La Sardegna salverà la lettura (speriamo!)

Da tempo, nel mondo dei libri e della lettura italiano, la Sardegna si contraddistingue per la sua vitalità e per la resilienza, forzata ma qui sempre attiva e creativa, che la congiuntura del settore gioco forza impone. Basti pensare a Liberos, la sublime associazione culturale + circuito etico e solidale + comunità di lettori della quale ho più volte già scritto e che rappresenta un modello assolutamente virtuoso di promozione della lettura, di organizzazione di eventi correlati e di sostegno di qualsiasi soggetto che in un modo o nell’altro vi sia collegato.

Di recente un’altra realtà locale, l’AES – Associazione Editori Sardi, ha pubblicato un documento o manifesto sullo stato della lettura e dell’editoria in Sardegna che, nonostante la naturale “geolocalizzazione”, rappresenta un’analisi puntuale della situazione – inquietante, tanto per (non) cambiare – non solo in loco ma pure nel resto del paese, nel quale peraltro vengono presentate alcune proposte concrete per sostenere e rilanciare il settore che, di nuovo e al di là dei riferimenti alla realtà locale, appaiono interessanti per l’intero comprato nazionale. Le vedete elencate nell’estratto lì sopra, mentre il manifesto nella sua interezza è pubblicato qui sotto – non l’ho trovato in risoluzioni migliori, ma se ci cliccate sopra e lo ingrandite risulta comunque tranquillamente leggibile.

Ci si può e si deve ben riflettere sopra. Una volta ancora la Sardegna potrebbe indicare una via da seguire, se non risolutiva quanto meno efficacemente resilienzale. Anche perché, posto lo stato della realtà, non che ve ne siano molte altre, di strade da intraprendere per salvaguardare la lettura in Italia – o per “salvarla”, ormai.

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Il Manifesto della comunicazione non ostile

Non potevo non firmare pure io (qui) il Manifesto della comunicazione non ostile, un impegno di responsabilità condivisa per creare una Rete rispettosa e civile, che ci rappresenti e che ci faccia sentire in un luogo sicuro. Scritto e votato da una community di oltre 300 comunicatori, blogger e influencer, è una carta con 10 princìpi utili a ridefinire lo stile con cui stare in Rete.

Il Manifesto rappresenta forse una piccola, insignificante, inutile azione (se lo si vuole osservare e valutare nei soliti superficiali – e ipocriti, se posso dire – modi molto in uso, oggi): tuttavia, in questo mondo contemporaneo in costante, paradossale imbarbarimento, ogni minima cosa può (e deve) servire per cercare di contrastare una così letale deriva culturale. Altrimenti andrà sempre peggio, è bene finalmente rendersene conto e pensare alle eventuali tragiche conseguenze.

Il Manifesto lo leggete qui sotto (cliccateci sopra per un formato più grande oppure qui per la versione pdf) e, per saperne, di più potete visitare il sito web dedicato (e così conoscere anche le altre campagne passate e presenti al riguardo) cliccando qui.

L’appello a favore della cultura, e la pioggia nel deserto

L’appello ad una ben maggiore attenzione nei confronti della cultura da parte della politica, rivolto a questa da una nutrita schiera di intellettuali, artisti, studiosi, accademici ed esponenti vari del panorama culturale nazionale nell’imminenza del voto elettorale, mi dà l’impressione di un improvviso acquazzone in mezzo al deserto.

Ovvero, da un lato qualcosa di necessario, indispensabile, essenziale per un territorio tanto arido – culturalmente, e non solo – come purtroppo è quello italiano; dall’altro, un apporto di pioggia assolutamente vitale che tuttavia rischia di essere assorbito totalmente da un terreno, ribadisco, ormai inariditosi al punto da non saper trarre nulla o quasi di realmente rinvigorente, da una tale circostanza.

Sono pessimista, sì, perché ho la netta sensazione che le classi politiche e dirigenti italiane non da oggi ma da tempo abbiano scelto di mettere da parte la cultura, di relegarla in un angolo polveroso e buio quando non di ignorarla del tutto, inseguendo altri “valori” molto più materiali, biechi, assolutamente più degradanti ma in grado di conferire tornaconti particolari (ovvero a vantaggio dei singoli, non certo della collettività) nel breve periodo. Qualcosa, insomma, di totalmente antitetico a ciò che è la cultura, ma pure a ciò che è la civiltà.

Ben venga l’appello suddetto, anzi, sia lodato e glorificato in ogni modo. Ma che non resti un’iniziativa dettata dal momento elettorale, che l’appello diventi un’invocazione, una sollecitazione continua, un’esortazione costantemente reiterata e rivendicata. Come se quell’acquazzone estemporaneo potesse diventare un monsone, inondando quei territori al momento quasi del tutto desertici, rendendoli di nuovo culturalmente fertili, produttivi, vivi: e tutti noi che in qualche modo ci occupiamo di cultura dobbiamo essere “nuvole” cariche di siffatta indispensabile pioggia. È un dovere dalla cui messa in atto nessuno si può sentire sollevato. Perché – lo rimarca bene lo stesso appello – se la cultura è viva, vive anche la società e ugualmente è viva la civiltà. Il che in Italia, peraltro, significa pure fare “vivere” bene il PIL.

Sono considerazioni del tutto elementari, queste, di una logicità assoluta. Meno che per la politica italiana, temo, almeno per come ha agito fino a oggi.

P.S.: in ogni caso, come la penso sul tema lo scrissi pure qui – e ribadisco con crescente decisione quelle mie riflessioni.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere un articolo al riguardo tratto dall’Huffington Post.)

Il Salone del Libro di Torino oltre (Milano)

16864387_10209688990715683_7830528360242247946_nForse ho sbagliato a parlar male di quello che sarà il “salone del libro” di Milano – ovvero Tempo di Libri – e, soprattutto, di come è stato organizzato.

Già, perché probabilmente ci voleva la “spacconata” di Milano (e lo scrivo da lombardo, sia chiaro, dunque senza alcuna posizione campanilista sabauda, anzi!) per far sì che il Salone di Torino si ridestasse dal suo coma sempre più profondo e (si direbbe) tirasse finalmente fuori un evento dotato d’un qualche senso e relativa sostanza. E già la locandina di Gipi promette bene, direi.

Sperando ovviamente, di nuovo, che pure su Torino non mi stia sbagliando.

La famiglia è la prima scuola (di vita)

16602329_10210986601453526_8561585859859334220_oCredo non ci sia molto da aggiungere a quanto riportato nel “manifesto” di tal istituto scolastico portoghese, no?
Se non che sarebbe da stampare in volantini su carta indistruttibile e con inchiostro indelebile, da stampare in un numero di copie pari a… dunque, quante sono le famiglie italiane con figli che frequentano la scuola, di ogni ordine e grado?
Ecco.
E se a molte di esse non servirà leggerlo – fortunatamente – ai genitori di certe altre andrebbe invece marchiato a fuoco sulla fronte, così che si ritrovino a leggerlo ogni mattina, quando vanno nel bagno di casa per sistemarsi e uscire per portare i propri (sfortunati) figli a scuola.
Perché sì, senza alcun dubbio la scuola italiana è traboccante di problemi, propri e indotti da gestioni politiche indegne, ma la “famiglia media” pure di più, per molti versi.