E se i migliori “alleati” dell’ISIS fossimo proprio noi?

Qualche giorno fa è successo un episodio che, personalmente, trovo assai interessante e significativo, mentre i nostri media lo hanno considerato molto meno tale e sostanzialmente ignorato, ovvero non analizzato come poteva meritare.

Lo scorso 17 giugno una giovane agente della polizia israeliana è stata uccisa in un attentato compiuto da un commando di tre terroristi a Gerusalemme. Dopo qualche ora, in base al solito copione ormai ben noto anche in Europa, l’ISIS ha rivendicato l’azione, affermando che è stata compiuta da tre suoi “soldati”; tuttavia, dopo un’altra manciata di ore, Hamas ha smentito l’ISIS e rivendicato l’attentato come roba sua. «Le affermazioni dell’ISIS sono un tentativo di confondere le acque. L’attacco è stato condotto da due palestinesi del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina e un membro della nostra organizzazione» ha dichiarato un portavoce di Hamas, corroborato poi da analoghe conferme del citato Fronte.

Bene, ora: è cosa ormai storicamente risaputa che la nostra società si poggia su meccanismi ideologici e politici alquanto manichei, per reggere i quali c’è sempre bisogno di una parte buona e di una controparte cattiva. Quest’ultima, col tempo, è stata sempre più “simbolicizzata” e “dematerializzata” al fine di andare il più possibile oltre la sua effettiva consistenza e creare l’effigie di un “nemico” che fosse il più possibile pauroso e agghiacciante. Basta pensare a ciò che ha rappresentato per buona parte del secondo Novecento il comunismo di stampo sovietico – e, di contro, dell’imperialismo a guida americana -, oppure, più recentemente, Al Qaeda e ora, appunto, l’ISIS. “Nemici” terrificanti tanto quanto assolutamente funzionali ai sistemi di potere del nostro mondo occidentale, grazie ai quali giustificare azioni straordinarie – guerre, relativi stanziamenti economici, stati di emergenza, legislazioni particolari, restrizioni delle libertà personali, eccetera – inesorabilmente sostenute da battage mediatici a dir poco martellanti con cui convincere i cittadini della pericolosità di quei nemici nonché la conseguente paura: una “strategia” che venne in qualche modo “istituzionalizzata” dalle presidenze USA di George W. Bush post 11 settembre 2001. Strategia invero estremamente semplice: più la gente comune ha paura, più chiede alle autorità di essere protetta, quindi più è portata ad accettare e giustificare azioni straordinarie per la sua (presunta) protezione – o, meglio, al fine di sentirsi protetta: in fondo, paradossalmente, pure qui non conta più la realtà effettiva delle cose ma la sua immagine percepita (e funzionalmente costruita).

Con l’ascesa nella considerazione delle cronache quotidiane dell’ISIS, questo modus operandi mediatico è divenuto ancora più evidente. Sia chiaro, a scanso di qualsiasi equivoco: non è in discussione la pericolosità dei terroristi che si rifanno al sedicente stato islamico e la necessità di eliminare tale fenomeno estremistico di stampo integralista al più presto e in modo assai drastico. Tuttavia ho da tempo l’impressione che l’azione dei media, e la loro tambureggiante diffusione dell’effigie-ISIS quale “male assoluto” di cui non si può non avere paura, abbia alla fine ottenuto un effetto contrario rispetto a quello fatto credere, ovvero l’ingigantimento del “fenomeno ISIS” ben più della sua portata effettiva. Il che ha peraltro fornito una propaganda ai miliziani del sedicente stato islamico tanto insperata quanto comoda: basta fomentare qualche povero idiota che forse fino a qualche giorno prima nemmeno sapeva cosa fosse realmente, l’ISIS, mandarlo al massacro (suo e di tanti poveri innocenti) e poi diffondere una bella rivendicazione, subito ripresa e diffusa con il massimo clamore dai media – nemmeno fossero agenzie di stampa sussidiarie dell’organizzazione terroristica, dacché loro malgrado così si riducono a essere. C’è un esercito di terroristi in azione? Non esattamente: c’è, nella maggior parte dei casi, una banda di disperati senza nulla da perdere a cui i media offrono una buona scusa per uscire di testa del tutto, e un manipolo di folli a cui basta scrivere una mail con una bandiera nera nell’intestazione per ottenere risultati che altrimenti non potrebbe mai conseguire, “appoggiata” in ciò da media e politici che sulle fobie diffuse poggiano la propria propaganda, Bush Jr. docet . Il tutto senza tuttavia fornire uno straccio di soluzione alla questione, badate bene, e per di più intralciando non poco il lavoro di forze dell’ordine e intelligence impegnati nelle indagini e nelle azioni preventive.

