Dalla parte di Jekyll, o della buona destra

Posto che possa avere ancora senso, oggi, un dibattito politico polarizzato da due schieramenti, uno di “destra” e uno di “sinistra”, è del tutto evidente che la destra, quella autentica e autorevole nel suo essere tale, è di nuovo in balia di figure pseudo-politiche che la stanno soffocando e distruggendo attraverso una sconcertante ricaduta in forme (non) ideologiche degradate e troglodite, delle quali il sovranismo di matrice neofascista, xenofobo, razzista, antidemocratico, illiberale, che con la sua propaganda vergognosa coltiva e poi pesca nella parte peggiore dell’animo di certi individui privi di cultura civica (ma anche in senso generale). Dunque, posta una tale evidenza, che in Italia ha preso soprattutto le orride sembianze della Lega di Sal**ni, un libro come Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, il nuovo saggio di Filippo Rossi edito da Marsilio, risulta assolutamente necessario, anzi, vitale per il futuro dello schieramento di destra.

Perché alla domanda che viene posta nella presentazione del volume, se esista ancora una destra che non vuole arrendersi a Sal**ni, laica, realista, autorevole ma non autoritaria, capace di dare risposte alle sfide della modernità, Filippo Rossi non solo esiste, ma è in grande fermento. Solo che, ribadisco, viene soffocata da schieramenti e personaggi che di destra non sono affatto, ma bieche e pericolose pantomime fascistoidi del pensiero di destra, distorto e deviato verso forme indegne e inaccettabili in qualsiasi paese civile e avanzato – forme peraltro meramente propagandistiche e totalmente vuote di sostanza politica – per mere ragioni di tornaconto elettorale e interessi di “clan”.

Del libro di Rossi ne parla “Il Post” (un media certo non gentile con quella che oggi si definisce “destra”) qui, che cita alcune parti del libro le quali a loro volta, in un passaggio illuminante, citano le parole di un grande intellettuale di destra come Mario Vargas Llosa, quanto mai esemplari ed efficace nella descrizione che offrono: «Dobbiamo affrontare i Matteo Salvini dei nostri giorni con la convinzione che non sono altro che il prolungamento di una tradizione oscurantista che ha riempito di sangue e cadaveri la storia dell’Occidente e sono stati il nemico più acerrimo della cultura della libertà, dei diritti umani, della democrazia». Uomo dalle scorciatoie propagandistiche, dalle semplificazioni dozzinali, dalla giustizia sommaria e tribale, dagli slogan turpi e immondi, Salvini è quindi – bisogna essere sinceri – l’ennesimo erede di una «tradizione» sin troppo antica, di manganello e olio di ricino, di violenza reale e virtuale, di totalitarismo più o meno soft. Che pretende di urlare anche quando è doveroso parlare sottovoce, con discrezione, con umiltà, con signorilità.» Un personaggio, e gli altri come lui, che in verità è (cito ancora dall’articolo de “Il Post”)  «un traditore della civiltà italiana, capace di accogliere, aprirsi, vivere. È traditore degli eroi italiani, di chi è morto per costruire una nazione nata dalla poesia. È traditore dei valori di umanità che impongono di salvare vite umane prima di ogni altra cosa. È traditore di una destra che vorrebbe essere giusta e rigorosa, che sa benissimo che salvare tutti non significa accogliere tutti.»

Filippo Rossi
In effetti, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra è un testo di grande valore per molti motivi ma soprattutto, io credo, per uno fondamentale: perché non è certo la sinistra (che di problemi e ipocrisie a sua volta ne ha a vagonate) a dover combattere la non destra indegnamente deviata di Sal**ni e cosi, ma lo deve fare proprio la destra, la vera destra, quella che ha realmente a cuore sé stessa, il suo futuro e quello della società e del paese che vuole rappresentare. Altrimenti la sorte è inesorabilmente segnata: il trogloditismo politico salvinista e della pseudo-destra in voga oggi distruggerà in primis se stessa e subito dopo l’intero paese con la sua società.
È bene invece che distrugga solo se stessa – come accadrà, garantito. Ma se dall’implosione la destra vera saprà restarsene al di fuori, ben lontana e già con lo sguardo rivolto al futuro politico e culturale della propria storia, ne trarrà sicuro giovamento e, con essa, l’intero ambito politico, sinistra inclusa.

