[L’area sciistica del Ghiacciaio di Allalin sopra Saas Fee alle 12.08 del 7 agosto 2026. Immagne tratta da www.saas-fee.ch.]Con l’imminente chiusura (il 10 agosto) degli impianti per lo sci estivo di Saas Fee, in Svizzera (vedi qui sopra), quelli del Passo dello Stelvio restano – salvo aggiornamenti dell’ultim’ora – gli ultimi e unici aperti sulle Alpi, in questa estate climaticamente così problematica.
Qualcuno ne potrà trarre motivo d’orgoglio, come ho letto da qualche parte sui social: ma obiettivamente è l’orgoglio del ballerino che si vanta di rimanere in piedi e continuare a danzare bene sulla pista da ballo del Titanic in affondamento.
In realtà i ghiacciai dello Stelvio sono ridotti in uno stato spaventoso, senza più neve residua e con il ghiaccio annerito dalla fusione costante (si veda l’immagine lì sotto); senza dubbio per mantenere le piste aperte nella conca del Cristallo si è provveduto a escavare le zone di ghiacciaio intonse trasportando la neve nella parte sciistica, con ciò aggravando ancora di più lo stato della superficie glaciale e accelerandone la fusione. Forse non a caso, quella zona del comprensorio dello Stelvio non è coperta da webcam, così da nascondere attività così impattanti e condannabili; d’altro canto le altre webcam presenti fanno ben capire quale possa essere la situazione anche dove impianti e piste restano aperti.
Qualcuno sui social sostiene che lassù si tenga aperto solo per consentire gli allenamenti alle squadre agonistiche. Se però così fosse, la chiusura al pubblico degli impianti dovrebbe essere ben segnalata sul sito web della società di gestione del comprensorio che invece non riporta nulla al riguardo, tanto meno nella pagina dedicata alla vendita degli skipass.
Torna dunque la solita domanda che in tanti ci stiamo ponendo e che qui ribadisco (e ribadirò ancora spesso, temo): ha ancora senso, oggi, praticare lo sci estivo?
[Le condizioni dell’area sciabile del Ghiacciaio dello Stelvio alle 15.36 del 7 agosto 2026. Immagine tratta da https://passostelvio.eu.]È una domanda retorica, naturalmente. Posso mettermi nei panni di chi gestisca i comprensori estivi e comprenderne tanto le difficoltà, la sensazione ormai inesorabile di essere con le spalle al muro, quanto il tentativo di resistere fino all’ultimo, anche ben oltre qualsiasi logica e buon senso. Ma, appunto, a me pare che il limite di sostenibilità e, ancor più, di razionalità sia stato superato di tanto e da molto tempo, e risulti ormai ineludibile per chiunque, innanzi tutto per chi è responsabile della gestione della località, accettare la realtà delle cose e chiudere definitivamente l’era dello sci estivo. Un’era affascinante, emozionante, appassionante, ma che purtroppo è finita.
Forse nei prossimi anni lo sci finora detto “estivo” diventerà primaverile e/o autunnale, e a 3000 metri si scierà da marzo a maggio e a ottobre e novembre, visto che più in basso la neve e le condizioni climatiche per sciare non ci saranno più se non per poche settimane invernali. Ma, succeda quel che succeda, l’importante è che si conservino il necessario buon senso e la più consapevole sensibilità nei confronti dell’ambiente montano e della sua salvaguardia. Perché francamente lo sci estivo, per come si presenta e si pratica oggi, per le montagne rappresenta più un’offesa che altro.
Lo avrete letto: sabato scorso 1° agosto Zermatt Bergbahnen, la società svizzera che gestisce gli impianti tra i 3500 e i 3800 metri di quota del ghiacciaio del Teodulo, il più elevato d’Europa ove giungono anche le funivie da Cervinia, ha sospeso l’attività: «Le temperature persistentemente elevate – spiega la società in una nota – la mancanza di raffreddamento notturno, i frequenti temporali e le mutevoli condizioni della neve e dei ghiacciai attualmente impediscono agli ospiti di sciare in sicurezza e in condizioni ottimali.»
Peccato che questo stop allo sci estivo arriva dopo settimane di escavazioni e sbancamenti sulle zone del ghiacciaio intonse, con grandi bulldozer quotidianamente in azione pur di portare la neve sulle piste. Così, per tentare di salvare ciò che non può essere salvato, le piste, l’attività sciistica e il “business” relativo, si priva il resto del ghiacciaio della neve residua accelerando la fusione dell’intera massa glaciale, che ora appare devastata tanto dagli effetti della crisi climatica quanto dalle attività umane. Un paradosso drammatico, inquietante e d’altro canto pure irritante.
Anche qui, una domanda spontanea sorge immediata e inesorabile: ma che senso ha ancora lo sci estivo, oggi? Di fronte ai cambiamenti climatici in atto e alle sofferenze sempre maggiori dei ghiacciai alpini, con conseguenze notevoli che si ripercuotono fino alle pianure del bacino del Po (si veda l’emergenza idrica sempre più incombente), come si può pensare di continuare un’attività purtroppo divenuta così platealmente anacronistica e irrazionale oltre che dannosa per le montagne che coinvolge? Non è il caso di dichiarare conclusa la sua “era”, facendosene una ragione di puro, logico, umano buon senso invece che una manifestazione di insensibilità, indifferenza, per certi verso prepotenza contro le montagne?
