“Può il consumismo mutare in fascismo?”


Richard Pearson, quarantaduenne pubblicitario, si reca a Brooklands, una cittadina come tante tra Londra e l’aeroporto di Heathrow, chiusa tra autostrade e strade di grande traffico. Alcune settimane prima suo padre, ex aviatore settantacinquenne, era rimasto fatalmente ferito da un cecchino in un enorme centro commerciale di Brooklands, il Metro-Centre, un complesso di magazzini, alberghi, piscine, centri sportivi con una propria televisione via cavo che trasmette pubblicità, dibattiti e partite di calcio, hockey e rugby. Sperando di capire qualcosa di più sulla tragedia, Richard incontra l’avvocato del padre e la giovane dottoressa Julia Goodwin che ha prestato le prime cure al padre dopo la sparatoria. Protetto da un’inquietante rete di omertà, il principale indiziato viene rapidamente rilasciato dai magistrati locali. Richard decide di trovare il vero colpevole. Al centro del mistero è il Metro-Centre. Questo è il tempio del consumismo più sfrenato che, a Brooklands, convive con una passione ossessiva per gli sport e un nazionalismo perverso e violento. Gli attacchi alle comunità d’immigrati sono all’ordine del giorno e gli incontri sportivi sembrano raduni politici.
Sotto l’impulso del Metro-Centre e delle sue campagne di marketing, il consumismo sembra sull’orlo di mutare in una brutta forma di fascismo suburbano. Richard si trova implicato in un piccolo gruppo di cospiratori decisi a fermare il fenomeno prima che si espanda. Ma come pubblicitario viene anche attratto dal potere del Metro-Centre e di come ha rinfrescato e ricaricato gli abitanti del sobborgo. Forse questo nuovo fascismo emerso dal consumismo è ciò di cui ha bisogno l’Inghilterra per rivitalizzarsi. La gente è annoiata dalla propria vita e ha bisogno di andare oltre il consumismo verso un mondo più vitale e drammatico. Club di tifosi marciano per le strade, sbandierando le loro bandiere e simboli, aspettando un nuovo leader che li guidi verso la terra promessa. Il leader non tarda ad arrivare e in maniera inaspettata. […]

(Questa è la descrizione, tratta direttamente dal sito di Feltrinelli, di Regno a venireKingdom come, nella versione originale – romanzo pubblicato nel 2006 dal grande scrittore britannico James Ballard, ultimo prima della sua morte.
Pare un commento scritto in questi giorni sulla situazione attuale, vero?
D’altro canto, Ballard è stato principalmente un autore di fantascienza: come a dire che è l’ennesima prova di come la realtà riesca sempre a superare la fantasia – e, quando si tratta di cose della “quotidianità”, troppo di frequente in peggio, purtroppo.)

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Il cancro della cultura (e non solo di quella)

Quasi tutte le volte che mi occupo di cultura attiva, ovvero di iniziative in ambito culturale di varia natura, immancabilmente – da anni, intendo dire – finisco per scontrarmi con quella convenzione, prassi, luogo comune, modus cogitandi o come diavolo lo si voglia chiamare, per il quale la cultura deve essere liberamente fruibile da tutti, dunque gratuita. Dunque non retribuita – o retribuita con “compensi” da fame. Come se il lavoro intellettuale e creativo, per sua natura immateriale, non fosse quantificabile e valorizzabile, dunque chi lo pratica s’attacca. Che nel principio sarebbe un po’ come dire che siccome, per ora, a fare viaggi interstellari non ci possiamo andare, tanto vale retribuire gli scienziati e ricercatori che studiano le stelle e lo spazio.

Tutto ciò, inoltre, non comporta solo che, se la produzione culturale non viene adeguatamente valorizzata, chi ne è artefice non venga altrettanto adeguatamente retribuito, ma pure che – assai biecamente – su di essa non si investa come sarebbe adeguato, anzi, indispensabile fare. E ciò comporta un’ulteriore conseguenza: che la produzione culturale non produca quella ricchezza che assolutamente potrebbe produrre, e sulla quale un paese come l’Italia potrebbe non dico prosperare ma quanto meno sostenersi e svilupparsi – culturalmente, pure: cosa oltre modo necessaria, inutile rimarcarlo.

