Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è probabilmente l’unica delle tante “giornate-per-qualcosa” a cui conferisco pieno valore. Perché ricorda qualcosa di veramente e drammaticamente fondamentale, per la storia di noi come “civiltà umana” (o di inciviltà, se vista all’opposto) e perché contribuisce a tenere in costante evidenza l’importanza della memoria come dote umana altrettanto fondamentale ovvero – anche in tal caso se vista la questione dalla parte opposta – il dramma di non avere memoria della storia e del passato.

A tal riguardo, come contributo sul tema e come testimonianza “non convenzionale” ma profondamente emblematica sulla giornata in questione e sul suo valore, voglio segnalare il progetto-denuncia messo in atto lo scorso anno dallo scrittore satirico israeliano Shahak Shapira, berlinese d’adozione: Yolocaust, nome che deriva dalla crasi tra Holocaust e l’acronimo YOLO, ovvero “you only live once”, hashtag ricorrente nelle foto postate online, tra gente che si gode una bella situazione. Come si può leggere in questo ottimo articolo di Artribune, il progetto Yolocaust, col suo chiaro taglio educativo-morale tanto quanto sarcastico, punta a colpire chi non conosce il rispetto di certi luoghi sacri – come una chiesa, un cimitero o un ospedale – ma apre anche una doppia riflessione: sul ruolo delle immagini oggi, nel consueto mix di cinismo, ipertrofia tecnologica e vuota proliferazione, e su quello dell’arte pubblica (e non solo di quella aggiungo io) rispetto al tema della memoria, fra naturale calo emotivo, elaborazione e superamento del dramma, e una necessità di presa in cura, di custodia, di permanenza dell’exemplum. Quella in testa al post fa parte della serie di 12 immagini che ha composto il progetto; l’originale modificata da Shapira (scattata dai suoi protagonisti nel Memoriale della Shoah di Berlino, un luogo che chiunque nella vita dovrebbe visitare almeno una volta) la potete vedere qui sopra. Nell’articolo di Artribune potete vedere anche le altre immagini della serie.

La domanda che dunque sorge inesorabile, per l’ennesima volta, è: perché, noi uomini contemporanei, per di più (apparentemente) “ipertecnologici” e “superinformati”, non abbiamo memoria?

Racconta al proposito Alessandro Ghebreigziabiher in uno dei suoi spettacoli teatrali:

Il mio nome è memoria. Sono la vostra più preziosa amica. Sono la buca in cui non ricadere e la strada sbagliata da non imboccare la seconda volta. Posso essere la vostra più temibile nemica. Perché sono l’occhio che fotografa la vostra vergogna nel buio di una stanza.

Ecco, la verità, forse, non è che non abbiamo memoria o che ci dimentichiamo del passato: è che la ignoriamo. La memoria – e la storia da cui proviene e di cui in qualche modo diventa parte e rappresentazione – è sempre presente, permane sempre “visibile”, percepibile: se non la cogliamo è perché non vogliamo farlo, e non lo vogliamo fare, io temo, proprio per ciò che dice Ghebreigziabiher: perché troppo spesso nella memoria si conserva in modo inesorabile e indubitabile la vergogna del nostro agire. Quello che dichiariamo di non voler più far accadere ma del quale sappiamo – anche solo solo inconsciamente, temo – tutta la gravità, il che ci rende ad esso meschinamente sfuggenti e per questo, per drammatico paradosso, fautori del suo inevitabile ritorno.

In fondo, viene normalmente da associare il termine e il concetto di “memoria” al passato, ma credo sia parimenti associato al futuro e stavolta in modo niente affatto paradossale: perché la mancanza di memoria del passato facilmente (e drammaticamente) diventerà la preveggente visione del futuro. Un futuro nel quale torneranno gli errori già commessi, inesorabilmente, senza che ce ne renderemo nemmeno conto.

La “Topographie des Terrors” di Berlino e i conti con la storia della Germania (e non dell’Italia)

Se un giorno visiterete Berlino, o se ci siete già stati e vi manca quanto sto per dirvi, non potete esimervi dal visitare la Topographie des Terrors, il centro di documentazione sul terrore messo in atto e sui crimini perpetrati dalla dittatura nazista sorto proprio ove, dal 1933 al 1945, avevano sede i maggiori poteri politici e militari del nazismo, peraltro proprio di fronte a uno dei rari tratti del muro che divideva Berlino tra Ovest e Est rimasti in piedi (a sua volta altro storico esempio di follia criminale).
La visita della Topographie des Terrors (gratuita, chiaramente), con la sua esposizione interna oltre che esterna a ridosso delle rovine di quelle che erano le celle in cui la Gestapo rinchiudeva e torturava i prigionieri politici, è bellissima tanto quanto inquietante, sappiatelo, ma assolutamente necessaria, ancor più in questo nostro presente che per un drammatico paradosso pare aver già scordato la gran parte di quel periodo terrificante, preparandosi a commettere gli stessi spaventosi errori.

