Ricevere toponimi in eredità

[La Cima Sosto domina il villaggio di Olivone in Valle di Blenio, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte: commons.wikimedia.org.]
Di toponomastica me ne occupo spesso e ne ho scritto più volte – qui potete trovare una “rassegna stampa” degli articoli al riguardo – perché la ritengo un elemento di imprescindibile importanza nella relazione tra noi tutti e il mondo che viviamo. Anzi, per meglio dire: se i segni antropici sul terreno (dal labile sentiero fino ai più grandi manufatti) sono la referenza materiale fondamentale che segnala la nostra presenza nello spazio vissuto, i nomi che diamo ai luoghi, ovvero a quei punti del territorio che, attraverso l’antropizzazione, identifichiamo identificandoci in essi, sono la referenza immateriale e, per molti versi, anche più importante della prima. Perché, come ha ben scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: è il toponimo, infatti, che innanzi tutto identifica e rende vivo (cioè vissuto) uno spazio, consentendo di relazionarci ad esso; senza il toponimo, e pur in presenza di segni antropici anche importanti che peraltro col tempo tenderanno inesorabilmente a scomparire, il luogo non è più compiutamente tale: diventa un mero documento geografico, reminiscenza di una geografia umana che, senza più referenza toponomastica, smarrisce la propria identità e svanisce nel tempo.

Grazie al sempre interessante e ricco di spunti “GognaBlog”, ho trovato un significativo articolo di Ruggero Crivelli, geografo e docente presso il Dipartimento di Geografia e Ambiente dell’Università di Ginevra, sul tema del retaggio toponomastico e della relativa memoria, pubblicato nel 2013 sulla versione on line del “Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine”, che si focalizza sul caso emblematico della Cima Sosto, in Canton Ticino (Svizzera), una montagna letteralmente tappezzata di toponimi d’uso prettamente locale ma profondamente significativi circa il rapporto storico con essa degli abitanti del luogo.
Vi propongo l’articolo di seguito. Buona lettura!

[Crediti dell’immagine: © Ruggero Crivelli. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Toponimia: una preziosa eredità