Lo leggerò presto, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, credo proprio sarà una lettura interessante e, appunto, necessaria.

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Viva Carl Spitteler!

Nel mentre che l’Accademia di Svezia annuncia(va) i vincitori del Premio Nobel per la Letteratura 2018 e 2019, Olga Tokarczuk e Peter Handke, la Svizzera ricorda(va) l’unico suo autore che abbia vinto il Nobel per la Letteratura, Carl Spitteler, nel 1919 – lo fa infatti anche per via del centenario da quell’evento.

La cosa mi interessa particolarmente dacché di Spitteler, lucernese d’adozione (un po’ come me, se così posso dire), solo negli ultimi tempi rivalutato anche in patria come autore letterario – semmai ben più celebre per il suo Discorso sulla neutralità – ma quasi sconosciuto in Italia, ho letto di recente il suo Il Gottardo, opera bellissima pubblicata dall’editore ticinese Dadò della quale, sfruttando tale occasione, vi ripropongo qui le mie impressioni di lettura.
Peraltro, sempre in occasione del centenario, l’altro principale editore ticinese, Casagrande, ripubblica il Discorso sulla neutralità in un volume che contiene le riflessioni al riguardo di numerose autrici e autori elvetici riguardo un testo di grande valore politico e culturale anche al di fuori del contesto svizzero (anzi, forse soprattutto al di fuori), per certi versi profetico, la cui lettura risulta per questo attualissima e illuminante.
Cliccate sulla copertina qui sopra per saperne di più.
Insomma: viva Carl Spitteler!

Dal nuovo libro

Cammino per la città a caso – smarrirsi è comunque impossibile, i punti di riferimento riconoscibili sono innumerevoli e ben visibili da qualsiasi parte della città – le guglie più alte delle chiese, ad esempio, oppure il mare, indicatore inequivocabile del Nord, qui. Di contro, motivi per tentare un piacevole smarrimento, pure intenso, la città ne offre a iosa: vicoli stretti e tortuosi che sovente paiono ciechi e invece trovano inopinate scappatoie entro pertugi ancor più angusti, slarghi e piazzette improvvise e impreviste, cortili interni entro archi ombrosi nei quali il tempo pare fermo a decenni addietro, rientranze tra palazzi e mura con piccoli portoni che farebbero pensare a chissà quali passaggi e percorsi segreti, oltre a minuscoli locali che mai hanno visto turisti varcare gli anonimi ingressi, bizzarre vetrine-discariche di oggettistica di era sovietica al servizio di negozi chissà quando aperti, fenomenali angoli nei quali in pochi decimetri quadri s’ammassano dettagli che incrociano storie distese su cinque secoli o forse più. E ingressi, e porte e portoni e cancelli e finestre a gogò entro le quali sbirciare, come per rubare un istante, un frammento o una rivelazione della reale vita di chi abita qui, della vita vera che altrimenti i residenti mai ti rivelerebbero, per propria riservatezza, per riserbo o per riguardo o perché semplicemente non gli va. Il tutto da scoprire per caso, e per questo da cui farsi genuinamente sorprendere, stupire o inquietare oppure allietare se non strabiliare se è il caso, appunto, camminando senza meta ovvero inseguendo infinite mete, ognuna delle quali è tale e dunque arrivo e immediata ripartenza verso la prossima – e quale sarà, la prossima? Lo stabilirà il Caso. Tutto torna, in questo modo, e ciò anche in senso lato, viaggiando per la città ovvero tornando continuamente ad essa anche senza mai lasciarla, tornando alla sua anima urbana particolare e unica in un costante processo di scoperta e riscoperta via via sempre più approfondita.

Sì, è un altro estratto del mio nuovo libro, in uscita a breve e del quale vi ho fornito nei giorni scorsi qualche altro brano e alcuni indizi fotografici riguardo il luogo che ne ospita la storia, da qui all’indietro. Se avete indovinato di che città si tratta, bravi! Altrimenti, nessun problema: manca ormai poco alla pubblicazione del libro e ogni “enigma”, così come la sua storia particolare e per certi versi metaletteraria – per come misceli strettamente realtà e fantasia ma una “fantasia” assolutamente reale e una realtà che, grazie alla città stessa, diventa per molti aspetti “fantastica” – sarà svelato!

