Conoscete Gottardo Archi e le sue opere d’arte?

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Conoscete il pittore bergamasco del Cinquecento Gottardo Archi?

No? Beh, comprensibile. Non fu certo famoso come altri della sua epoca, anzi, non dipinse mai per prestigiosi committenti o per ottenere la celebrità, non fu un professionista dei pennelli del tempo. Eppure, le 11 tele che produsse nel corso della sua vita rappresentano un ciclo a suo modo “sconvolgente”, per come fissò nelle immagini dipinte un vero e proprio sconvolgimento urbano, sociale e culturale che subì Bergamo nella seconda metà del Cinquecento, e che anche oggi, a quasi cinque secoli di distanza, risulta profondamente emblematico circa le trasformazioni che sta subendo la realtà contemporanea, attorno a noi ma pure, forse soprattutto, dentro di noi.

La vita di Gottardo Archi, nonché i luoghi e gli eventi che la resero così significativa, la potrete conoscere sabato prossimo 21 ottobre, a Bergamo Alta, grazie a La vera storia di Gottardo Archi, il nuovo libro di Davide Sapienza intorno al quale avrò l’onore di chiacchierare con lui e con Gino Cervi, direttore della collana Genius Loci di Bolis Edizioni nella quale il libro è pubblicato. Ma insieme chiacchiereremo anche con la città, i luoghi del romanzo, la storia, lo spazio, il tempo, la vita. E capirete perché, in realtà, non potete conoscere Gottardo Archi e le sue fantastiche tele…

Siateci, insomma. Sarà una bellissima giornata, senza alcun dubbio.

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Sabato 21 ottobre a Bergamo, con Davide Sapienza e… Gottardo Archi!

Sabato 21 ottobre, dalle ore 10.00, sarò a Bergamo, nell’affascinante cornice urbana di Città Alta, in occasione della prima presentazione del nuovo e attesissimo libro del mirabile Davide Sapienza, La vera storia di Gottardo Archi, in uscita il 20/10 per Bolis Edizioni nella nuova collana Genius Loci.
Si camminerà geopoeticamente con Davide lungo le mura e i bastioni di Città Alta, “causa” della storia che è narrata nel volume, per poi interloquire intorno al romanzo insieme al suo autore e a Gino Cervi, direttore della collana.
D’altro canto, lo stesso Davide è una sorta di possente “bastione” della letteratura contemporanea – in senso generale – narratore dallo stile raffinatissimo e di rara efficacia espressiva, nonché libero spirito dall’animo nobilissimo e dallo sguardo oltre modo profondo, sagace, rivelatore. Leggerlo e, ove possibile ascoltarlo è sempre una fortuna grandissima, che per lo scrivente si accresce ancor più se posso pormi in viaggio al suo fianco lungo le sue vie geopoetiche le quali, forse mai come questa volta, attraverso la parola scritta non si muovono solo nello spazio – materiale e immateriale – ma pure nel tempo e nella storia.

Insomma: se potete, venite anche voi sabato 21 a Bergamo, e se non potete fate che stavolta la volontà sia più forte delle circostanze. Perché un “viaggio” di pur solo qualche ora – e in un ambito urbano “quotidiano” – con Davide Sapienza vale come mille esplorazioni interstellari, in quanto a forza illuminante soprattutto!
Questo in breve è ciò che accadrà:

Per ogni altra utile informazione sul libro cliccate sulla copertina in testa al post, oppure qui per visitare la pagina facebook dell’evento di sabato 21 e saperne di più al riguardo.

Finalmente due libri veramente “grandi” da leggere!

Siccome di grandi libri, negli ultimi tempi, non è che ne ce siano in giro così tanti – almeno nella produzione editoriale mainstream – m’è venuto in mente di andare almeno alla ricerca di libri grandi.

E ho scoperto quale sia – a quanto pare – il più grande libro mai stampato: è l’Earth Platinum Atlas, pubblicato nel 2012 dall’editore australiano Gordon Cheers in 31 copie vendute al costo di 100.000 dollari USA l’una. Misura 1,80 per 1,40 metri e pesa 150 kg.

Tuttavia, il volume al quale l’Earth Platinum Atlas ha rubato il primato di “libro più grande del mondo” è ben più affascinante, anche solo per la sua vetustà: è il Klencke Atlas, stampato nel 1660 su iniziativa del principe olandese John Maurice of Nassau, il quale decise di omaggiare il Re Carlo II di Inghilterra – prossimo al reinsediamento sul trono dopo 9 anni di esilio – con la realizzazione di un atlante che contenesse tutta la conoscenza geografica dell’epoca. L’opera fu realizzata grazie al finanziamento di diversi mercanti, capitanati dal commerciante di zucchero Johannes Klencke, del quale prese il nome. Misura 1,75 metri in altezza e, aperto, più di 1,90 in larghezza: occorrono almeno sei persone per movimentarlo. Venne mostrato al pubblico per la prima volta nel 2010 presso la British Library, ove è conservato.