  1. Nel 2008, Mauro Corona pubblica un libro il cui titolo è I fantasmi di pietra. In questo suo libro, l’autore racconta storie di vita del suo villaggio, Erto, nella regione del Vajont, distrutto dall’alluvione del 1963 e praticamente abbandonato da allora. Con il pretesto di una visita sui luoghi della sua infanzia, di cui non restano che le rovine delle case e delle piazze, lo scrittore si sofferma in questo o in quel luogo e racconta: racconta spezzoni di una vita passata i cui protagonisti sono gente ordinaria della montagna. Incrocia i resti di pietra, dove la traccia delle intemperie si mescola con la vegetazione spontanea che a volte racchiude queste case e a volte le penetra dall’interno. Queste pietre sono i fantasmi di un passato che vive nella sua memoria: quello della sua adolescenza e della sua gioventù. A ogni angolo di strada, i fantasmi prendono la forma di un ricordo preciso: avventure dell’adolescente che scopre i primi stimoli del testosterone, avventure del giovane bracconiere e della sua banda di compagni, ecc. Queste pietre sono ciò che resta di uno spazio umanizzato! Sulla fotografia riprodotta, non vi sono pietre di fantasmi da estrarre dal passato ma nomi che assumono una funzione equivalente.
  2. Nominare è, senza dubbio, uno dei primi atti che un gruppo umano realizza identificando gli oggetti e i luoghi di cui si serve. La strutturazione delle pratiche spaziali si appoggia sulla coerenza esistente – e fin che esiste – tra il nome e gli oggetti. I toponimi, qui, sono i resti di ciò che costituiva una territorialità. Tuttavia, si tratta di resti fragili, perché il loro supporto non è la pietra, ma la memoria collettiva o individuale. Nel nostro esempio, questa fragilità della memoria territoriale è particolarmente visibile quando si confronta il luogo fotografato con la carta topografica. Questa, anche considerando una superficie più larga di quella che si potrebbe delimitare dall’immagine, indica solo due misure d’altitudine e il nome della montagna (Sosto), al quale si può ancora aggiungere due o tre altri nomi – in lingua veicolare, l’italiano – che suggeriscono una caratteristica generica del terreno (Boschetto; Parete di Pino, ecc.). Nel cartello fotografato, la medesima montagna è invece ricoperta da una trentina di nomi sulla parete propriamente detta e da più di una cinquantina in tutto: è l’espressione della pratica spaziale di una comunità per la quale anche il più piccolo filo d’erba era vitale, soprattutto  per la sua componente sociale più povera. In queste comunità montane non si esitava a salire sui luoghi più impervi e pericolosi per tagliare e raccogliere il fieno, non raramente a rischio della propria vita, come testimoniano i numerosi ex-voto che possiamo ancora vedere in chiese locali. Questa fotografia è dunque interessante nella misura in cui ci informa sull’uso dello spazio da parte di una società (agraria, montana e tradizionale, nel nostro caso): un vero e proprio uso capillare di uno spazio vitale. È pure interessante nella misura in cui ci informa sull’atto di denominazione: un atto essenzialmente funzionale e pratico (non vi è nessuna misura astratta, come quella metrica alla quale siamo oggi abituati). Non conosco il significato di tutte le parole, perché qui abbiamo a che fare con una toponimia vernacolare, ma riconosco alcuni termini dialettali che sono anche i miei: il nome del luogo riflette la propria natura, come Ra Buza, che rimanda ad uno scoscendimento; dul castellche rimanda ad un castello (e in quel posto vi era, nel Medio Evo, una torre appartenente ad un signore di un’altra valle), o ancora, termini come Pareit e Sott Pareit, dove il termine Sott indica la posizione (sotto), ecc. In altre parole, il nome informa su una società nella quale la conoscenza è strettamente legata alla pratica. Si sa perché si fa: chi non è del luogo (del gruppo!) non ne conosce il nome perché non lo frequenta.
  3. Tutta questa toponimia non esiste più oggi perché i gesti che la sottendevano non esistono più. Questi nomi sono fantasmi che informano sull’uso del territorio e questo cartello ha tanto più valore in quanto qualcuno ha voluto ricordarsi della ricchezza umana di questo frammento di spazio. Far parlare la toponimia vernacolare, oggi, significa resistere alla morale dominante che, «ridando» alla natura certi spazi montani, cancella la storia delle loro popolazioni. È cancellandola, essa maschera che ogni spazio naturale è uno spazio umanizzato. L’importanza dei resti (materiali o immateriali) della memoria territoriale risiede nel fatto che potrebbe essere un terreno d’incontro tra il geografo, il turista e l’abitante in un processo di rispetto delle culture.

 Bibliografia

  • Corona, Mauro, I fantasmi di pietra, Milano, Mondadori, 2008.
  • Lowehthal, David, Passage du temps sur le paysage, Gollion (CH), Infolio, 2008.
  • Roubault, Marcel, Peut-on prévoir les catastrophes naturelles?, Presses Universitaires de France, 1970.
  • Turco, Angelo, Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 1988.

[Referenza originale dell’articolo: “Ruggero Crivelli, «Toponimia: una preziosa eredità», Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine (En ligne), Lieux-dits, mis en ligne le 04 février 2013, consulté le 22 juin 2021. URL: http://journals.openedition.org/rga/1876“].

Lezione di vita #122.738

[Foto di Dzmitry Tselabionak da Unsplash.]
Nell’intendimento comune contemporaneo siamo portati a ritenere antitetici i termini – e i relativi elementi – “realtà” e “fantasia”, in modo che quando c’è l’una pensiamo che l’altra non ci sia e viceversa.

Invece, pur tralasciando l’evidenza che i due termini, etimologicamente, sono opposti solo per certi aspetti mentre per altri sono più vicini, quasi conseguenti, forse dovremmo provare a concepire una maggior vicinanza pragmatica tra realtà e fantasia. Nel senso che la realtà più compiuta e vantaggiosa è quella capace di generare susseguenti e ulteriori fantasie nella forma di potenziali future realtà, mentre la fantasia più creativa e proficua è un elemento potente come pochi altri, a volte l’unico disponibile, per capire compiutamente certe realtà.