Inutile rimarcare che a breve ne saprete ancora di più, qui sul blog. Stay in touch! – anzi, meglio: hoiame ühendust!

Luciano Bolzoni, “Carlo Mollino. Architetto”

«È forse meno difficile essere un genio che trovare chi sia capace di accorgersene.» Così ha scritto Ardengo Soffici nel 1915, nel suo Giornale di bordo, cogliendo una delle peculiarità da sempre fondamentali riguardo la genialità: l’essere sovente incompresa, considerata con sufficienza se non con malignità, scambiata per pazzia o, quando va bene, per stramberia. D’altro il genio è colui che è in grado di vedere attraverso lo spazio e il tempo con mille occhi e verso mille direzioni, ma quasi mai in quella verso cui la maggioranza guarda: ciò lo rende sfuggente – a volte suo malgrado e altre volte per una sorta di autodifesa, di istinto di sopravvivenza – nonché contrastato ovvero osteggiato, con malignità più o meno palese.

Tra i personaggi del Novecento italiano che meglio si riflettono in quanto ho appena scritto, e che può ben ambire a quell’enfatico tanto quanto impegnativo appellativo di “genio”, bisogna senza dubbio annoverare Carlo Mollino. Fotografo rinomatissimo, progettista poliedrico, docente universitario, designer, arredatore, sceneggiatore, e al contempo occultista, sciatore, aviatore, pilota automobilistico ma, ancor più – o forse soprattutto, ci sarebbe da dire – architetto, visionario ideatore di edifici sovente innovativi e iconici eppure non così di frequente ricordato per tale sua specializzazione accademica, “nascosta” dietro le più suggestive fotografie di nudi femminili o i suoi un tempo celeberrimi manuali di discesismo. Luciano Bolzoni, architetto a sua volta ma non solo per questo uno dei maggiori mollinisti – esperti di Mollino, intendo dire – in circolazione, interviene a risolvere tale mancanza culturale sulla figura del grande torinese con Carlo Mollino. Architetto (Silvana Editoriale, 2019) col quale l’autore mette finalmente in luce e in ordine la visione e la pratica architettonica di Mollino attraverso numerosi focus dedicati ai progetti più emblematici e ai concetti teorici (ma non solo) che vi stavano alla base, e sui quali si è formata una carriera per molti aspetti (positivi e negativi) originale e senza dubbio inimitabile []

(Leggete la recensione completa di Carlo Mollino. Architetto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Dal nuovo libro