Voglio porvi qualche provocatoria domanda, a tal punto: ma – al di là del sedicente califfato piazzatosi tra Siria e Iraq (nato poi chissà per quali oscuri motivi) e ormai sconfitto – l’ISIS esiste veramente? E i “terroristi” che agiscono in Occidente sono veramente suoi “miliziani”? Inoltre: e se buona parte della portata e della fama del fenomeno ISIS fosse generata da una “informazione” del tutto sbagliata da parte dei media e dalla propaganda dei politici – sia quelli che si vogliono far eleggere spacciandosi come “difensori” della nostra società, sia da quelli già eletti che con la buona scusa della “guerra al terrorismo” possono permettersi iniziative amministrative e legislative altrimenti ingiustificabili? Ovvero: e se di ISIS si parlasse molto meno, con toni meno urlati e con maggiore cognizione di causa, eliminando così la sua arma in fondo più importante cioè quella del terrore diffuso?

Per una significativa coincidenza (ma forse non così tale, in effetti), ieri anche Carlo Rovelli ha scritto un articolo sul tema pubblicato dal Corriere della Sera che in buona sostanza afferma ciò che ho scritto lì sopra.
In particolare Rovelli dice:

La realtà non è che politici, giornali e televisioni dedichino grande spazio al terrorismo perché questo ci inquieta personalmente; è il contrario: sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione. In fondo, i morti per terrorismo sono notizia non perché siano comuni, ma perché sono rari. Dove i morti sono tanti, non fanno più notizia. Il risultato è paradossale: molti di noi hanno paura ad andare a Parigi perché temono una bomba, quando in Francia finiscono all’ospedale per lesioni gravi moltissime più persone morse da grossi cani che per bombe. Abbiamo paura ad andare a Londra temendo attentati, senza renderci conto che per un europeo a Londra il rischio di essere investito per aver guardato dalla parte sbagliata attraversando la strada è enormemente maggiore del rischio di trovarsi in un attentato. Ci sono stati negli ultimi anni mediamente dieci volte più morti per incidenti stradali che per terrorismo, a Londra. Questa diffusa percezione così esageratamente distorta del pericolo indica, io credo, che qualcosa nella comunicazione non è corretto. Finisce per fare danni anche la sola paura, come è successo a Torino. Credo allora che esista una ricetta semplice per sconfiggere il terrorismo: smorzare la parossistica reazione che gli accordiamo.

E aggiunge poco più avanti:

Vorrei che le persone ragionevoli sapessero vedere questo gioco di tanti politici, e sapessero dare fiducia invece ai politici seri che sanno pensare al bene comune e non usano paroloni sul terrorismo per farsi belli. Dichiarazioni altisonanti che la nostra intera civiltà è sotto attacco, che noi non cederemo, che non ci faremo piegare, e simili, non significano nulla, se non dare immenso peso politico a dei piccoli assassini.

Ecco, proprio così. Come Rovelli, anch’io dico che non bisogna affatto sottovalutare la questione ISIS/terrorismo e anzi, ripeto, risolverla drasticamente, ma non dobbiamo nemmeno fornire adeguati strumenti alla sua propaganda e una sostanziale bieca alleanza mediatico-politica! Inoltre, anche a me piacerebbe molto che la stessa urlata enfasi con cui i media parlano di ISIS venisse adoperata per fenomeni che, a me personalmente, fanno pure più paura nel principio, come la questione femminicidi, per dirne una. Che è un’altra cosa, lo so bene, ma che alla fine provoca lo stesso terribile risultato, la morte di persone innocenti. Una morte – tante morti, ahinoi – che, a quanto pare, non è funzionale a nessuna ideologia populista ovvero ad alcuna propaganda elettorale.

P.S.: in fondo, già nel novembre 2015 il magazine Controverso sosteneva cose simili a quanto avete letto fino a questo punto – o meglio, le sosteneva citando un illuminante testo di Waleed Ali, giornalista e presentatore televisivo australiano del canale Network Ten. QUI trovate tale articolo, significativamente intitolato “ISIS è debole”, da leggere e meditare senza alcun dubbio.

Se questo è un editore…

E io, che sono il solito ingenuotto, quando vedo ‘ste cose penso sempre che sia un fake, dacché così di primo acchito mi sembra fin troppo grossa che una delle più “prestigiose” case editrici italiane metta sugli scaffali libri fondamentali, in senso letterario tanto quanto in senso storico-culturale, che se ne compri almeno due ricevi in regalo un telo mare.

Un telo mare, già.

