L’uomo esiste per migliorare

L’uomo esiste per migliorarsi sempre più dal punto di vista morale e per rendere migliore tutto ciò che lo circonda: sia nella sfera della sensibilità, sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della sensibilità. sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della società, dal punto di vista etico e così facendo, per rendere se stesso sempre più felice.

(Johann Gottlieb Fichte, Lezioni sulla missione del dotto – orig. Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten –, 1794, pag.18.)

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Io voglio ciò che devo

Povere creature che potreste vivere tanto felici soltanto a modo vostro e che invece dovete ballare al suono della musica di questi pedagoghi di orsi e produrvi in capriole artistiche che non vi verrebbe mai in mente di fare! E non vi ribellate mai, sebbene vi si intenda sempre in modo diverso da come vorreste voi. No, voi ripetete sempre meccanicamente a voi stessi la domanda che avete sentito porre: “A che cosa sono chiamato? Che cosa devo fare?”. Basta che vi poniate queste domante e vi farete dire e ordinare ciò che dovete fare, vi farete prescrivere la vostra vocazione oppure ve la ordinerete ed imporrete voi stessi secondo le direttive dello spirito. Ciò comporta, per quel che riguarda la volontà, questo atteggiamento: io voglio ciò che devo.

(Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, 1999.)

L’Unico di Stirner è uno dei quei rari libri così disturbanti, da leggere, che a non leggerli si resta inconsciamente e inevitabilmente disturbati. Per questo ancora oggi a suo carico vengono mosse dall’opinione pubblica, nel caso in cui se ne discuta, così tante accuse: perché probabilmente non è stato letto. Altrimenti di accuse ce ne sarebbero comunque, ma rivolte nella direzione opposta.
Per lo stesso motivo, quando mi chiedono quali siano stati i libri più importanti per me e la mia visione del mondo e della vita, L’Unico non manca mai. Di un sano e pur aspro disturbo culturale c’è sempre bisogno, già.

Le “parole” sono le ancelle d’una Circe bagasciona (Carlo Emilio Gadda dixit)

Una difficilissima elaborazione e costruzione morale fatta di incredibili sforzi e autoinibizioni individuali e puri e leganti entusiasmi, darà una più perfetta socialità di quella in che siamo oggi immersi. […] Una lentissima costruzione morale, una grande cultura, una chiara visione di infiniti problemi tecnici, sociali, igienici, economici, morali, fisiologici, ecc., una calda passione per l’ordine e per il benessere generale e soprattutto una volontà tenace ed eroica potrà avviarci a una migliore socialità. Le parole non bastano e sdraiarsi nel comodo letto della vanità ciarliera è come farsi smidollare da una cupa e sonnolenta meretrice. Le ‘parole’ sono le ancelle d’una Circe bagasciona, e tramutano in bestia chi si lascia affascinare dal loro tintinno.

(Carlo Emilio Gadda, Meditazione milanese, 1a ed. a cura di G.C. Roscioni, Torino, Einaudi, 1974.)

Gadda, il quale – inutile dirlo – fu uno dei maggiori geni letterari del Novecento italiano, cercò anche di fornire alla propria scrittura e alla lettura di essa una base di natura filosofico-teoretica, la quale tuttavia ebbe una genesi piuttosto travagliata, con diverse versioni mai portate a termine. Quello che poi è divenuto il testo reperibile (con difficoltà, a dire il vero) in libreria uscì postumo, e non è altro che la messa su carta stampata delle annotazioni appuntate nei suoi quaderni circa i temi sui quali rifletteva nel mentre che scriveva i suoi romanzi. Una Meditazione milanese che non è di sicuro il primo testo di Gadda che viene in mente di leggere, ma nella sua particolarità è senza dubbio un’opera che aiuta molto a comprendere come scriveva il grande autore milanese, cosa scriveva e perché scriveva in quel modo.

Pochi ma buoni

“Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l’approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale.”
Immanuel Kant.

“(…) raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti“. Ok, era Kant, ovvero certo non l’ultimo dei pirla – come si dice – ma viveva nel XVIII secolo… E aveva già capito il rischio insito nella politica, nello spettacolo, nel consumismo sfrenato, nella TV contemporanea, in quasi ogni altro media nazional-popolare…
Così come, di contro, aveva capito che le idee buone si nutrono di qualità, non di quantità… Ecco perché nelle cose sopra citate non se ne trovano proprio…