La scienza dimostra bene questa cosa: la realtà scientifica più solida e assodata è quella che consente di fantasticare ulteriori sviluppi, scoperte, intuizioni altrimenti ritenute semplici chimere, mentre una buona dose di fantasia è spesso l’elemento fondamentale per comprendere realtà scientifiche altrimenti sfuggenti alla troppo rigida analiticità.

Insomma: di frequente nella vita bisogna realisticamente fantasticare, per ottenere i migliori risultati, oppure c’è da essere creativamente realisti. In fondo le due facce della stessa preziosa medaglia, ecco.

La libertà, quella vera e quella illusoria

Questa vecchia fotografia mi è già capitata sotto gli occhi altre volte, qui sul web, e ogni volta mi affascina tanto quanto mi sconcerta e inquieta.
Raffigura una giovane donna che festeggia il suo compleanno, indossando abiti assolutamente modaioli e occidentali, nel 1973 a Teheran, Iran.
In Iran, sì.
Un paese nel quale la condizione delle donne oggi è radicalmente diversa ovvero – mi permetto di dire pur nel rispetto della realtà socioculturale vigente – manifestamente peggiorata, da allora – nonostante l’Iran pre-khomeynista presentasse comunque numerose criticità in tema di diritti civili e che il paese oggi non sia tra i più repressivi in assoluto con le donne (ebbene sì, c’è persino di peggio, al mondo!) ma imponga comunque loro vessazioni a dir poco inaccettabili; d’altro canto, decidere al riguardo chi sia più o meno repressivo è un po’ come cercare di stabilire se ci si faccia più male a picchiare la testa contro il ferro o contro il cemento. Peraltro, pare che il futuro prossimo dell’Iran non sarà affatto migliore riguardo questi temi, anzi.

Ma pur se, ribadisco, la cultura identitaria e la tradizione storica, ove non siano frutto di mere imposizioni illiberali, devono essere considerate e rispettate nel loro valore sociale-sociologico, il problema evidentemente non è che oggi per l’Iran girino donne che indossano l’hijab o altri abiti consoni alla Shariʿah, ma che non possano girare come faceva quella ragazza ritratta nella foto del 1973, e questo vale per tutti i paesi similari inclusi quelli che si proclamano, e vengono ordinariamente ritenuti, ben più “liberi” e “democratici”. Troppo spesso, l’apparente condizione di libera scelta, cioè che viene spacciata come tale, è in verità la conseguenza della reale mancanza di alternative: la libertà non è quando io posso scegliere come vestirmi ma quando gli altri posso farlo. E se io scelgo di conformarmi alle regole predominanti o al senso comune ma non permetto ad altri di scegliere altro, non posso affatto parlare di “libertà”, ne per me stesso ne per chiunque altro.

In fondo quella foto proveniente dall’Iran del 1973 è inquietante non tanto e non solo per ciò di cui si fa memoria e per il confronto con la contemporaneità che impone, ma per come assuma valore di monito per qualsiasi paese che decida di vivere una propria libertà senza pensare di comprenderne e salvaguardarne l’importanza. Qualsiasi paese, nessuno escluso.

Location?

Una volta un regista italiano venne agli Uffizi per chiedermi d’utilizzare la Galleria come location. La parola risuonò nelle mie orecchie come una schioppettata. Visto ch’era un regista lo invitai a girare di nuovo la scena: lo pregai d’uscire dalla stanza e di rientrarvi riformulando la stessa domanda nella nostra comune lingua. S’era soltanto all’inizio. A distanza di anni temo che location sia l’unico vocabolo che oggi noi italiani si comprenda al volo quando si ragioni d’ambienti, di luoghi, di spazi. A questi pensieri non è sottesa un’aspirazione autarchica, bensì il desiderio d’avvalorare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza della nobiltà d’una lingua (la nostra) universalmente riconosciuta come una delle più liriche.