Invece no, tutto vero. L’Einaudi targata Mondazzoli lo ha fatto, conseguendo così un nuovo e “prestigioso” (aggettivo con la stessa accezione del precedente, ovvio) record nell’affollata competizione a chi raschia di più e “meglio” il fondo del barile dell’editoria nostrana. Anche se – ci tiene a precisarlo, l’Einaudi – è “Un telo mare, del valore di 18 euro”: cioè, ha più valore di un singolo libro, eh! Mica roba da poco!

Beh, vista la stagione e le imminenti vacanze, non ci si può che “rallegrare”: ormai è chiaro che dalle nostre parti “Con la cultura non si mangia” (cit.), ma almeno si può prendere la tintarella. Attività che, a quanto rivelano le statistiche sullo stato della lettura nel nostro paese, è ben più gradita da tanti rispetto alla lettura di un capolavoro della letteratura.

P.S.: ma poi voi credete che “promozioni” del genere contribuiscano a vendere più libri e a creare più lettori? Io no. Anzi, credo che ottengano l’effetto opposto.

2 giugno

Tra il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani votarono per scegliere la forma istituzionale dello Stato tra repubblica e monarchia, dopo la fine del regime fascista a lungo appoggiato dalla famiglia regnante. I risultati ufficiali del relativo referendum, che per la prima volta nella storia italiana avvenne a suffragio universale, furono annunciati il 18 giugno 1946: 12.718.641 di italiani avevano votato a favore della repubblica, 10.718.502 a favore della monarchia e 1.498.136 avevano votato scheda bianca o nulla.
Nel Nord Italia la repubblica vinse in quasi tutti i centri urbani principali, mentre al sud il voto fu quasi ovunque prevalente per la monarchia (a Napoli 900 mila voti per la monarchia contro neppure 250 mila per la repubblica; a Palermo quasi 600 mila contro 380 mila); a Roma i voti per la monarchia furono più di quelli per la repubblica, di poco (circa 30 mila schede).
Dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un Sud monarchico e un Nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Per le regioni del Sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto “Regno del Sud”. Per contro, il Nord dovette vivere quasi due anni di occupazione nazista e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l’insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (Partito comunista, Partito socialista, Movimento di Giustizia e Libertà).

Insomma: con un po’ di sano cinismo geopolitico si potrebbe dire che anche in quell’occasione l’Italia si palesò, sostanzialmente, come un’espressione geografica più che un’autentica nazione basata su ideali condivisi – quasi esattamente 100 anni dopo che il Metternich lo notò. Forse fu solo il frutto del più libero e democratico risultato statistico, forse invece fu veramente l’ennesima prova, in salsa “istituzional-referendaria” di quanto sopra. E da allora ne stiamo pagando le conseguenze.

(Informazioni e dati tratti da qui e da qui.)

Paolo Rumiz, “Trans Europa Express”

Quello della “frontiera” è un concetto, e una relativa realtà, che nel mondo contemporaneo abbiamo ormai assimilato come ordinario quando non “giusto” ovvero necessario, al fine di sancire dominanze territoriali, politiche, ideologiche, culturali nonché, in maniera nemmeno così indiretta, per delineare l’identità (in varie accezioni del termine, sovente non troppo comprese) dalla quale ci facciamo rappresentare. D’altro canto, la storia ci insegna che le frontiere da noi oggi riconosciute sono quasi sempre il frutto del volere di pochi potenti (non sempre rappresentanti in senso democratico i propri connazionali) ovvero di guerre a volte fratricide, mentre quasi mai lo sono della geografia sociale dei popoli – quella geografia sociale che il grande geografo francese Élisée Reclus rivelò come fondamentale nella generazione della struttura geopolitica del mondo moderno. Così, è successo ad esempio che territori come le catene montuose, da sempre oggetto di costanti scambi di persone e merci e di cerniera culturale e antropologica tra i diversi versanti, sono state rese muraglie politiche divisive naturali, al fine di rendere evidente quanto di più immateriale e imposto dall’alto vi sia – i confini e le frontiere, appunto. Il che, per conseguenza, ha diviso e contrapposto genti e culture della stessa comunità sociale, che per il volere di quel regnante o d’una scellerata guerra scatenata da altri si sono ritrovati di colpo, o quasi, in due stati diversi.
Questo discorso vale anche per la più evidente frontiera europea, in realtà il “non confine” in senso assoluto tra Europa occidentale e orientale: quello che ha percorso (nell’estate del 2008) Paolo Rumiz e poi narrato in Trans Europa Express (Feltrinelli, Milano, 2011). Dall’estremo Nord del Mare di Barents, tra Norvegia, Finlandia e Russia, fino al Mar Nero, tra ex repubbliche del Patto di Varsavia ora nella UE e Ucraina: quella che è stata la frontiera per tanti anni tra due concetti di “Europa”, due mondi contrapposti politicamente e militarmente, due ideologie, due visioni del mondo… (continua)

