Arte Sella chiede una mano per ripartire

Arte Sella: the contemporary mountain, ovvero uno dei più bei progetti di relazione e dialogo armoniosi tra arte e paesaggio naturale mai realizzati in assoluto. Dal 1986 in via sperimentale, e dal 2000 continuativamente, Arte Sella rappresenta un processo creativo unico, che nell’arco di un cammino più che ventennale ha visto incontrarsi linguaggi artistici, sensibilità e ispirazioni diversi accomunati dal desiderio di intessere un fecondo e continuo dialogo tra la creatività ed il mondo naturale. Nel tempo, più di 300 artisti si sono avvicendati in questo percorso, consegnando alla Val di Sella ed alle cure dell’Associazione Arte Sella il loro lavoro; Arte Sella è così diventata sempre più una possibilità, un luogo, un’occasione di sperimentazione e di crescita creativa in continuo dialogo ed ascolto con i mondi della musica, dello spettacolo, della fotografia e della cultura nelle sue molteplici sfaccettature.

Purtroppo, in forza degli inopinati eventi meteoclimatici del 29 ottobre scorso che hanno causato danni in vari luoghi delle Alpi orientali (e non solo), l’intero bosco che ricopriva il versante sud del monte Armentera, nel quale si insinuava armoniosamente il percorso ArteNatura, è stato abbattuto, così come il giardino di Villa Strobele, lo spazio espositivo che Arte Sella aveva inaugurato nel 2018 e che segnava il ritorno al luogo dove tutto ebbe inizio nel 1986. Oltre al bosco, quasi metà delle opere di Arte Sella sono state danneggiate o distrutte, ponendo l’intero progetto in una condizione di particolare fragilità e difficoltà, in conseguenza della quale l’Associazione Arte Sella chiede una mano a chiunque abbia a cuore la sua storia, il suo lavoro e soprattutto il valore culturale di essi, così esemplare per l’intera cerchia alpina.

L’arte ha avuto nel corso della storia la forza di rigenerare le ferite, di diventare motore silenzioso di cambiamenti radicali. In un momento in cui un evento di tali dimensioni impone che la riflessione sulla coesistenza tra uomo e natura sia affrontata con un’urgenza senza precedenti, l’arte può e deve continuare ad esplorare strade inedite, nuove possibilità di coesistenza dell’uomo nella natura di cui è parte integrante. Arte Sella vuole ripartire da questa consapevolezza, dalla certezza che una forza generatrice è già al lavoro e va assecondata, guidata, coltivata e, con Arte Sella, tutti coloro che hanno a cuore il nostro futuro” (dal sito di Arte Sella).

Di seguito le modalità per partecipare alla ricostruzione (oppure cliccate qui):

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Plastica sarà la sorte nostra…

A fronte dei tanti (troppi) che di cambiamenti climatici e conseguenze relative se ne infischiano beatamente, magari pure rallegrandosi se a fine gennaio pare di essere in primavera (come è successo più volte, negli ultimi anni), alcuni altri temono effetti assai funesti per tutto il genere umano in forza del clima che cambia, paventando cataclismi e apocalissi degne della fine dei tempi o, meglio, della fine del genere umano.

Beh, no, un attimo. Non corriamo così tanto verso tali ipotesi…

Perché ci potrebbe essere anche di peggio, già.

La plastica, ad esempio.

Recenti e autorevoli studi scientifici dimostrano infatti che entro il 2050 nei mari del pianeta ci sarà un peso maggiore di rifiuti plastici che di pesci (clic). Ma, per correre rischi alquanto letali, non dovremo – sempre noi genere umano nel suo complesso, sì – aspettare così tanto, visto che già oggi la maggior parte del sale da cucina di origine marina contiene microplastiche, le quali impunemente ci finiscono dentro l’organismo con tutti i veleni che si portano appresso.

Ecco.

Possiamo almeno un poco “consolarci”, però: sia nell’una che nell’altra ipotesi, la colpa è e sarà totalmente nostra. Quindi non dovremmo prendercela con chissà chi rodendoci il fegato e i nervi ma solo con noi stessi, e siccome da sempre non ne siamo capaci – altrimenti non ricadremmo nei consueti errori già commessi lungo la nostra storia – potremo starcene ben tranquilli e rilassati facendo finta di nulla ad attendere la nostra fine. Evviva!

