Non capire l’arte

Capita spesso di sentir dire di qualcuno che non comprende l’arte contemporanea, ma ama quella del passato; tutto questo nasce da un equivoco fondamentale nei confronti dell’arte stessa e si può essere sicuri che le persone che cosi parlano non capiscono nulla né dell’arte del passato né di quella contemporanea.

(Piero Manzoni, La ricerca dell’immagine, 1957 circa, in Scritti sull’arte, SE/Abscondita Edizioni, 2013, pag.59.)

Il Festival dello Strega

Se posso dire, con tutto il rispetto ma con altrettanta sincerità, il Premio Strega a me pare il Festival di Sanremo dell’editoria italiana.

Ecco, l’ho detto.

No, anzi, dico di più e aggiungo (che tanto a me allo Strega non mi chiameranno mai e peraltro mai ci vorrei andare): dicono – i media – dei sei finalisti di quest’anno, non cinque come gli anni scorsi perché il sesto deve essere il libro di un piccolo editore. Bene, il “piccolo editore” è Fandango, di proprietà dell’omonima casa di produzione e distribuzione cinematografica, tra le più importanti in Italia (!), e diretta da Edoardo Nesi, vincitore dello Strega nel 2011 (!) e parlamentare (!).

“Indipendente”, dicono.
Sì, certo: come un milionario lo è dal sistema bancario.

Aahahahahahahahah!!!
Un’ennesima “bella” storia all’italiana, vero? Evviva!

Ribadisco: con tutto il rispetto del caso, ma con altrettanta coerenza e obiettività. Già.

Superare un valico di montagna

Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.31-32; orig. Der Gotthard, 1897.)

Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza

Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e oltre Lugano.

Consigli di lettura: Tim Ingold, “Antropologia”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Antropologia. Ripensare il mondo, di Tim Ingold, a cura di Matteo Meschiari, traduzione di Gaia Raimondi, Meltemi Editore, 2020.

L’umanità si trova a un bivio. Le crescenti disuguaglianze, l’acuirsi della violenza a livello politico, i fondamentalismi in conflitto e una crisi ambientale di proporzioni planetarie rappresentano l’attuale scenario cui far fronte. Come modellare un mondo che abbia spazio per tutti, incluse le generazioni future? Quali le possibilità per un vivere collettivo? A queste urgenti questioni cerca di rispondere l’antropologia, mettendo in campo la saggezza e l’esperienza delle persone, indipendentemente da background e percorsi di vita. L’autore ripercorre le tappe di sviluppo di questo campo di studi; nato per supportare gli ideali del progresso, crollato tra le rovine della guerra e del colonialismo, rinasce oggi come disciplina della speranza, destinata ad assumere un ruolo centrale nel dibattito sulle impellenti questioni intellettuali, etiche e politiche contemporanee. Con appassionate argomentazioni, Tim Ingold dimostra perché l’antropologia è importante per tutti noi. (Dalla presentazione dell’editore.)

Aggiungo: libro assai interessante da un autore prestigioso, con un altrettanto prestigioso curatore, su una materia che diventa sempre più fondamentale, nella comprensione del mondo e della civiltà umana, almeno quanto diventi sempre più ignorata da chi invece dovrebbe fare dell’antropologia il principale strumento di visione della realtà e di gestione dei suoi meccanismi sociali.

Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più.

Paradisi umorali

Posso rivelarvi un segreto? I paradisi che vedete disseminati lungo le rive sono in gran parte vuoti e in vendita. Il motivo? Perché costruire sull’onda del mero entusiasmo è una follia che non verrebbe mai in mente a una persona capace di riflettere. Trascinati dalle onde dell’entusiasmo si possono scrivere poesie, questo lo concedo, ma comprare e costruire seguendo l’ispirazione del momento è un genere di lirica piuttosto costoso, se non altro perché al godimento subentrano il malumore e infine la noia. Chi invece non subentra è l’eventuale acquirente. Una cosa è certa, né più né meno come l’amen alla fine della messa: chi costruisce in base all’umore, ben presto si stancherà della casa per una questione di umore.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.205; orig. Der Gotthard, 1897.)

Così scriveva il premio Nobel svizzero a fine Ottocento riguardo la presenza di case di villeggiatura (“seconde case”, diremmo oggi) sulle rive dei laghi prealpini italo-svizzeri, denunciando in buona sostanza una “cementificazione immobiliaristica” d’antan che seguiva più l’onda di una speculazione momentanea del mercato di allora che una reale pianificazione economica e urbanistica. In fondo dopo un secolo e più nulla è cambiato, in numerosi luoghi di villeggiatura: mi vengono in mente certe località sciistiche nelle quali negli anni scorsi si è costruito moltissimo, quando pareva che tutti “dovessero” e “potessero” avere la propria bella seconda casa in montagna – tanto a quei tempi le banche concedevano mutui a chiunque, con tassi di interesse da usura ma tant’è – e immobiliaristi con al seguito impresari e palazzinari di ogni genere e sorta si diedero fare con la costruzione di case quasi sempre orribili, in economia, per le quali sembrava che tra abetaie e cime innevate si fossero calati pezzi dozzinali di periferia suburbana coi quali peraltro si è tremendamente guastato il paesaggio. Case che oggi, desolatamente vuote a volte da anni, tappezzano quelle località di tanti cartelli colorati con scritto «VENDESI» ma, come scriveva più di cento anni fa Spitteler (forse in base a motivi differenti ma descrivendo una realtà del tutto similare), gli «eventuali acquirenti» continuano a non subentrare, donando a quei luoghi pur così ameni un umore alquanto deprimente.