Pochi passi per grandi viaggi

A volte si percorrono grandi distanze ma si fanno “piccoli” viaggi. A volte invece basta fare pochi passi per compiere viaggi e avventure incredibili, o per scoprire che di ciò che si credeva di conoscere in verità si conosce poco o nulla.

Per il viaggio autentico non serve tanto una meta, e non serve un modo di viaggiare più di altri: se è vero ciò che disse Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori», è perché è altrettanto vero che i viaggiatori sono il viaggio. Che questo sia lungo solo pochi passi oppure milioni di chilometri, che porti in capo al mondo o poco oltre l’uscio di casa: non è tanto che per viaggiare servano dei viaggiatori, semmai per un autentico viaggiatore serve un viaggio da fare. Qualsiasi esso sia, ovunque esso porti.

È ciò che rende un viaggio veramente autentico, più di ogni altra cosa.

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Jovanotti, Messner, Plan de Corones, e alcune domande che bisogna porsi

Occupandomi di frequente di progetti culturali riguardanti i territori di montagna, ho seguito con divertita curiosità la querelle tra Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, e Reinhold Messner in relazione al concerto che il primo terrà – salvo decisioni future – agli oltre 2200 metri di quota di Plan de Corones, in Sud Tirolo (qui, nel sito MountCity.it, trovate un buon riassunto della questione, con ulteriori approfondimenti.) Per lo stesso motivo suddetto, mi sono fatto una personale opinione in merito, che mi permetto di proporvi dacché, credo, mette in gioco un elemento che non mi pare sia stato presente del dibattito, almeno non in modo importante come ritengo possa essere.

L’elemento si chiama contestualizzazione. Ovvero: quella riguardante tali “grandi eventi” in quota non è tanto e non solo una questione di impatto e di sostenibilità ambientale, di salvaguardia dell’ambiente naturale, di rumore o di silenzio eccetera ma, io penso, di valutare se un certo “evento” (ovvero fatto, azione, intervento, attività, progetto…) sia contestuale al luogo in cui viene realizzato, in senso materiale (dunque ciò che offre concretamente tale evento) e immateriale (ciò che genera e lascia sul posto, soprattutto culturalmente).

Mi spiego meglio: da che la montagna è diventata un ambito turistico, prima d’elite e poi sempre più di massa, è stata sottoposta troppe volte a strategie e interventi che nulla hanno avuto (e tutt’oggi hanno) a che fare con l’ambiente montano e la sua cultura peculiare – intendendo col termine “cultura” il compendio dei significati che i monti offrono – i loro Genius Loci, in pratica. Oggi, la gran parte dell’immaginario comune legato ai monti, e alla catena alpina in particolare, è composto da elementi importati nelle terre alte da altrove, solitamente dalle città e dal pensiero urbano e attuati da centri di potere lontani (non solo come distanza geografica) dai monti: elementi che nel tempo hanno imposto modelli di sviluppo adeguati per i territori urbanizzati ma totalmente avulsi, quando non perniciosi, per i territori naturali ovvero dove l’equilibrio tra genti e ambienti fosse determinato da ben altre relazioni – antiche, tradizionali, rozze quanto si vuole ma assolutamente espressive della cultura ivi presente, dunque semmai da modernizzare e adeguare ai tempi, non certo da stravolgere oppure da cancellare e sostituire con tutt’altro. Da questo immaginario alpino comune, artificioso e deviato, scaturisce un concetto di “paesaggio” che troppe volte fa della montagna la rappresentazione di una succursale in quota della città, con infrastrutture, emergenze architettoniche, regolamentazioni urbanistiche, modifiche ambientali e del territorio, suoni, rumori, pratiche di fruizione dei luoghi, monetizzazione e patrimonializzazione delle loro peculiarità che oggi vengono considerate “normali” (spesso dagli stessi montanari, purtroppo) e che invece non c’azzeccano nulla di nulla con il contesto montano. Ciò chiaramente non vuol dire che la montagna debba essere mantenuta allo stato brado, selvaggio, che su di essa non si possa fare nulla e che ci si debba vivere ancora in anguste baite di pietra muovendosi solo a piedi e trasportando le merci a dorso di mulo. No: significa che in montagna si può fare tutto ma tutto, in un territorio così fragile (materialmente e immaterialmente) va fatto con buon senso, cioè facendo che ogni intervento sia in tutto e per tutto consono con il luogo, il suo valore, il suo ambiente e la cultura ivi presente. Il che significa pure che ogni intervento deve e dovrà sempre contribuire a salvaguardare questa cultura fondamentale (senza la quale, è bene osservarlo, la montagna muore immantinente, diventa una sorta di deserto in quota – ma come ogni altra cosa privata della propria cultura peculiare, d’altro canto) ovvero, ancora meglio, deve e dovrà contribuire a svilupparla e a farla progredire in modo da assicurarle un buon futuro – buono per se stessa, per i luoghi dai quali tale cultura scaturisce e per qualsiasi individuo che vi si relaziona, sia esso un abitante o un visitatore/ospite.

