Questo può essere un «recupero della viabilità storica» e una «valorizzazione identitaria»?

La questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” (non solo climaticamente!) nel dibattito sul turismo in montagna, soprattutto per come l’attività viene di frequente imposta: a suon di innumerevoli nuove “ciclovie” – le quali non sono altro che vere e proprie strade, chiamiamole come si deve – spesso costruite in luoghi naturali ancora intonsi oppure distruggendo vie rurali storiche, a fondo naturale ma in certi casi con selciati secolari. Il tutto inneggiando alla “valorizzazione”, all’ecosostenibilità e al turismo “green”: è vero, il cicloescursionismo formalmente lo sarebbe, “green”, ma non certo in queste modalità! Dietro una forma apparentemente “virtuosa” viene nascosta una sostanza di ben altro genere, invasiva, impattante e pericolosa per i territori montani coinvolti, senza alcuna garanzia di benefici autentici per le loro comunità. Di contro, questa ennesima turistificazione della montagna alimenta gli stessi affarismi invernali (in questo caso “destagionalizzazione” la chiamano) e gli identici modelli del turismo di massa: tutte cose con le quali purtroppo certa politica va a nozze.

Alla questione ho già dedicato numerosi articoli ma ne seguiranno tanti altri, inevitabilmente. Temo sarà un’estate rovente, al riguardo, e di nuovo non (solo) per il clima.

Ecco ad esempio, nelle immagini, la nuova ciclovia con la quale tra Lecco e Ballabio, nella valle del Torrente Grigna e a monte della località Sant’Egidio, si vuole «recuperare la viabilità storica» e realizzare la «valorizzazione identitaria» dei percorsi secolari che dalla città lariana salgono verso la Valsassina: una nuova strada larga quasi 3 metri, dunque formalmente adatta anche al transito motorizzato in base alle normative vigenti, quando la precedente mulattiera a fondo ghiaioso aveva una larghezza di circa 1,60 metri, che non solo sta incidendo pesantemente sull’ambiente naturale in loco (la zona non è intonsa, anzi, ma non nel tratto interessato dai lavori: le immagini sono molto eloquenti) ma sta pure tagliando e distruggendo in più punti il percorso storico. Che sono – percorso storico, ambiente naturale, boschi, montagne – un patrimonio collettivo, è bene rimarcarlo dacché spesso ce lo scordiamo.

Tuttavia, siccome le istituzioni che “rappresentano” la comunità civile hanno scritto sul cartello del cantiere che si tratta di un «recupero della viabilità storica» e di «valorizzazione identitaria», va tutto bene. Recupero della viabilità storica e valorizzazione identitaria, già.

Oppure no, non va tutto bene?

Tornerò presto sull’argomento, appunto, sul caso specifico e in generale, nelle sue numerose ambiguità. È inevitabile.

P.S.: ringrazio molto l’amica Silvia Tenderini e la sua assistente Frida per il reportage fotografico e per avermi dato l’assenso all’uso delle immagini.

Tutto questo florilegio di ciclovie montane… ma perché?

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Sta tornando la bella stagione ed ecco che leggo o sento da più parti della realizzazione di nuove ciclovie in montagna, nuovi percorsi di mtb, nuove linee di downhill, ennesime sistemazioni di sentieri per renderli ciclabili e accessibili, eccetera.

È ormai evidente che il cicloescursionismo montano sia stato eletto ad attività estiva complementare allo sci da discesa: ma non tanto per dare corso a “destagionalizzazioni” turistiche, a creare alternative alle attività ludico-ricreative solite, a “valorizzare” territori e itinerari che ad oggi non lo sono, quanto perché le ciclovie permettono alle amministrazioni pubbliche di spendere soldi stanziati per il turismo in modo facile e veloce (nonché «sostenibile», ovviamente) senza doversi impegnare troppo a elaborare progetti articolati e così altrettanto facilmente potersene vantare sulla stampa. Come lo sci d’inverno, in pratica. Peraltro, riguardo tale situazione in essere, che i nuovi percorsi siano fruiti, quanto lo siano e come siano realizzati o manutenuti non interessa realmente a chi li propone e sostiene, va detto.