L’uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos?

(Fëdor Dostoevskij)

Vajont, 55 anni

Siamo arrivati a Longarone che soltanto da un’ora il Toc era calato nel lago al di là della diga… Poca la gente e gli automezzi… Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l’identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l’amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell’agente ad offrirci l’intuizione della tragedia… Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese […] ci accodammo a due della stradale… Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci… Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d’acqua e fango nero… Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d’essere aiutati… Oltrepassato l’immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese…

(Testimonianza tratta da http://www.vajont.net/)

9 ottobre, ore 22.53. Mai dimenticare, dacché la memoria è una delle forme fondamentali di civiltà, forse l’unica a poter vincere il tempo di lassù, sotto al Monte Toc, fermatosi per sempre a quell’ora. Dopo 55 anni come oggi o dopo 100, 200 o 500 anni: sono sempre le 22.53, al Vajont.

(Foto di Mirko Torresani, http://www.fotomiktor.com/?gallery=vajont)

La scuola colabrodo e le travi negli occhi del paese

Già vi raccontavo qui delle sensazioni cupe che purtroppo provo ogni volta che rientro in Italia da un viaggio all’estero. Quest’anno, se possibile, tali sensazioni si sono manifestate vivide come non mai, dopo un viaggio lungo e intenso in un paese (la Svezia) alquanto più avanzato del nostro sotto ogni punto di vista o quasi – e certamente in quegli aspetti che determinano il livello sociale e culturale di un paese. Si è rafforzata la drammatica convinzione che ho ormai da molto tempo: l’Italia è un paese istituzionalmente e politicamente esanime, mentre socialmente, civilmente e culturalmente è molto ammalato: si regge in piedi grazie a un comparto industriale tutto sommato ancora sano (ma il tanto osannato e sovente illusorio  “made in Italy” non c’entra nulla, sia chiaro) che riesce a garantire un certo “benessere” economico diffuso, e grazie al fascino incredibilmente vivido, nonostante tutto, che all’estero subiscono riguardo il nostro Bel Paese e le sue bellezze – lo constato sempre, questo, in ogni paese nel quale mi rechi. Di contro, e proprio in conseguenza di quanto ho appena scritto, l’Italia avrebbe bell’e pronta in sé una delle più efficaci “medicine” per guarire quanto meno il suo “organismo” sociale, civile e culturale, ed è proprio la cultura: quella che sgorga ovunque copiosa dal suo insuperabile patrimonio artistico, materiale e immateriale, che potrebbe facilmente diventare la prima voce di crescita del PIL, che potrebbe trainare dietro a sé l’intero comparto produttivo nazionale e che renderebbe l’immagine dell’Italia una delle più luminose in assoluto sul pianeta, ben più e ben oltre il mero fascino “resiliente” che si può riscontrare all’estero, legato più a luoghi comuni “turistici” che ad altro.

Malauguratamente (e si ponga in tale termine la connotazione più negativa possibile), l’Italia questa medicina bell’e pronta e tanto efficace non la considera proprio, anzi: spesso e volentieri la aborrisce e rifiuta. Ci si può rendere conto di ciò da tanti aspetti (non solo quelli politici) ai quali se ne aggiunge uno per quanto possibile ancor più grave, che un dossier di Tuttoscuola – la più accreditata testata specializzata nel settore scolastico – significativamente intitolato La scuola colabrodo mette in evidenza in tutta la sua tragicità: l’abbandono della formazione scolastica di base da parte di un numero sempre maggiore di giovani. Il dossier evidenzia che

“Dal 1995 a oggi 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato la scuola statale, su oltre 11 milioni iscritti alle superiori (-30,6%). Ragazzi e ragazze spariti dai radar della scuola, che sotto questo aspetto ricorda le famigerate performance della rete idrica italiana, che perde nel nulla il 35% dell’acqua. Un colabrodo. Il costo è enorme: 55 miliardi di euro. E l’emorragia continua: almeno 130 mila adolescenti che iniziano le superiori non arriveranno al diploma. Irrobustiranno la statistica dei 2 italiani su 5 che non hanno un titolo di studio superiore alla licenza media e di un giovane su 4 che non studia e non lavora.
E l’istruzione superiore? Tra chi si diploma e si iscrive all’università, uno su due non ce la fa. Complessivamente su 100 iscritti alle superiori solo 18 si laureano. Ma poi un quarto dei laureati va a lavorare all’estero… E il 38% dei diplomati e laureati che restano non trovano un lavoro corrispondente al livello degli studi che hanno fatto. Un disastro.