(Antonio Natali, L’anno di Dante: English-free year, in “Artribune” #56 / ”Grandi Mostre” #22, settembre-ottobre 2020.)

Non sono mai stato contrario all’uso di vocaboli esteri e in particolare di anglicismi nella lingua italiana e non ho mai fatto crociate di sorta a difesa integerrima di essa, anzi: sono convinto che l’uso intelligente e consono di tali termini “forestieri” rappresenti un indubbio arricchimento della lingua e delle capacità espressive di chi la usa, senza contare il fatto che, effettivamente, alcuni di quei termini sanno essere più compiutamente espressivi delle paragonabili parole italiane. Mi dà fastidio, invece, quando l’introduzione di termini esteri nella lingua, soprattutto parlata, risulta palesemente forzato, ostentato oppure non ragionato, ergo nemmeno compreso dall’utilizzatore: tant’è che non è raro ascoltare quei termini in modo sbagliato e percepirli piazzati nel parlato ad mentula canis (no, questo non è inglese!), o quasi.

Posto ciò, ad esempio, sono assolutamente d’accordo con quanto sostiene il Natali, past direttore della Galleria degli Uffizi, riguardo il termine location, il quale veramente è tra i più abusati e inutili di tutti: su mille usi che se ne fanno, novecentonovantotto sono totalmente superflui (ma credo che il mio conteggio sia in difetto). Perché non dice niente di più del nostro “luogo” oppure dei similari “spazio”, “ambiente”, “ubicazione”, “posto” – alcuni citati anche dal Natali – vista poi la sua accezione originaria, che risulta ben più definita e per molti versi differente del senso che i più gli conferiscono nelle loro chiacchiere. E, in tutta sincerità, fa ridere un sacco sentir parlare di “location per matrimoni” nei riguardi di una chiesa, un parco, un edificio di pregio o un ristorante rinomato e particolarmente suggestivo, oppure della “location del concerto” in merito a una pubblica piazza, un prato in montagna, una sala polifunzionale o altro di simile e assolutamente ordinario nonché ben identificato dal proprio sostantivo comune. Fa ridere, già, anche perché fa “figo” usare quello e altri simili termini, e fa ridere che chi li usa si senta così. Sempre che, più che figo, non si senta “cool”, il che in verità lo farebbe sembrare ancor più loser, o dork o persino sucker, ecco.

Il consum(ism)o della bellezza

[Foto di Enrique Meseguer da Pixabay.]
Una delle colpe maggiori di una società basata sul consumismo (ovvero su un certo consumismo culturalmente degradante che è un’altra manifestazione del generale consumismo socioeconomico) come la nostra è quella di aver consumato appunto, con un processo di “corrosione” che dura tutt’ora, anche la percezione diffusa della bellezza e il suo immaginario comune.

In forza di ciò siamo sempre più portati a considerare e credere “belle” cose che lo sono molto poco o non lo sono affatto, e siamo sempre meno in grado di percepire e cogliere l’autentica bellezza ove essa sia presente. Di contro, nel nostro modus vivendi contemporaneo, e nella “cultura” mainstream sulla quale si sviluppa, c’è ben poco che possa consentire il recupero e la salvaguardia di quella dote, anzi: come ho già accennato, il processo opposto è costante e sempre più degradante. Non solo non “capiamo” più la bellezza, ma siamo sempre più portati a disconoscerla e disprezzarla.

Dunque mi chiedo: quella bellissima “massima” dostoevskijana sulla bellezza che può salvare il mondo, che per quanto mi riguarda assurge al rango di assioma filosofico ineludibile per sanare e salvaguardare veramente il nostro (di esseri umani) mondo, come potrà mai realizzarsi se, pure nel caso che di bellezza ce ne sia – e ce n’è a iosa, nel mondo suddetto -, non saremo più in grado di riconoscerla e di goderne?

Insomma, ripropongo una domanda già proposta, qui sul blog: la bellezza certamente potrà salvare il mondo, ma il mondo saprà salvare la bellezza?