Franco Brevini, “Simboli della montagna”

Puntualmente ogni anno, in vista della bella stagione ovvero del periodo più classicamente deputato alle vacanze, sui media compaiono quei soliti sondaggi coi quali si chiede se sia il mare o la montagna la propria meta vacanziera preferita. Se a quelli che rispondono di preferire la montagna si chiede anche un motivo per tale scelta, facilmente in molti citano la bellezza del paesaggio montano, con tutti gli annessi e connessi. Risposta del tutto giustificata e condivisibile, d’altro canto; tuttavia, al riguardo, non si può non osservare che il concetto di “paesaggio” è in realtà travisato dai più, che con tale termine vogliono in realtà intendere le forme del territorio (ovvero la materialità di esso) e le loro peculiarità “di superficie” – vette innevate, boschi maestosi, laghi, cascate, eccetera – mentre il “vero” paesaggio è la concezione (immateriale, dunque) che in noi si genera del territorio che osserviamo, basata sul proprio bagaglio socioculturale, intellettivo, emozionale e percettivo, semmai mediato sui canoni estetici (principalmente, ma non solo) conformatisi nel tempo e condivisi. Tali canoni formano dunque un immaginario collettivo che finisce per determinare poi la percezione generale di ciò a cui si riferiscono, diventando esso stesso riferimento, “regola” e memoria.
In tema di montagna, l’immaginario collettivo di riferimento è piuttosto recente, costituitosi sostanzialmente dall’Ottocento in poi ovvero quando nacque l’alpinismo e, al seguito, il turismo. Buona parte di questo immaginario montano, paradossalmente, si formò ed è conformato tuttora su stilemi concepiti lontano dalle montagne, spesso in città, dacché per lungo tempo quei turisti che vagabondavano per le Terre Alte – le Alpi soprattutto – erano cittadini benestanti nordeuropei, che si potevano permettere viaggi della durata di qualche mese con i quali “scoprire” (e inventare, appunto) il paesaggio montano. Ai montanari, invece, l’elemento estetico (ovvero ricreativo, sportivo o scientifico) delle loro montagna non interessava per nulla: non esisteva nemmeno un concetto di “bellezza” dei territori in quota (quindi nemmeno di “paesaggio”), che dovevano soltanto essere funzionali alla sussistenza di quei montanari.
Ma oggi, a poco più di duecento anni dalla “scoperta” delle Alpi e dalla generazione del relativo immaginario collettivo, possono essere individuati dei simboli che, a loro volta, sappiano identificare in maniera tanto materiale quanto immateriale ovvero concreta e inequivocabile la montagna? È questa, in buona sostanza, la domanda che si è posto Franco Brevini, e la risposta – anzi, le risposte, sono nella dissertazione che compone Simboli della montagna (Il Mulino, 2017), ultimo lavoro saggistico prodotto dal professore milanese. Sì, è possibile identificare alcuni simboli montani “assoluti”, fondanti il suddetto immaginario collettivo e profondamente integrati nell’excursus storico e sociologico relativo al punto che – come si dice – “basta la parola” sì che subito chiunque inevitabilmente pensi alla montagna, alle terre alte, alle vette e al loro paesaggio []

Franco Brevini

(Leggete la recensione completa di Simboli della Montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

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Su OROBIE di ottobre la storia e il fascino dell’ex Grande Albergo del Pertüs

[…] Nonostante la sua ubicazione alpestre, fin dalla sua prima apertura il Grande Albergo Pertüs si contraddistinse per il notevole lusso e l’elevato livello di servizi e comfort disponibili, venendo a lungo annoverato tra i migliori hotel della bergamasca. Aperto tutto l’anno, anche durante inverni particolarmente nevosi (come quello del 1911, con due metri e mezzo di neve al suolo), l’albergo era dotato di trentotto camere da letto, un bagno, diversi gabinetti all’inglese, una sala da pranzo, un bar con macchina per il caffè espresso (una rarità, allora), tre salotti con pregiati divani, una grande cucina, una grande veranda, un ampio locale per coloro che volevano mangiare al sacco oltre a cantine, magazzini, lavanderie con caldaie asciuga panni e bollitori per la sterilizzazione, stirerie con ferri da stiro e una splendida ghiacciaia. Inoltre c’erano già, a inizio Novecento, la corrente elettrica, il telefono (con numero “3”!) e l’acqua corrente potabile, garantita da sorgenti locali dotate di pompe che alimentavano le cisterne sotterranee e i due serbatoi posti sul tetto. Gli ospiti, i quali giungevano lassù a piedi o con il “servizio mulo” da Carenno, mangiavano con posate d’argento che avevano inciso sui manici il nome “Pertüs” e, a richiesta, la colazione veniva servita nelle camere. Quotidianamente pervenivano all’albergo il pane, alcuni viveri e i giornali, mentre al venerdì da Lecco giungeva il pesce fresco. Si poteva godere di quasi tutto ciò che l’epoca offriva, insomma, e un tale alto livello di servizi garantiva la presenza di una clientela benestante e colta composta da imprenditori brianzoli e milanesi (ma non mancavano bergamaschi, lecchesi, comaschi e villeggianti d’altre zone anche fuori Lombardia): vi soggiornavano nobili, avvocati, dottori, artisti tra i quali l’editore Dante Segati e il letterato Nicola Zingarelli, che nel 1922 pubblicò (proprio con Segati) la prima edizione del suo tutt’oggi celebre dizionario […]

Sul numero di ottobre 2018 della rivista OROBIE, che trovate nelle edicole in questi giorni, con un articolo corredato dalle belle foto di Pio Rota, vi racconto la storia di un luogo a dir poco affascinante: l’ex Grande Albergo del Pertüs, posto a 1183 m di quota nelle vicinanze dell’omonimo valico tra la dorsale dell’Albenza e le propaggini meridionali del gruppo del Resegone. Un tempo tra i primi e più lussuosi hotel di montagna delle Alpi lombarde, oggi presenza monumentale e silente cristallizzata in una suggestiva sospensione vitale, per certi aspetti stridente rispetto alla sua imponenza e all’ancora percepibile fastosità, forse melanconica eppure tutt’oggi capace di offrire narrazioni intriganti e sorprendenti.