Questo, a mio modo di vedere, significa contestualizzazione, questo vuol dire contestualizzare un evento – cioè qualsiasi intervento – al luogo in cui viene realizzato e alla sua dimensione vitale. Una pratica tanto di importanza basilare (soprattutto in ambiti “delicati” come la montagna) quanto disattesa e trascurata fin troppe volte (soprattutto in montagna, già).

In base a tutto ciò, e prima di chiedermi se il concerto di Jovanotti (e qualsiasi altra iniziativa similare) sia più o meno ecosostenibile, io mi chiedo: è consono al luogo in cui viene realizzato? Vi si relaziona, lo narra, ne fornisce una rappresentazione più o meno virtuosa, o è meramente autoreferenziale e mirato a scopi e fini di tutt’altra natura? Cosa lascia, poi, sul/nel/al luogo in cui viene realizzato? Contribuisce autenticamente ad accrescerne il valore – non solo turistico ed economico ma ambientale, culturale, sociale? Sviluppa il luogo, insomma, o “sviluppa” solo se stesso e chi ne è fautore?

Ecco: questo io mi chiedo – e chiedo a chiunque si sia interessato della questione – prima di ogni altra cosa. Altrimenti il dibattito rischia di essere un mero pourparler basato senza dubbio su questioni concrete e importanti ma, alla fine, piuttosto ridondante, sterile e soprattutto superfluo per la montagna e la sua realtà concreta, presente e futura.

Io, per la cronaca, una mia risposta alle domande sopra esposte ce l’ho. Ed è piuttosto netta e incontrastabile.

Bolzoni/Mollino, due architetti/un (nuovo) libro

Sto leggendo giusto in questi giorni un altro libro (Abitare molto in alto – ne leggerete a breve, qui sul blog) di Luciano Bolzoni, architetto valdostan-milanese tra i massimi esperti dell’abitare sui monti, in senso architettonico e non solo, dunque sapere finalmente dell’uscita del suo nuovo lavoro dedicato a Carlo Mollino non solo mi fa piacere ma mi suscita da subito grandissima curiosità e altrettanto interesse.

Carlo Mollino, architetto rinnova (se mai ce ne fosse bisogno) il “legame” tra il grande architetto e designer (e molte altre cose) torinese e Bolzoni, che già fece di Mollino il protagonista della propria tesi di laurea, nel 1987, rendendolo un punto fermo della propria attività di studio e divulgazione intorno ai temi dell’architettura alpina e del costruire in montagna.
Il volume, edito da Silvana Editoriale con il “patrocinio” di Alpes, di cui Bolzoni è direttore culturale, intende fare luce sull’intricato mondo di Carlo Mollino, ripercorrendo la sua ancora poco conosciuta produzione in campo architettonico.
Più noto come fotografo, e più famoso per le sue passioni – lo sci, l’aviazione acrobatica, l’automobilismo e ancora la scenografia, l’occultismo, la letteratura, l’erotismo e appunto la fotografia – Mollino è prima di tutto un architetto. Formatosi come tale, Mollino ha ereditato il mestiere dal padre Eugenio, esercitando con dedizione e fatica questa professione per quarantacinque anni: il suo lavoro è impressionante per quantità e qualità, sebbene a fronte dei moltissimi progetti licenziati, abbia raccolto il successo di poco più di una ventina di edifici realizzati. L’autore, nell’offrire un personale omaggio al genio creativo e irrequieto di Mollino, consegna ai lettori un ritratto vivo e dettagliato di questa antesignana archistar, così nota all’estero e ancora in parte da decifrare in Italia. Ciò anche grazie ad alcune importanti, variegate e per certi versi sorprendenti testimonianze di chi, in modi diversi, ha incontrato il suo mondo: tra gli altri, Patti Smith, Alessandro Mendini, Corrado Levi, Ugo La Pietra, Davide Sapienza, Roberto Mantovani, Alessandro Busci, Denis Curti, Angelo Crespi, Matteo Ragni, Beppe Finessi, oltre alle preziose fotografie di Armin Linke
Insomma, un libro imperdibile, anche perché ricco di molteplici peculiarità e suggestioni che senza dubbio potranno affascinare un ampio pubblico, non soltanto gli studiosi di architettura.