[Foto di moerschy da Pixabay.]
In ogni caso, al netto degli aspetti “politici”, mi chiedo: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne? E c’è realmente la necessità di renderne molti delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili, come sono spesso i turisti che in montagna ci passano le vacanze?

Quantunque possano essere realizzate con tutti i crismi di ecosostenibilità del caso (il che non è sempre garantito, purtroppo), molte di queste ciclovie rappresentano comunque degli interventi di antropizzazione di territori e ambienti naturali nei quali prima o non c’era nulla oppure c’erano semplici sentieri pedestri, vecchie mulattiere, percorsi a volte dimenticati intorno ai quali la Natura si è ripresa lo spazio un tempo preso dall’uomo. E non di rado queste ciclovie abbisognano di opere che ne agevolano la percorrenza – passerelle, curve sopraelevate, scavi e pavimentazioni, eccetera – che, ripeto, anche se realizzate con materiali naturali e tutti i crismi del caso sono elementi antropici alieni alla naturalità del luogo.

[Immagine tratta da www.neveitalia.it.]
Tuttavia non voglio qui sostenere che non si possa fare nulla del genere – ma sostengo con forza che tutto debba essere sempre fatto bene, con criterio, buon senso, attenzione ai luoghi e alle loro specificità, consapevolezza delle potenziali conseguenze buone e meno buone – perché, più che dissertare sulle opere, discuto il loro senso. Che sovente non trovo, oppure lo trovo e mi pare discutibile se non inammissibile. Soprattutto quando mi sembra che la tal ciclovia non rappresenti altro che uno strumento di banalizzazione ludico-ricreativa, ancor più che meramente turistica, delle montagne, un’ennesima manifestazione del modello del “luna park alpino”, o “divertimentificio alpestre” che sta alla base di molte attrazioni realizzate a mero uso, consumo e banale divertimento di turisti, spesso mordi-e-fuggi, senza alcuna attenzione né ricaduta positiva reale per la montagna che ne viene assoggettata.

Ribadisco: ma veramente gli appassionati di mtb hanno bisogno continuamente di nuovi percorsi sui quali divertirsi? Non ce ne sono già abbastanza, tra strade sterrate, VASP, mulattiere e sentieri già ciclabili senza bisogno di interventi e adattamenti? Se per un ciclista un certo itinerario rurale/naturale è troppo difficile, ne ha sicuramente mille altri in innumerevoli località montane che invece saprà affrontare, senza bisogno che qualcuno glielo sistemi e lo renda una strada più liscia di quelle di città. Oppure i cicloescursionisti di oggi non possono affrontare per due volte lo stesso percorso altrimenti si sentono dei reietti della società? Non credo!

Da appassionato tanto quanto ormai vecchio frequentatore delle montagne, so bene che se non ero in grado di salire un certo itinerario, lo lasciavo a quelli più bravi e ne trovavo infiniti altri da affrontare, senza pretendere che venisse adattato alle mie capacità. Oggi invece sembra – soprattutto nell’ambito del cicloturismo montano, appunto – che se un certo itinerario non sia percorribile da più persone possibile, rappresenti un’infamia per il territorio, una roba orribile, inaccettabile, da trasformare e facilitare al più presto. Infatti ecco che certi amministratori locali non aspettano nemmeno che qualcuno osservi o chieda loro di volere più ciclovie turistiche sul territorio che amministrano: le fanno a prescindere – vedi sopra. Anche se non c’è la domanda, si crea(no) l’offerta; poi, che la domanda si manifesti oppure no, come detto, non è così importante.