(Leggete la recensione completa di Trans Europa Express cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La “nave” dell’editoria italiana, e gli scogli sempre più vicini

Scrivo queste riflessioni a poche ore dalla chiusura di Tempo di Libri, la nuova fiera dell’editoria di Milano anti-Salone del Libro di Torino. Su di essa ho mantenuta ferma l’opinione personale formulata fin dall’inizio: una spacconata dell’AIE, alla quale non ho voluto partecipare. Tuttavia, tali riflessioni prescindono da come sia andato l’evento milanese e dalle testimonianze (piuttosto significative) degli amici che, da addetti ai lavori o da visitatori, vi sono stati.
Sono riflessioni, semmai, legate a ciò che si può effettivamente cogliere da una visione generale del comparto editoriale nazionale la quale, lo dico da subito (mi) regala sempre più panorami assai foschi, e senza che niente e nessuno riesca o sappia accendere una minima luce che li possa rischiarare. L’impressione personale, insomma, è quella di un comparto che, a fronte di una situazione del mercato dei libri sempre più “drammatica” – rimarcata per l’ennesima volta dall’ISTAT proprio durante Tempo di Libri, continui ad andare avanti come se nulla fosse, anzi, come se il mercato suddetto sia sempre più prospero. Al punto da creare due eventi fieristici del tutto simili l’uno all’altro a nemmeno un mese di distanza e in due città praticamente contigue, una delle quali un evento sui libri ce l’ha già: follia pura, e totale dissonanza cognitiva dalla situazione reale dell’editoria in Italia!
Ma questo sconcertante – e parecchio irritante, per lo scrivente – doppione fieristico non è che la più macroscopica prova di una sempre più sconcertante ottusità e cecità del comparto editoriale, che continua “allegramente” lungo la strada intrapresa anni fa verso la quantità al posto della qualità, verso la produzione continua di libroidi senza alcun valore letterario presentati come grandi successi ma che poi, puntualmente, si rivelano boomerang commerciali (e culturali), verso il folle meccanismo della sovrapproduzione di titoli e copie al fine di finanziare e tenere in piedi i bilanci aziendali – ma in realtà affossando sempre più le case editrici e allargando a dismisura i “buchi” dei suddetti bilanci (si veda al riguardo questo illuminante articolo di Antonio Tombolini), verso l’oligopolio dei canali distributivi (i quali ormai sono diventati i veri controllori del mercato, gusti del pubblico inclusi) e con la costante incuria nei confronti delle librerie, il cui valore culturale e sociale continua a non essere riconosciuto né tanto meno supportato – istituzionalmente o meno, come accade in altri paesi: Francia, ad esempio.
Nel frattempo, di azioni realmente efficaci, almeno in potenza, per cambiare le sorti del mercato editoriale che, di questo passo, paiono sempre più segnate, non se ne vedono. Si reclamano iniziative più di principio che di concretezza come la revisione della legge Levi – tanto, da che è stata varata, è stata pure puntualmente ignorata dalle grandi catene di distribuzione -, non ci si adopera per creare finalmente una rete che abbia forza “politica” contro la deriva “industrialistica” dei grandi editori, i quali sempre più trattano i libri come meri oggetti di consumo, non si mettono in atto azioni di promozione della lettura di sostanza più che di immagine, ad esempio riguardo le scuole: è inutile portare in “gita” le scolaresche nelle grandi fiere del libro, sono semmai i libri – e tutto ciò di affine a loro, scrittori compresi – che devono entrare nelle scuole!
Sono troppo pessimista, dite voi? Può essere… spero di esserlo, sul serio. Ma da un comparto editoriale che per contrastare l’ormai cronica emorragia di lettori (il che significa inevitabilmente emorragia di cultura diffusa, lo ricordo sempre!) si mette a litigare a colpi di fiere-fotocopia per mostrarsi più bello e più bravo dell’evento concorrente, beh, in tutta sincerità, non mi aspetto nulla di buono, ma proprio nulla. La verità è che sono tutti imbarcati – quelli dell’editoria italica, con poche eccezioni – su una nave piena di falle che si sta dirigendo su una rotta drammaticamente dritta e diretta verso gli scogli, ma tutti quanti guardano dall’altra parte quanto è bello il tramonto sul mare. O qualche anima pia che abbia veramente a cuore il futuro dei libri e della lettura si decide finalmente a mettere mano al timone e cambiare rotta al più presto, o per lo schianto finale è solo questione di tempo. Poco tempo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.