Il volume è già ora acquistabile direttamente presso Alpes scrivendo una mail a info@alpes.org, oppure è prenotabile nelle solite librerie on line.

Nevica come nascono le vacche

Anche durante il giorno, dopo le quattro, si rimette a nevicare. Prima delle quattro, il cielo si alza, forse per quel poco di sole che c’è, anche se invisibile, sopra gli strati della nebbia. Poi, nell’ora che solitamente il sole scompare dietro l’alta montagna, il grigio del cielo si abbassa fino al limitare dei tetti, e riprende la neve. Forse, durante la notte, il tempo è regolato dalla legge che governa, dicono, il parto delle vacche: forse è effetto della luna, anche se la luna non si vede sopra gli strati spessi della nebbia: i contadini sorvegliano le vacche fino alla mezzanotte e, se per quell’ora non si sono sgravate, possono anche buttarsi sullo strame per tre o quattr’ore, il vitello nascerà all’alba.

(Giovanni Orelli, L’anno della valanga, Edizioni Casagrande, 1991-2017, pag.22; 1a ed. Mondadori 1965.)

“Luoghi in attesa”, Galleria HQ Mario Giusti, Milano

È azzeccata e intrigante in ogni suo elemento, la mostra fotografica Luoghi in Attesa promossa da ALPES presso la galleria HQ Mario Giusti di Milano, inaugurata giovedì sera. Lo è fin dal titolo con il quale il curatore, Luciano Bolzoni, ha voluto identificarla e parimenti identificarne il tema portante: “luoghi in attesa”, una definizione non meramente suggestiva che personalmente vedo, ancor più che complementare, quasi contrastante rispetto a quella di “luoghi abbandonati”, abusata tanto quanto piuttosto superficiale nell’accezione ordinaria che si porta appresso.

Perché, a ben vedere, quei luoghi che per qualsivoglia motivo non vengono più utilizzati, abitati, attraversati o fruiti sono sì “abbandonati” ma solo riguardo la loro funzionalità e, soprattutto, l’interesse che vi viene dedicato. Molto spesso tali luoghi risultano abbandonati – o sarebbe meglio dire ignorati, in primis dallo sguardo ordinario delle persone che vi passano accanto, ed è soprattutto questa condizione che ne determina lo stato di fatto poi comunemente definito nel modo suddetto. D’altro canto non posso non pensare a quella celebre massima di Servio, nullus locus sine genio, “nessun luogo è senza un Genio”, che da un lato è la base del fondamentale concetto di Genius Loci, dall’altro afferma che il “luogo”, in quanto tale, non cessa mai di conservare una propria essenza e un’anima peculiare, le quali non svaniscono soltanto perché gli uomini non sappiano più considerarle. In tali luoghi il “Genio” è invece ancora vivo, solo attende che qualcuno ravvivi la relazione con esso e il conseguente dialogo – che non può essere di mera matrice estetica o solo vagamente culturale, come sembra sia per molti “appassionati” di luoghi abbandonati, ma che deve sempre e comunque essere di natura antropologica e, in tal senso sì, solidamente culturale.

