecchia struttura è stata sostituita, gli interventi sono stati ben 9. Troppi, al punto che anche a mezzo stampa sono state fatte varie ipotesi per mettere rimedio a una situazione in cui le parole e le raccomandazioni non bastano più a limitare avventati tentativi di raggiungere il bivacco. «Prima c’era un bivacco vecchio stile che era mio coetaneo, classe 1968. Improvvisamente, da ottobre scorso, abbiamo una villa in montagna. Il bivacco è cambiato, ma il Cimon della Pala è rimasta la stessa montagna. E allora, dico io, a questo punto prendiamo l’elicottero e riportiamo su il vecchio bivacco, facciamo cambio. […] Il bivacco è diventata una meta da Instagram e ricordo che siamo nel cuore di un parco naturale. Vedo tanti video fatti con i droni, anche belli, sui social. Ma ricordo che dentro il parco non è consentito farli volare, eppure riprendono e pubblicano. Allora forse, a questo punto, davvero bisognerebbe togliere i materassi, se non addirittura i letti. Magari, così facendo, ci andrebbero solo quelli che davvero hanno interesse a fare qualcosa in montagna e non solo a pernottare.»

Così si legge in un bell’articolo de “Lo Scarpone” del CAI dello scorso 5 maggio, nel quale vengono citate le parole di Gino Taufer, delegato di zona del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino per il Primiero e il Vanoi. Inutile rimarcare che il caso del bivacco Fiamme Gialle sulle Pale di San Martino, citato da Taufer e da “Lo Scarpone”, è uno dei tanti simili dei quali ormai di frequente si legge sulla stampa, tra notizie di escursionisti che si lamentano del fatto che pensavano che il bivacco fosse custodito e invece no, quelli che si perdono nel tentativo di arrivarci o che devono essere recuperati dal Soccorso Alpino per aver sottovalutato (o nemmeno valutato) le difficoltà della salita, i social influencer che, appunto, li rendono sfondo dei loro ego-reel, fino ai casi di devastazione degli arredi e delle suppellettili interne perpetrati da pseudo-alpinisti imbecilli.

[Il precedente bivacco Fiamme Gialle, risalente al 1968.]
Detto ciò, e tornando al quesito iniziale di questo articolo, quindi che sta succedendo ai bivacchi? E perché?

Sulla questione ho chiesto lumi a chi in Italia di bivacchi possiede una conoscenza forse impareggiabile: Luca Gibello, giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e soprattutto, in tal caso, autore del libro I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola (CAI Edizioni, 2025), che dei bivacchi ripercorre la storia centenaria fino ai giorni nostri. Lo ringrazio veramente di cuore per aver risposto alle mie domande con rare disponibilità e cordialità.