Alla faccia degli ebook e degli ereader, ecco. Andateci con uno di questi volumi a leggere sulla metro, piuttosto!

Franco Michieli, “L’estasi della corsa selvaggia”

Quand’ero piccolino, e per le vacanze estive mi recavo con mamma e papà in Valchiavenna, si alloggiava in un albergo posto ai piedi di un vasto pendio prativo, che d’inverno si trasformava (e si trasforma tutt’oggi) in ampia pista da sci. Quando tornavo dalle passeggiate o dalle escursioni in zona e, nel discendere verso l’albergo, mi affacciavo sul bordo superiore di quel grande prato, puntualmente mi lanciavo in una cosa forsennata giù per il pendio, senza mai fermarmi fino a che lo stesso spianava e, ovviamente, ogni volta rischiando cadute e distorsioni – rischio concretizzatosi non poche volte. Ma era un momento che aspettavo con trepidazione, quasi, un minuto o poco più di contentezza incontrollata, uno scatenarsi di libertà e giocosità, un ritorno al controllo del corpo da parte dell’istinto che, nel bambino che ero, probabilmente pescava da quel quid di selvatichezza animale che il crescere con l’età inesorabilmente sopì sempre più.
Sia chiaro: è un’esperienza personale, questa, dai tratti del tutto fanciulleschi e allora poco consapevoli. Eppure è una di quelle che mi è tornata in mente in modo più vivido leggendo L’estasi della corsa selvaggia, l’ultimo libro del grande esploratore e geografo Franco Michieli (Ediciclo Editore, 2017) e nuovo titolo della bella collana “Piccola filosofia di viaggio”, volumetti agili e di veloce lettura che trattano di “piccole” ma intense visioni su aspetti del rapporto tra l’uomo e il territorio ovvero dell’uomo in moto nel territorio: aspetti apparentemente marginali ma in verità illuminanti ed emblematici ben più di altre cose ordinarie tanto quanto superficiali.
Sgombro subito il campo da facili equivoci: la corsa sulla quale disquisisce Michieli non ha nulla di agonistico e/o competitivo, non è affatto legata a prestazioni, cronometri, tempi, record o quant’altro di simile…

(Leggete la recensione completa di L’estasi della corsa selvaggia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Se non esistessero librerie e biblioteche, dove li metteremmo i libri? (Eric Chevillard dixit)

Dopo due mesi, quando gli scavatori avevano ormai fatto piazza pulita e le squadre ingaggiate per i lavori strutturali erano appena subentrate, la costruzione della biblioteca fu interrotta per ordine dei pubblici poteri e, simultaneamente, suppongo, mi auguro, tutti i lavori di scrittura in corso – perché, in queste condizioni, che fare delle opere pubblicate di recente, dove sistemarle, classificarle, catalogarle, schedarle e poi fregarsene, dove stoccarle, come disfarsene? A meno che ovviamente non sia l’improvvisa e generale resa degli scrittori – a che pro scrivere? – ad aver provocato la chiusura del cantiere.

(Éric Chevillard, Sul Soffitto, Del Vecchio Editore, 2015, collana “Formelunghe”, traduzione di Gianmaria Finardi, pagg.22-23.)

Nel suo particolare stile razionalmente assurdo, Chevillard ripropone una questione “sotterranea” per tutte le forme espressive artistiche ma che nella letteratura – contemporanea, soprattutto – è forse più evidente: se per assurdo (appunto) i libri non fossero letti da nessuno, se non esistessero scaffali di librerie o di biblioteche che li esponessero, verrebbero comunque scritti? O la scrittura – e gli scrittori – svanirebbero di colpo?
È questione nascosta, come detto, ma a dir poco fondamentale, dacché punta direttamente al senso dello scrivere (nell’epoca contemporanea dell’immagine imperante e della social-visibilità come ragione di vita ancor più, ribadisco) anche al di là della mera evidenza primigenia dell’arte come trasmissione di un messaggio, una storia, una narrazione o che altro.
Oggi, sembrerebbe avvenire qualcosa di opposto: le librerie chiudono perché calano i lettori ma di libri se ne pubblicano sempre di più. E se invece non fosse così opposta, tale situazione? Se l’estinzione (drammatizzo, sì) dei lettori fosse tragicamente propedeutica a quella degli scrittori ovvero, cosa in verità più importante, della scrittura?
È un ragionamento assurdo, lo ribadisco. Ma spesso ragionare per assurdità permette di prevedere e capire la (futura, ma non solo) realtà delle cose meglio di molti altri metodi.