Questa situazione rappresenta un vero e proprio cancro, per la cultura italiana. Un male via via sempre più incurabile, se non guarito rapidamente, che per giunta finirà per causare danni anche ad altri ambiti – quello sociale in primis.

Dunque? Dunque – scusate il linguaggio assai franco – vaffanculo a chiunque e a ogni cosa perseveri nel conservare un tale deleterio status quo. E un invito a boicottare qualsiasi iniziativa di natura culturale che si pretenda venga realizzata in maniera gratuita o malamente retribuita, rivolto in primis a chi ne è soggetto attivo – artisti, creativi, autori, eccetera – e subito dopo al pubblico. Il quale deve capire una volta per tutte che, se all’apparenza è “tanto bello” fruire contenuti culturali gratis, se fa tanto figo sostenere idee del tipo “la cultura deve essere a disposizione di tutti, anche di chi non se la può permettere!” (per carità, poi! Tra tanti Euro spesi per mere scempiaggini consumistiche, non si spendono pochi euro per un buon libro, uno spettacolo teatrale, una mostra d’arte? Suvvia, siamo seri!), alla fine dei conti la somma è 0. Zero, sì: zero cultura, ovvero la strada spianata all’imbarbarimento definitivo. Oltre che all’impoverimento economico, perché, come detto poco fa, la cultura può generare numerosi (e virtuosi!) punti di PIL, se la si coltiva al meglio.
Altrimenti, ribadisco, l’unica parola adatta è quella assai franca lì sopra. E basta.

La democrazia è una tirannide mascherata? (Alexis De Tocqueville dixit)

Sotto i regimi assoluti il despota, per raggiungere l’anima, colpiva grossolanamente il corpo, e accadeva che l’anima sfuggendo alle percosse, si innalzasse gloriosamente sopra di esso; ma nelle democrazie la tirannide non procede a questo modo, essa non si cura del corpo, va dritta all’anima. […] Un uomo o un partito che abbia patito una ingiustizia negli Stati Uniti, a chi può rivolgersi? Non all’opinione pubblica perché essa stessa che forma la maggioranza; non al corpo legislativo perché esso rappresenta la maggioranza e le obbedisce ciecamente; non al potere esecutivo perché è nominato dalla maggioranza e gli serve da strumento passivo; non alla forza pubblica, perché essa altro non è che la maggioranza armata; neppure a un tribunale, poiché è la maggioranza che lo ha investito del potere di pronunciare le sentenze.

(Alexis de TocquevilleLa democrazia in America, 1835. Edizione italiana Universale Cappelli 1957.)

Viviamo, siamo cresciuti, ci siamo sviluppati, come società civile, in un mondo democratico, fortunatamente. La democrazia ha rappresentato l’ambiente ideale per questo e, secondo molti, rappresenta ancora la migliore forma di governo possibile; d’altro canto, nei casi in cui un sistema in origine democratico col tempo muti fino a porre un paese, in buona sostanza, nelle mani di una minoranza quando non di una vera e propria oligarchia “legittimata” (in teoria) da un voto popolare a sua volta praticato da una minoranza, qualche domanda viene da porsela.