Un “disastro” sul serio o, come scrive l’Espresso riprendendo il dossier di Tuttoscuola, un’autentica catastrofe culturale. Che in soldoni, al di là di tutte le considerazioni possibili al riguardo riportate dai media, significa imbarbarimento. Che a sua volta significa solo un’altra cosa: morte civile e sociale. Perché una società sempre più composta da ignoranti, illetterati e inetti (con tutto il rispetto, ma tant’è), privi delle più essenziali nozioni culturali – quelle che stanno alla base della società stessa a cui si appartiene e che la reggono in piedi – è inevitabilmente destinata al degrado, al caos, alla rovina.

Eppure, nonostante tutto ciò ovvero nonostante gravi questioni non certo nuove ma vecchie di decenni e sempre più gravi dacché ignorate e irrisolte (il che prova la morte politica e istituzionale del paese), l’Italia continua a guardare altrove, a perdere tempo, energie e dignità in falsi problemi, funzionali al sistema di potere e alla sua preservazione ma totalmente avulsi dalla realtà effettiva delle cose – ovvero alla consistenza culturale della realtà, per questo ugualmente incompresa ovvero ignorata, vedi sopra. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” dice quella nota massima evangelica: ecco, l’Italia ha innumerevoli travi nei propri occhi, che ormai l’hanno resa quasi del tutto cieca e che, di questo passo, la faranno crollare a terra, definitivamente esanime – nonostante l’immensa “forza vitale” che avrebbe a disposizione, ribadisco.

Ecco perché sono tanto pessimista, riguardo al presente dell’Italia. Sul futuro, beh… la speranza è l’ultima a morire, no? Auguriamoci non sia la penultima…

Salumi, formaggi, libri (e Umberto Isman)

L’immagine qui sopra pubblicata – scattata a Casso – è di Umberto Isman, fotografo di notevole sensibilità e sagaci visioni, capace con mirabile costanza di cogliere il senso profondo di cose anche semplici, all’apparenza, eppure dotate di grande capacità narrativa, che poi i suoi scatti sanno catturare e trasmettere vividamente a chi ne può godere.
Fa parte di una coinvolgente serie fotografica scattata nell’aprile 2013 in Vajont, e credo sia inutile rimarcare come siano passati pochi giorni dal 54° anniversario del disastro – e altrettanto rimarcare cosa fu quell’evento, in senso tanto materiale quanto immateriale. D’altro canto, credo che una tragedia come quella del Vajont non debba abbisognare di una data – che in sé ne indica solo l’accadimento – per essere costantemente tenuta viva nella mente e nell’animo di chiunque e non solo dagli abitanti di quei monti, prime vittime di un disastro dagli effetti così protesi nel tempo.
La diga è ancora lì, in sé gioiello di ingegneria idraulica e parimenti beffardo monumento alla follia degli stessi individui. Il famigerato Monte Toc pure, ineluttabilmente inquietante come più di mezzo secolo fa. E spero che lì sia rimasta anche quell’originale rivendita di salumi, formaggi e libri, elementi in fondo non così astrusi tra di essi dacché a loro modo portatori di cultura dei luoghi e delle genti, dunque pure di relativa memoria e saggezza: qualcosa di fondamentale per una vera e virtuosa civiltà umana, ovunque essa sia e al di là di qualsiasi sorte nefasta.

L’intera serie di immagini di Umberto Isman la trovate qui, su facebook. Ma di Isman trovate pure scatti e scritti su In Movimento, rivista della quale è tra i fautori, o su numerosi altri magazine: segnalo ad esempio il suo bellissimo articolo (tale perché Isman è anche un ottimo narratore) sul gipeto e gli altri “signori del cielo” del Parco Nazionale dello Stelvio su OROBIE di quest’ottobre 2017, giusto giusto.

P.S.: ringrazio di cuore Umberto Isman per avermi concesso il consenso alla pubblicazione delle sue immagini.