  • Al netto delle ovvie funzionalità alpinistiche, e considerando invece – in senso generale – come si va oggi in montagna, il bivacco ha ancora senso oppure no?
    No, se pensiamo alle ragioni che ne hanno giustificato la realizzazione. Essi servivano appunto da ripari estremi, di mero servizio, alla base di lunghe ascensioni alpinistiche in zone remote. Al di là di ciò, non hanno senso di esistere. Manteniamo solo quelli e leviamo gli altri. Se qualcuno vuole fare la consigliatissima e meravigliosa esperienza di una notte in montagna (gratis o meno), pianti una tenda dove vuole oppure sia ospite in un rifugio alpino.
  • Che i bivacchi siano finiti tra le mani degli architetti e siano diventati, come altre opere antropiche sui monti, manifestazioni di stile e design, è stato un bene o un male?
    Entrambe le cose. Il tema del progetto dei bivacchi ha favorito la sperimentazione sui materiali, le conoscenze della geognostica, il trasferimento tecnologico e la migliore conoscenza della montagna da parte di una categoria che prima manco sapeva che cosa fossero questi oggetti. Il fatto è che si sarebbe dovuto continuare a lavorare sul perfezionamento di un modello (come è stato per la “trilogia” Ravelli – Apollonio – Fondazione Berti), astratto da una specifica collocazione territoriale, invece di pensare a progetti diversi caso per caso.
[Vecchio e nuovo bivacco Aldo Frattini (1975), posti a 2250 m sulle Alpi Orobie. Quello nuovo sembra una tenda ma è solo il rivestimento esterno, in realtà la struttura interna è in legno; quello vecchio è stato smantellato.]
  • Nel libro cita una pubblicità del 1938 in cui il bivacco viene paragonato a una cuccia per cani. Com’è che adesso oltre ai cani lassù ci arrivano sempre più anche i «porci»?
    In realtà si sono sempre registrati vandalismi e incurie. Oggi il fenomeno è aumentato perché molti di più sono i frequentatori (spesso in-educati), perché molti di più sono i bivacchi (collocati, come già detto, anche in luoghi facilmente accessibili e alpinisticamente ed escursionisticamente insignificanti), e perché l’informazione (dis-informata) intorno ad essi è aumentata.
  • Cosa dovrebbe avere in mente oggi (sempre al netto dell’alpinista “puro”) chi parte per raggiungere un bivacco in alta montagna?
    Basta una parola che significa tante cose: consapevolezza. Del luogo (dell’ambiente circostante come del bivacco e delle sue “regole”, a partire dal fatto che non è un posto dove si fanno le vacanze gratis, ma un presidio d’emergenza che esige rispetto e spirito d’adattamento) e della propria condizione (preparazione fisica, tecnica, esperienza ed equipaggiamento).
[Il bivacco Bruno Ferrario, una specie di modulo lunare “atterrato” nel 1968 sulla vetta della Grigna Meridionale, 2177 m. Immagine tratta da www.aspassoconlorso.it.]
  • Di bivacchi ce ne sono a centinaia sulle Alpi italiane e pochissimi negli altri paesi alpini. Siamo più furbi (o scemi) noi oppure loro?
    Il bivacco è stato una straordinaria invenzione, e merita che lo si celebri. Negli altri paesi ci sono magari più rifugi incustoditi, che funzionano in maniera simile. Di certo, la sfida della montagna del futuro è quella dell’andare a ridurre i segni della presenza antropica. Quindi togliere e non aggiungere.
  • Come racconta nel libro, il bivacco è un’invenzione del Club Alpino Accademico Italiano di cento anni fa. Tra cento anni, nel 2126, che ne sarà dei bivacchi? Esisteranno ancora?
    Mah. Non so neppure se esisteremo ancora noi, dati il cambiamento climatico e la brutale depredazione del pianeta che stiamo sistematicamente praticando…

2025.03.23

Piove, di nuovo.

Succede spesso, in questo periodo, e il tedio che questa alta frequenza meteorica un poco si manifesta, anche in uno come me che ama i climi nordici, è compensata dal saper la terra nutrita da questa pioggia, mai troppo violenta, i corsi d’acqua alimentati, gli alberi felici, come scrisse Blok – e io scrissi qui.

Magari così anche le strade si ripuliranno un po’.

Ci faccio caso spesso, a quanto le strade pubbliche siano sporche di piccoli rifiuti abbandonati lì da mani umane. Il mio paesello di montagna non fa eccezione, ahimè, e non mi consola il fatto che qualche giorno fa ero a Milano, in un quartiere abitualmente considerato da “benestanti” – palazzoni sì ma non di edilizia popolare, moderni, ben curati e manutenuti, in certi casi con ampi giardini interni alle recinzioni – e pure lì le strade fossero parecchio sozze.

La questione è che siamo incivili, maleducati, privi di senso civico eccetera, certamente. Ma trovo che il punto di tale questione sia pure un altro, di pari importanza se non maggiore: quanto siamo disposti a ignorare il degrado, piccolo o grande, che ci circonda e che spesso ci coinvolge, come nel caso delle pubbliche vie? Consideriamo normale che la strada sotto casa, o nel paese che abitiamo, sia più o meno sporca, cioè lo mettiamo in conto, in buona sostanza. Le cose vanno così, la gente è incivile, ormai è appurato. Fine.

E poi?