Mi viene in mente al riguardo un’altra bella affermazione, questa volta di Paolo Rumiz (presente ne La Leggenda dei Monti Naviganti): finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi. Perché la toponomastica è da sempre e sempre sarà il primo e più immediato segno del legame tra l’uomo e il luogo, il primario marcatore referenziale che permette all’uomo di identificare il luogo e al contempo di identificarsi in esso. Dunque, fosse solo per tale evidenza – la quale noterete che è del tutto legata a quanto ho appena affermato: la prima parola che “pronuncia” il Genius Loci nel dialogo con il suo visitatore è proprio il suo toponimo, sorta di codice geosemantico per avviare quel dialogo – un luogo non si può così semplicisticamente definire “abbandonato”: al di là della comodità di riferimento, la definizione di “luogo in attesa” trovo che sia assolutamente più consona e significante. Luoghi in attesa di rinnovati sguardi, visioni, attenzioni, di rinvigorita vitalità, di ripristinata piena identificabilità nel paesaggio circostante e, ancor più, nella generazione di esso nell’individuo che ne elabora il concetto, dando valore e significato al territorio con cui si relaziona.

Anche per questo il percorso d’immagini e suggestioni di cui si compone la mostra, ovvero le narrazioni al riguardo proposte dai fotografi presenti, Claudio Stefanoni e Corrado Amato, Maria Claudia Maggio e Roberto Macagnino, con Luca Centola a fare da prestigiosa guest star grazie ad alcune bellissime immagini che ben testimoniano il suo ventennale lavoro sui «luoghi scarnificati e manipolati dalla mano dell’uomo» (cit. Mariano Maugeri), è del tutto azzeccato e assolutamente affascinante. A tal punto, serve pure aggiungere che sia una mostra senza alcun dubbio da visitare? No, non serve. Ma l’ho fatto, a scanso di equivoci!

Di seguito potete leggere il testo critico sulla mostra di Luciano Bolzoni, che ringrazio molto per il consenso alla pubblicazione:

LUOGHI IN ATTESA

Case nuove?
Da troppo tempo abbiamo accettato che il mondo debba decadere.
Quando visibili, le testimonianze della decadenza sono fatte di architettura, pietre reali, tangibili come solo l’architettura può essere. Non tutte gli edifici passano alla storia, ma tutte le architetture hanno una loro storia. Quando l’architettura sfida il tempo, si crea la rovina che paradossalmente arriva a noi ancora intatta a certificare il suo primo tempo. In un luogo abbandonato, l’architettura si adagia e si rinchiude nei luoghi.
Il rudere è un cantiere in ritardo, giunto fuori dal suo lasso di tempo; questo luogo in attesa di sguardi, afferma e certifica un mondo fatto di luoghi che durano, resistono, persistono, insistono. Comunque non decadono. Praticamente mai. La costruzione è opera dell’uomo, la distruzione e la demolizione anche.
I luoghi abbandonati respirano ma talvolta franano, smettendo di essere tali solo quando ci si dimentica del loro nome e quando le architetture un tempo industriosi arsenali di lavoro o siti ospitali per abitarvi, degradano al livello primordiale del primo cantiere: quanti edifici abbandonati tornano ad essere bambini, ritornando allo stato primitivo del fabbricato in costruzione?
In questa nuova geografia viene avanti un nuovo modo di abitare i luoghi senza che si sia esaurito quello precedente. Un’architettura non abitata ce lo ricorda: abitare e lavorare un luogo significa trasformare il paesaggio, abbandonarlo vuol dire raccontarlo daccapo.
Le immagini dei luoghi permangono dentro di noi ed è il lavoro della fotografia a rammentarcelo.
Se un tempo, eranola letteratura e la pittura, gli unici strumenti che trasformavano gli eventi, in dati definitivi, ora questo è il compito della fotografia e dei fotografi, impegnati a dare istantaneità a tutto ciò che verrà visto poi, dopo.
Post.

Cliccate sull’immagine in testa al post oppure qui per entrare nel sito web di ALPES e conoscere ogni informazione utile sulla mostra e su come visitarla. E non attendete troppo per farlo!

(Le immagini a corredo dell’articolo sono dello scrivente, dunque non fateci troppo caso alla loro qualità!)