Ma un’altra cosa fondamentale va detta, riguardo la Topographie des Terrors: il centro dimostra come la Germania abbia saputo fare i conti con il proprio passato più oscuro (un passato di 70 anni fa, poi, mica di secoli addietro) e di averlo fatto con grande e schietto approfondimento, mettendosi di fronte allo specchio della storia, guardandosi dritto negli occhi per penetrare con lo sguardo fin nel più profondo del cuore e dell’animo e assolutamente togliendo di torno qualsiasi possibile scusante.
Un’azione culturale, politica, antropologia e sociologica fondamentale che, appunto, la Germania ha attuato e portato a compimento mentre l’Italia, con la sua coeva e altrettanto oscura storia, non ha mai veramente saputo compiere. Mai. Abbiamo preferito tralasciare, noi italiani, contando ingenuamente (ovvero stupidamente) che, come sovente accade, il tempo medicasse ogni ferita, ogni lacerazione anche ove incancrenita e non intuendo invece che “lesioni” del genere non guariscono affatto, nel giro di solo qualche decennio.

Posto ciò, non c’è affatto da sorprendersi nel leggere i dati che sanciscono l’Italia come uno dei paesi più xenofobi d’Europa, con percentuali quasi triple rispetto proprio alla Germania (cliccate sui link per accedere alle fonti dei dati suddetti). Posto ciò, non c’è ugualmente da stupirsi se la gran parte del dibattito politico, ideologico e a volte pure culturale presente nell’opinione pubblica italiana è quasi sempre basato sullo scontro e sulla più prepotente discriminazione vicendevole delle idee e quasi mai sul dialogo, sul confronto, sulla civiltà che un paese avanzato dovrebbe dimostrare di default. Di conseguenza, non è per un mero caso se la Germania, oggi e nonostante il suo terribile passato, possieda una società realmente civile, ovvero un senso di comunità nazionale, pur con tutti i distinguo del caso, che l’Italia mai ha avuto e tanto meno nel presente. Per di più con una sorte futura pressoché segnata dacché, posta tale italica situazione, ben difficilmente essa potrà migliorare. La memoria, una volta cancellata, non la si recupera più.

P.S.: cliccate sulle immagini per visitare il sito della Topographie des Terrors (in tedesco e inglese).

Il Giorno della Memoria (giusta)

Pochi anni infatti ci separano dal più orribile crimine di massa che la storia moderna debba registrare: un crimine commesso non da una banda di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione potente. Il destino dei sopravvissuti alle persecuzioni tedesche ricorda e testimonia fino a che punto sia decaduta la coscienza morale dell’umanità.

Albert Einstein

Un disegno della pittrice ceca Helga Weissova, nata a Praga nel 1929. Internata nel ghetto di Terezin poco dopo il suo dodicesimo compleanno, Weissova vi rimarrà per quasi tre anni, per poi venire deportata ad Auschwitz, Freiburg e Mauthausen. Verrà liberata da soldati americani il 5 maggio del 1945.
Un disegno della pittrice ceca Helga Weissova, nata a Praga nel 1929. Internata nel ghetto di Terezin poco dopo il suo dodicesimo compleanno, Weissova vi rimarrà per quasi tre anni, per poi venire deportata ad Auschwitz, Freiburg e Mauthausen. Verrà liberata da soldati americani il 5 maggio del 1945.

Come acutamente afferma qualcuno (Andrea Coccia su Linkiesta, ad esempio), forse da tempo lo stiamo celebrando in modo errato, il Giorno della Memoria: perché ricordiamo la tragedia delle vittime dell’Olocausto, ma almeno allo stesso modo, se non ancor più, dovremmo ricordare – bene, molto bene – l’infamia dei carnefici. Che sono stati i nazisti, in primis, ma non solo loro, non soltanto la loro “cultura”, la loro follia assolutista. Se è accaduta una tragedia tanto spaventosa come la Shoah nel cuore della civiltà più progredita del mondo, dovremmo farci qualche domanda e finalmente, dopo 72 anni ovvero prima che veramente il più terribile oblio cancelli ogni cosa dalla mente delle persone, dovremmo pure darci qualche risposta. Sperando di esserne in grado: viceversa, vorrà dire che la decadenza della coscienza morale dell’umanità indicata da Einstein sarà continuata e alquanto peggiorata, lungo questi 72 anni.