È normale che noi si consideri “normale” ciò che in realtà non lo è affatto?

E cosa ci spinge a questo atteggiamento, a far finta di nulla, a fare spallucce? Perché non abbiamo alcun moto concreto di indignazione, di disapprovazione, di protesta?

Perché non serve a nulla: facessero anche qualcosa, in breve la situazione tornerebbe la stessa di prima – ipotizzo una risposta che facilmente ci potremmo dare, assolutamente oggettiva e sostenibile. Ma pure normale?

Di sicuro, abbiamo perso molta della percezione e della considerazione riguardo ciò che forma il patrimonio comune del mondo in cui viviamo e del suo valore nei nostri confronti. Forse perché al termine “patrimonio” viene facile associare, per dire, le opere d’arte o i monumenti oppure gli ospedali. Ma anche le strade lo sono, come lo è l’ambiente naturale, le montagne, le spiagge, i fiumi, l’aria, eccetera. So bene che, nonostante ciò, se vediamo qualcuno che getta un mozzicone di sigaretta in terra non sbottiamo come se lo stesso accadesse nel soggiorno di casa nostra. Però formalmente – anzi, civicamente è la stessa cosa, l’unica differenza è il campanello da suonare e la porta d’ingresso, nel secondo caso. Di contro, questo non può giustificare il lassismo e la trascuratezza verso il primo caso. Dunque ribadisco l’interrogativo di poco fa, in altre parole: dov’è la linea rossa oltre la quale ci possiamo indignare e sappiamo reagire nel constatare lo sporco nelle pubbliche vie ovvero qualsiasi altra cosa che in un modo o nell’altro finisca per degradare ciò che è parte del nostro patrimonio comune?

D’altro canto succede poco di frequente, che ci si indigni al superare un certo limite di (in)decenza, anche con un altro di tali patrimoni, prezioso come pochi altri: l’ambiente naturale. Figuriamoci con una roba “dozzinale” come la pubblica via. Senza dimenticare che nel nostro paese, uno dei sette più industrializzati e avanzati del mondo, è stato evidentemente considerato normale che molti comuni tagliassero i servizi di pulizia urbana per risparmiare soldi.

Pensiamoci un attimo.

L’abitudine alla “normalità” che non lo è, già. E più ci si abitua, meno si pensa. Che è forse ciò a cui da tempo ambisce qualcuno, in alto.

Buonanotte.

In genere le catene dell’abitudine sono troppo leggere per essere avvertite finché non diventano troppo pesanti per essere spezzate.

(Samuel Johnson)

Una panchina normale, finalmente!

[Immagine tratta da www.tio.ch.]
Qualche giorno sul Passo di San Lucio, tra Val Colla (Svizzera) e Val Cavargna (Italia), è stata posata una panchina in legno di castagno nel corso di una giornata contro il littering e di sensibilizzazione transfrontaliera sul tema dei rifiuti in montagna. La vedete nella foto qui sopra.

Una panchina normale, già. È un gesto tanto piccolo quanto super emblematico, fateci caso: una panchina normale per sensibilizzare contro i rifiuti sparsi in montagna i cui esempi maggiori sono proprio panchine, quelle giganti. Che sono un rifiuto, nella forma e nella sostanza: perché sono un manufatto di ferro, legno e cemento che presto andrà alla malora e perché rappresentano il rifiuto (loro malgrado, ma tant’è) di una frequentazione intelligente e consapevole dei luoghi che vorrebbero “valorizzare” e invece contribuiscono a degradare.

N.B.: una panchina normale, ribadisco. Finalmente. Guarda caso installata dagli svizzeri, non dagli italiani. Certe “malattie” colpiscono più facilmente gli organismi già debilitati, purtroppo.

Tutti possono andare a fare i turisti in montagna, oppure no?