Insomma: mi pare che dietro molte di queste ciclovie ci sia poca montagna vera, e poca frequentazione montana autentica e consapevole, e molta strumentalizzazione, molto marketing, molta “moda”, moltissima superficialità e un bel po’ di dettami del turismo più massificato, consumistico e estrattivo. Come troppo spesso sta accadendo ai territori montani, ambiti complessi alle cui problematiche vengono offerte risposte troppo semplici e banali, molto poco ragionate. Cose delle quali, senza alcun dubbio, le montagne non hanno affatto bisogno.

Le Olimpiadi a Livigno saranno un flop (?!)

So bene di rischiare di diventare noioso, a parlare così spesso di Milano Cortina, ma qui le cronache sconcertanti al riguardo si susseguono a ritmo incalzante; d’altro canto restare zitti di fronte a certe cose trovo che sia civicamente e moralmente discutibile.

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Uno dei fatti più recenti: il governo del cantone svizzero dei Grigioni da tempo chiede garanzie (e i fondi promessi) all’Italia – alla Lombardia nello specifico – per la gestione del traffico che si dirigerà a Livigno al fine di assistere alle gare olimpiche in programma lì, molto del quale passerà dalla Svizzera, senza ottenere risposte e per ciò dicendosi «irritato» con le autorità italiane.

Poi, finalmente, giovedì la Lombardia, per voce del proprio Assessore alla Montagna, ha risposto ai Grigioni sostenendo che «i costi per gestire la viabilità durante le Olimpiadi di Livigno saranno inferiori al previsto a causa di un minor afflusso di visitatori.»

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. La foto è tratta dalla pagina Facebook “I love Livigno“.]
Come come come?!

L’Assessore lombardo cosa sta dicendo, in concreto? Sta affermando di sapere già che le Olimpiadi a Livigno saranno un flop, e che non ci andranno a vederle così tante persone come la propaganda istituzionale olimpica continua a sostenere?

Oppure sta cercando di ingannare i grigionesi, peraltro in maniera parecchio maldestra, per cercare di sfuggire dalle responsabilità a carico della Lombardia e di non pagare quanto promesso e dovuto ai Grigioni per le spese di gestione del traffico olimpico?

Al momento, salvo mie sviste, la notizia della risposta dell’Assessore lombardo agli svizzeri non compare su nessun organo di informazione italiano.

Sconcertante. Per non dire altro. Sarebbe bene che la Lombardia fornisca ben più ampie e adeguate spiegazioni pubbliche, per evitare una figuraccia colossale.

Povere Olimpiadi, messe nelle mani di siffatti soggetti e così trasformate in un disastro per i territori coinvolti!

Comunque no, non solo le Olimpiadi IL problema delle “Olimpiadi” di Milano Cortina

[Immagine tratta da www.valdidentroturismo.it.]
È bene chiarire una volta ancora il nocciolo della questione olimpica: le Olimpiadi non sono il problema, anzi, sono un evento importante e meraviglioso. Semmai è come vengono concepite e, soprattutto, come sono state realizzate qui in Italia per Milano Cortina 2026. Cioè in modi tanto superficiali quanto inquietanti in primis da una classe politica evidentemente non in grado di realizzare un evento del genere ricavandone una reale opportunità di sviluppo per i territori. Tutt’altro, invece.

[Veduta dall’alto del cantiere della nuova telecabina Apollonio-Socrepes e della frattura franosa soprastante, coperta dai teli gialli. Immagine tratta dalla pagina Youtube di “TeleBelluno”.]
Così, mentre assolutamente inquietante è, ad esempio, la cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina, costruita su terreno risaputamente franoso e della quale si è occupata “Report” lo scorso 7 dicembre (ma anche “Il Post” qui) e di contro l’unica opera olimpica più o meno conclusa è la più inutile, cioè la pista di bob (120 milioni di Euro per qualche decina di praticanti), in Valtellina sta assurgendo a potenziale disastro olimpico assoluto la nuova tangenziale di Tirano, altro progetto da molti contestato appena venne presentato per le numerose criticità geologiche e tecniche che palesemente presentava, che per mesi i politici responsabili hanno giurato e spergiurato che si sarebbe comunque realizzata e poi terminata in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici e che invece non solo forse non verrà conclusa ma già ora, prima di essere aperta, vede emergere quelle criticità geotecniche annunciate da molti (e vede pure già volare gli stracci tra politici che con supponenza invocano una “tregua olimpica” alle polemiche e classe dirigente che invece comincia a non poterne di più di parole e promesse che non diventano fatti concreti). [1]