Da leggere per conoscere il luogo e per lasciarsi ammaliare dalla sua bellezza: su OROBIE nr.337 – ottobre 2018, in tutte le edicole della Lombardia (e non solo).

Il grande Ettore Castiglioni e un “piccolissimo” sindaco

Mi ha lasciato a dir poco sconcertato la lettura della notizia che a Ruffré, in provincia di Trento, è stata negata la posa di un monumento commemorativo a Ettore Castiglioni, uno dei più grandi alpinisti italiani di sempre nonché personaggio di grandissime doti intellettive e umane, nativo proprio della piccola località trentina. Ciò perché Castiglioni, che durante la guerra fu sottotenente degli Alpini, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderì al movimento partigiano e contribuii attivamente a mettere in salvo centinaia di ebrei perseguitati dalle leggi razziali e di antifascisti (tra i quali il futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi), mentre il sindaco del suo paese natale, protagonista del diniego, è membro attivo di un gruppuscolo neofascista attivo in Trentino/Sud Tirolo. Questo è quanto.

Mi ha lasciato sconcertato, appunto, e disgustato, constatare che nella nostra società civile ci siano individui come siffatto sindaco (!), così palesemente al di fuori da qualsivoglia margine democratico e di libertà d’espressione, e così pervicacemente sguazzanti in un passato fatto di disgustoso fango (e magnanimamente scrivo “fango”, non altri termini più turpi che tuttavia sarebbe perfettamente giustificati) che rifiuta di vivere il presente rendendosi antitesi di qualsiasi futuro – un elemento che qualsiasi società realmente civile dovrebbe rigettare, non certo eleggere a cariche istituzionali. Ognuno può sostenere qualsivoglia ideologia politica, anche la più sovversiva, ma nessuno può farlo negando e infangando la storia attraverso atteggiamenti ipocriti, retrivi e anticulturali. La presenza di individui come il suddetto sindaco è innegabilmente d’intralcio a qualsiasi buon progresso della società di cui tutti facciamo parte e della civiltà che ne deve animare la vita quotidiana – al di là, ribadisco, di qualsiasi ideologia e posizione politica: siamo al di là di ciò, appunto, oltre ogni pensabile margine di tolleranza civica.

D’altro canto, una personalità così alta e luminosa come quella di Castiglioni non subisce certo la bieca meschinità di certi personaggi dalle azioni tanti significative circa la loro reale natura, della quale peraltro finiranno per soccombere inesorabilmente. Per Ettore Castiglioni, invece, continuano a parlare le grandi imprese alpinistiche e la sua esemplare avventura umana, eternate nella storia e nel tempo a beneficio degli spiriti più grandi e liberi.

P.S.: qui potete vedere il trailer del film Oltre il Confine – La Storia di Ettore Castiglioni. Cliccando sull’immagine in testa al post potrete invece leggere l’articolo di Andrea Tognina Ettore Castiglioni, un alpinista in cerca di libertà, uscito su swissinfo.ch

La vera rivoluzione

Si parla così spesso, un po’ ovunque oggi, di “cambiamento”, di “innovazione”, pure di “rivoluzione”. Ma non si potrà mai cambiare nulla finché il campo d’azione resterà sempre quello: varrà sempre il gattopardiano tutto cambi affinché nulla cambi, e quanto ritenuto “nuovo” non sarà altro che il vecchio visto da un’altra parte. Ovvero un mero plagio, come sostenne al riguardo Paul Gauguin.

Piuttosto, la vera rivoluzione non è quella che cambia le regole del gioco ma quella che cambia il gioco stesso. Altrimenti, qualsiasi preteso “cambiamento” non può che risultare una squallida e meschina pantomima.

(Immagina tratta dalla pagina facebook Humanity.)

Se l’uomo negli animali vede solo sé stesso (John Berger dixit)

Quando sono intenti a esaminare un uomo, gli occhi di un animale sono vigili e diffidenti. Quel medesimo animale può benissimo guardare nello stesso modo un’altra specie. Non riserva uno sguardo speciale all’uomo. Ma nessun’altra specie, a eccezione dell’uomo, riconoscerà come familiare lo sguardo dell’animale. Altri animali sono tenuti a distanza da quello sguardo. L’uomo diventa consapevole di se stesso nel ricambiarlo.

(John Berger, Perché guardiamo gli animali?, Il Saggiatore, 2016.)

Forse è anche per questo che nessun’altra specie come l’uomo ha sterminato così tante altre specie viventi: perché in esse ha sempre e solo visto sé stesso e i propri fini – di piacere, guadagno, interesse personale, vittoria, sopraffazione… – mai altre creature ugualmente vive e altrettanto intelligenti se non di più, solo in modo diverso, nonché con le quali rapportarsi in un rapporto biologico ed ecosistemico tanto naturale e necessario quanto incompreso o rinnegato. Ma è basta autoproclamarsi razza più intelligente sul pianeta per togliersi di mezzo anche questo “problema”.
Così, cito ancora John Berger, al riguardo:

“Gli animali stanno scomparendo ovunque. Negli zoo sono un monumento vivente alla loro stessa scomparsa. Così facendo, hanno provocato la loro ultima metafora.”