Raekoja plats, a nemmeno 100 metri dalla sede dell’ambasciata italiana, è una di quelle piazze che non c’è bisogno di visitare. Intendo dire, che non si debba esplorare a destra e a manca come si potrebbe fare con altri slarghi urbani similari, posti più o meno in centro alle proprie città e dunque di esse rappresentanti il cuore, architettonico, monumentale, sociale, antropologico pure.
Monumentale in senso classico non lo è, a parte (ma poi nemmeno così tanto, in tema di dimensioni) per il Municipio, edificio che pare uscito da un romanzo fantasy bizzarramente utopico – anzi, eutopico, per citare il noto gioco di parole originato da Tommaso Moro nel suo (quasi) omonimo romanzo, il quale incrociò le simili ma non analoghe etimologie greche οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) per utopia, con il significato di “non-luogo” (ben diverso dall’accezione contemporanea teorizzata da Marc Augé) e εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”), per eutopia, che significa quindi “buon luogo”. Da cui si deriva che utopia ha il significato di “luogo bello ed irraggiungibile”, il che non può essere vero che per metà, tutt’al più, visto come dai selciati prospicienti il Municipio, ovvero da Raekoja plats, ci si finisca piuttosto inevitabilmente per passare, qualsiasi sia il peregrinare cittadino, qui.
Un edificio a metà tra un tipico palazzotto gotico teutonico e un astruso minareto, per via della sua esile torre che, si dice, venne realizzata proprio in base alle indicazioni di un viaggiatore locale appena tornato dall’Oriente, insomma. Per i restanti tre quarti della sua estensione più o meno trapezoidale, invece, Raekoja plats è contornata da edifici ordinariamente tipici e trasformati per la quasi totalità in ristoranti, a loro volta più o meno tipici, forse fin troppo turistici e quasi tutti eccessivamente cari per gli standard economici locali. Per questo, mi pare, la piazza non è di quelle da “visitare”, semmai c’è da mettersi più o meno nel suo centro e lì stare, osservando tutt’intorno la vita cittadina che scorre e fluisce, seppur piuttosto disturbata dai frangenti turistici.
Ma è bello starsene nel centro del centro della città – dacché se la parte vecchia sulla collina ne è il cuore, qui sono nel suo plesso solare, quello che le discipline orientali individuano come la sede di ciò che comunemente si definisce ego, cioè la percezione che abbiamo di noi stessi. Stando qui, posso percepire l’ego della città, ecco. E’ il centro spaziale ovvero geografico (abbastanza preciso) dunque bari-centro urbano ma anche centro temporale, centro storico – non solo nel senso di “antico” -, centro sociale e sociologico, centro vitale. Ho persino ipotizzato di starmene qui per una giornata intera, supponendo (ingenuamente, certo, non sfuggo da ciò e nemmeno voglio) che in questo centro cittadino “assoluto” inevitabilmente – anche solo per pura statistica – tutta la città prima o poi deve passare.
Per tale motivo, ma in fondo non solo per esso, me ne sto qui, più o meno nel centro della piazza, appunto, a guardarmi intorno, come se ne fossi il fulcro, il perno sul quale la piazza e la città tutt’intorno ruoti. Osservo ogni cosa: i profili dei tetti delle case che la contornano, il baluginio della luce sui vetri delle finestre, le insegne dei locali, la trama del selciato pietroso, le persone che transitano, le loro traiettorie random cercandovi algoritmi di moto, le loro movenze, espressioni, sguardi, atteggiamenti. Gioco con lo sguardo, ridefinisco ad ogni istante la dimensionalità esteriore del luogo e parimenti quella interiore, che mi si genera dentro in modo da rendere percepibile e comprensibile la mia presenza in essa.
Mi sembra di intuire che veramente il luogo sia eutopico: buono, gradevole e gradito, ameno, accogliente, rasserenante. Non giungo fino a pensare che sia questo l’ego autentico cittadino, tuttavia mi pare di capire che queste siano le peculiarità primarie della sua anima, almeno ora – ma non solo: in fondo c’è pure molto della sua pelle, della sua fisicità più concreta e pratica. L’edificio storico, le case tipiche tutt’intorno, i ristoranti che offrono cucina estone ma pure pizze o altro di meno locale e laggiù anche quello russo, a rivendicare orgoglioso la propria presenza, lo spandersi dei tavoli sul perimetro della piazza ad uso e consumo del turismo più ordinario, i soliti artisti di strada, l’altrettanto solita e turistica carrozza d’epoca trainata dai cavalli, un mendicante del tutto dignitoso. La storia passata, quella più recente e quella contemporanea, il turismo quale motore economico ormai fondamentale, i luoghi comuni e le mai del tutto celabili problematicità. Ma devo ammettere che il tutto è, per così dire, armonizzato, non stridente, plastico. Eutopico dacché eufonico. Almeno per chi si ritrovi a vivere la città nel modo in cui io la sto vivendo, almeno per chi di essa voglia cogliere gli aspetti più evidentemente identificanti ed edificanti – sarà perché sono qui per qualcosa di totalmente edificante per me, se s’avverasse.

Esatto, è un altro estratto del mio nuovo libro, in uscita a breve e del quale vi ho fornito nei giorni scorsi qualche altro brano e alcuni indizi fotografici riguardo il luogo che ne ospita la storia, da qui all’indietro. Peraltro in questo estratto c’è un indizio che vi renderà molto semplice intuire di che città si tratti!

Sì, è ancora una città la protagonista non solo scenografica del libro, che infatti coglie lo spunto e il mood narrativo di Lucerna, il cuore della Svizzera e lo sviluppa in una forma all’apparenza somigliante ma in effetti diversa nella sostanza, attraverso una storia che miscela strettamente realtà e fantasia – ma una “fantasia” assolutamente reale e una realtà che, grazie alla città stessa, diventa per molti aspetti “fantastica”.

Insomma: non manca molto, a breve il libro sarà pubblicato e, comunque, nei prossimi giorni ve ne parlerò ancora, qui sul blog.