[Articoli e immagine tratti da “SondrioToday“.]
D’altro canto Milano non è da meno: la costosissima nuova Arena di Santa Giulia, che deve (dovrebbe?) ospitare le gare di hockey, è in forte ritardo e ancor prima di essere finita già presenta problemi tecnici, costerà molto di più di quanto previsto e pure la viabilità esterna non è ancora conclusa e i suoi costi se li dovrà accollare il Comune di Milano – cioè noi contribuenti, insieme agli extra-costi delle altre opere olimpiche. Senza contare i problemi (e la bruttezza architettonica) del nuovo Villaggio Olimpico di Porta Romana.

[L’articolo de “Il Post” sui guai dell’Arena di Santa Giulia. La foto mostra il cantiere lo scorso luglio 2025 ed è di @fabio.marsico via @cqmsg, tratta dalla pagina facebook “UrbanFile”.]
Queste citate peraltro non sono che alcune delle tante questioni aperte riguardanti le Olimpiadi di Milano Cortina, nei riguardi delle tante opere che non saranno terminate per i Giochi (nonostante le consuete promesse) e per le quali non si sa nemmeno quando verranno realizzate, oltre ai moltissimi altri aspetti olimpici discutibili, per non dire di peggio in certi casi, ben evidenziati in Oro Colato, il libro-inchiesta di Duccio Facchini e Luigi Casanova, pubblicato qualche giorno fa da Altreconomia. D’altro canto io penso, e temo, che le opere sopra citate verranno effettivamente concluse in tempo per l’inizio delle competizioni olimpiche, e che si canterà vittoria per questo, ci si loderà con le solite frasi di circostanza e propaganda, si darà contro agli «uccelli del malaugurio» eccetera. Ma come saranno concluse quelle opere, pur di terminarle in tempo? Con che qualità costruttiva, deroghe tecniche, finiture provvisorie, garanzie di durata nel tempo? E se così andranno le cose, quanti soldi pubblici dovranno essere spesi a breve per le manutenzioni straordinarie ovvero per sistemare le magagne che inesorabilmente si manifesteranno, e tutto ciò solo perché non si è operato con il dovuto buon senso ma con un’inopinata inettitudine gestionale e in modi del tutto strumentali a una bieca propaganda olimpico-politica?

Ecco perché, ribadisco, il problema non sono le Olimpiadi in sé, ma come vengono realizzate, come vengono strumentalizzate e chi le realizza. Altri paesi evidentemente dotati di maggior senno e onestà politica hanno rinunciato a organizzarle (Canada, Svizzera, Austria), mentre per le prossime del 2030 la Francia ha pensato bene di utilizzare impianti esistenti anche se posti al di fuori dai propri confini, come l’Oval Lingotto di Torino per le gare di pattinaggio. L’Italia invece, con la pista di bob di Cesana costruita per Torino 2006 e costata 110 milioni di Euro che sta andando alla malora, ne ha spesi altri 120 per una nuova pista a Cortina.

Capite qual è il problema vero delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026?
Le gare sono sicuro che andranno benissimo, tutto il resto no.

Intanto mancano 94 giorni. No, non all’inaugurazione dei Giochi Olimpici ma alla loro fine, quando le molte magagne – altro che “legacy olimpica”! – salteranno fuori e, temo, deflagreranno in tutta la loro dannosità per i territori che le avranno dovute subire.

[1] Aggiornamento delle ore 12.00 del 12 dicembre: la tangenziale aprirà per le Olimpiadi solo per un tratto e non risolverà per nulla il grosso problema del traaffico nel centro di Tirano, anzi, probabilmente lo peggiorerà ulteriormente.