Cari amici,
vorrei chiedere il vostro parere su questo tema: flussi turistici sempre più cospicui frequentano le montagne, con un aumento netto dal Covid in poi per i motivi già noti, e ciò comporta che nei luoghi maggiormente turistificati giungano spesso persone che dimostrano di non conoscere e comprendere a sufficienza la realtà montana, a volte comportandosi verso di essa in maniera opinabile e poco rispettosa. Secondo voi:

  1. È comunque un bene che chiunque, anche le persone oggi così poco affinate, possano frequentare le montagne così da poter comprendere in maniera più compiuta la loro cultura e per questo “educando” nel tempo il proprio atteggiamento al rispetto dei monti e in generale, per “induzione”, del mondo che frequentano (in pratica ciò a cui si riferisce il vecchio e un po’ retorico detto «La montagna è una scuola di vita»).
  2. Sarebbe meglio se persone così poco educate e attente al rispetto dei luoghi nei quali si trovano, in special modo quelli montani particolarmente pregiati e delicati, non li frequentassero, al fine di evitare il rischio che certi modelli comportamentali da non luoghi del mondo odierno iperantropizzato e consumista ammorbino i territori montani degradandone definitivamente la realtà e la loro cultura.

Che ne pensate?

Ovviamente potete aggiungere qualsiasi altra considerazione al riguardo (io ho cercato di condensare al meglio le posizioni principali nelle due risposte proposte), e non credo serva rimarcare che il tutto ha un valore puramente discorsivo, di confronto teorico ma non per questo meno interessante.

Grazie di cuore per i contributi che vorrete manifestare!

P.S.: sia chiaro che non voglio assolutamente affermare, con quanto sopra esposto, che sui monti possano esserci turisti di seria A e turisti di serie B e tanto meno che pure tra i più assidui frequentatori delle montagne (o tra i montanari stessi) non manchino soggetti assai poco educati e sensibili ai luoghi che frequentano e vivono. Di principio nessuno è più bravo o più buono di qualcun altro, semmai si dimostra più attento e sensibile, per personale atteggiamento e predisposizione, quando si trova in certi luoghi “speciali”. Fatto sta che la questione esiste, è di frequente (e in maniera crescente) segnalata ed è di matrice innanzi tutto culturale, dunque assolutamente importante nell’ottica dello sviluppo e della gestione del turismo nelle terre alte, di qualsiasi tipo esso sia.

 

Grazie ancora a chiunque contribuirà!

Sull’usanza di salutarsi, lungo i sentieri di montagna

[Foto di Tom da Pixabay.]
Sapete quale è una delle cose che mi ha sempre affascinato e mi piace, dell’andare per montagne? L’usanza del saluto quando ci si incrocia lungo un sentiero. Viene spontanea, naturale: salutandosi ci si rimarca a vicenda di quale privilegio si sta godendo, nel poter essere in montagna.

E sapete qual è la cosa che mi fa capire che oggi, spesso, in montagna ci arriva gente che sarebbe meglio andasse altrove? La perdita o l’ignoranza da parte di questa gente dell’usanza di salutarsi.

Io lo faccio sempre e comunque con chiunque: a volte, e molto più di frequente che un tempo, ricevo delle occhiate a metà tra l’inquieto e lo schifato, come a volermi dire «Che ca**o mi saluti che non ci conosciamo?», altre volte un’indifferenza silente, assoluta, oppure colgo chiaramente di essere osservato come fossi un po’ fuori di testa e la risposta che ricevo è palesemente forzata. Ribadisco: non è tanto l’assenza di un saluto di ritorno, uno può avere la luna storta o non gradire l’interazione sociale, ci sta. Sono proprio gli sguardi, le occhiate e le espressioni di chi non saluta a sconcertarmi.

Circostanze frequenti (non usuali, sia chiaro, ma in crescita) le quali mi fanno supporre che persone così non sappiano nulla delle montagne e della cultura popolare che accomuna chi le frequenta con autentica passione, e nemmeno ne vogliano sapere. Cosa che, per inevitabile e pur desolante conseguenza, mi fa ritenere che queste persone o s’impegnano a frequentare un ambito speciale e prezioso quale è la montagna con la sensibilità e il rispetto verso chiunque e qualsiasi cosa vi si trovi, o sarebbe meglio se ne andassero altrove, appunto.