E non saremmo i primi a farci certe domande, visto come tale problema venne lucidamente messo in evidenza da Tocqueville quasi due secoli fa – non a caso analizzando la democrazia americana, quasi intuisse già allora come quello fosse il modello dietro al quale l’intero mondo occidentale sarebbe andato, nel bene e nel male. Questo ottimo articolo di Melissa Pignatelli su La Rivista Culturale rimarca le principali criticità messe in luce da Tocqueville: in primis, l’avanzamento della libertà avrebbe potuto portare ad una degenerazione dei sistemi democratici a causa del sistema rappresentativo della maggioranza, in forza del radicamento popolare nella convinzione che solo le decisioni prese con il favore della maggior parte delle persone siano giuste, che avrebbe potuto degenerare in un possibile senso di onnipotenza, o tirannide, della maggioranza. Inoltre, l’eccesso di democrazia e la tirannide della maggioranza sono degli evidenti colli di bottiglia allo sviluppo pacifico e democratico delle società civili contemporanee. Ciò vale anche più, in senso teorico e non solo, quando la maggioranza si configuri in concreto come una minoranza, come detto; ancora maggiormente vale se si considera come il sistema di elezione popolare di tale maggioranza/minoranza presenti a sua volta delle enormi criticità, avendo già esso in seno, per di più, elementi sostanzialmente antidemocratici. Ovvero, ad esempio, collegi blindati, liste bloccate, nomi imposti e così via, tutte cose molto note (almeno dovrebbero esserlo) agli elettori italiani. E tutto ciò senza considerare la parallela questione della qualità (culturale e non solo) dell’elettorato, che ci porterebbe verso spazi di disquisizione fin troppo vasti.

Dunque? Può essere che la democrazia, per eccesso di sé stessa, finisca per autodegradarsi e sfinirsi, partorendo (come in Alien!) una paradossale e inquietante creatura tirannica o, quanto meno, che finisca ostaggio di forze e idee politiche ostili ad essa? E dove un sistema democratico può (deve) fissare il limite tra democrazia e autocrazia? Può essere che, di contro, anch’essa come tutte le cose patisca il passare del tempo e delle società e abbisogni d’un necessario rinnovamento? Nel caso, quale? Oppure, può essere che la democrazia per come l’abbiamo intesa fino a oggi, nonostante i “successi” storici abbia fatto il suo tempo e ci sia bisogno d’una nuova forma di governo ben più salvaguardante i diritti, le libertà e il progresso delle società?

Sono domande genuine, sia chiaro, senza alcuna retorica o spirito polemico, che chiunque scelga di dare ancora credito al sistema democratico vigente – o a quella parte che ancora prevede il consenso popolare – dovrebbe porsi, io credo. Fosse solo per legittimare verso sé stesso e verso la società civile della quale si fa parte la bontà e l’utilità del proprio voto.

ThIS IS America!

Strage in una chiesa del Texas. Killer uccide 26 persone urlando «God save America!»
Gli USA rivendicano: «È un nostro soldato

“Ironia”? Niente affatto. America, 2017: questo è. Nulla di ironico; molto, moltissimo di spaventoso. E spaventosamente assonante. ThIS IS America, guys!

(P.S.: cliccate sull’immagine per leggere dei fatti a cui mi sto riferendo.)

Trump, l’UNESCO e la politica del “f**k off!”

Penso che l’uscita dell’America dell’attuale Presidente Trump dall’UNESCO sia una bellissima notizia.

Per l’UNESCO, già. La quale ha certamente fatto sbagli e preso decisioni discutibili, ma che proprio scrollandosi di dosso un paese che, con la presidenza in carica, si manifesta ogni giorno di più come un elemento avverso e nocivo a qualsiasi promozione “della pace e della comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali” (come recita l’atto costituivo), oltre che un potere antitetico a ogni intelligenza politica (sostituita ormai del tutto da un borioso e triviale infantilismo, rilevabile nello stesso rapporto tra USA e UNESCO negli anni scorsi e sancito pure da alcuni personaggi dell’entourage presidenziale), può riaffermare con forza il proprio valore e il ruolo culturale fondamentale a livello planetario, soprattutto di questi tempi.

D’altro canto, sfido chiunque ad associare in modo logico e giustificato “Trump” a “cultura”. L’imperante “America first” trumpiano, piuttosto di sancire rafforzare la leadership mondiale americana, tra mille fanfaronate (inclusa quest’ultima) sta soltanto producendo un isolazionismo assai simile a quello di certi stati dittatoriali che proprio gli USA si dilettano ad avversare militarmente. America last, semmai, sempre di più – con buona pace di quella pur considerevole parte del paese che di cultura ne produce, e d’alto livello, ma evidentemente non è capace di farne elemento fondante della realtà sociopolitica nazionale contemporanea.