Se è per quello zero-virgola di sciatori invernali che pretendono di voler sciare anche in estate, se ne dovranno fare una ragione e potranno sicuramente andare al mare a divertirsi in altri modi; per gli agonisti che abbisognano di allenarsi in vista delle stagioni di gare invernali, sono sicuro che le federazioni troveranno – gioco forza, d’altronde – il modo di organizzare e finanziare valide attività di training alternative.
[Il Ghiacciaio delo Stelvio, qui ripreso tra i 3000 e i 3300 metri di quota, in condizioni di sfacelo simili a quello del Teodulo.]Ma, almeno, che si lascino in pace i ghiacciai nella loro triste agonia! Che si abbia rispetto per ciò che sta accadendo loro e che accade alle nostre montagne così come a noi, impegnandoci piuttosto tutti insieme a non peggiorare ancora di più la realtà climatica che stiamo affrontando, ad avere consapevolezza piena delle sue conseguenze e una ben maggiore cura dei territori montani rispetto a quanto abbiamo saputo (e voluto) fare fino a oggi. Perché se le Alpi stanno inesorabilmente perdendo i loro ghiacciai e cambiando tristemente d’aspetto, noi che le viviamo e frequentiamo vediamo di non perdere la nostra umanità cambiando – in peggio – la sorte che ci aspetta.
[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]Intanto, sul Ghiacciaio Presena va in scena l’annuale tragicommedia della posa dei teli geotessilida parte del consorzio turistico Ponte di Legno-Tonale, «con l’obiettivo di proteggere il ghiacciaio» e di «limitare i danni» provocati dal cambiamento climatico, dicono.
E di nuovo, come tutti gli anni, ribadiamo la realtàeffettiva delle cose: al Presena non si vuole affatto salvare il ghiacciaio ma le piste sciistiche e il business relativo. Punto. Il consorzio copre con i teli una superficie pari a 110mila metri quadrati di ghiacciaio, che è unicamente quella occupata dalle piste da discesa; ma l’intero Presena, la cui estensione è ormai esigua rispetto a solo qualche lustro fa, occupa ad oggi una superficie complessiva stimabile di circa 20 ettari, dunque 200mila metri quadrati[1]: perché allora i promotori della copertura con i teli geotessili, se veramente tengono tanto alla protezione del ghiacciaio, non lo coprono tutto?
La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: perché a loro della parte di Presena non sfruttabile sciisticamente non interessa nulla. Fine.
[Il Presena a metà luglio 2025.]Dunque, che almeno fossero onesti intellettualmente e rispettosi della realtà del ghiacciaio e della conca del Presena e non continuassero a sostenere cose palesemente illusorie. Che curino i propri affari e non ci prendano più in giro in questo modo.
Come ho già affermato in passato, quei teli geotessili sono soltanto un sudario che copre un corpo glaciale morente, e basta.
[Settembre 2024, fotografia di Fabio Sandrini.][1]: Nel 2011, dunque ormai quindici anni fa, il ghiacciaio Presena presentava un’estensione di 25 ettari; è facile supporre che in questo periodo la perdita di massa glaciale sia arrivata al dato da me indicato, sempre che non sia anche andata oltre e il ghiacciaio oggi sia ancora più piccolo.
P.S.: ho scritto più volte anche sull’inutilità e la dannosità dei teli geotessili sui ghiacciai, ad esempio qui.
[Escavatori a oltre 3000 metri di quota sul ghiacciaio Pitztaler, in Austria, per la costruzione di piste da sci. Immagine tratta da www.meteoweb.eu.]Mi pongo spesso la domanda su quanto possa essere giusto, conveniente, utile e necessario, oppure no, pubblicare spesso articoli che riferiscono di progetti e opere chiaramente impattanti sui territori montani che ne vengono coinvolti. Ce ne sono parecchie, in giro per le nostre montagne, e dunque quegli articoli diventano frequenti, anche grazie alle numerose segnalazioni che amici, conoscenti e contatti mi inviano (per le quali li ringrazio molto): in essi tento di proporre delle informazioni e relative considerazioni che innanzi tutto aiutino chi legge a capire meglio ciò che sta accadendo e a ricavarne una propria idea. Ovviamente io la mia ce l’ho e la rendo il più possibile chiara ma qualsiasi dibattito tra visioni differenti, quando civile, fondato e ben articolato è sempre importante e utile.
Però, ribadisco, di cose apparentemente (o palesemente) brutte e insensate sulle nostre montagne ve ne sono parecchie: i miei articoli ne segnalano solo una parte ma, nonostante ciò, il timore di mettere in evidenza solo cose irritanti e desolanti riguardo le montagne è costante.
D’altro canto, quando si viene a sapere di quelle cose brutte, come si può restare in silenzio? O quanto meno non domandarsi cosa stia succedendo e se sia giusto, o sbagliato, rispetto al luogo coinvolto? Posto per giunta che siamo una società che tende spesso al disinteresse, al fare spallucce e a non voler essere coinvolta oppure al lamentarsi, anche legittimamente, senza tuttavia andare oltre e rendere concreta la propria critica, a farne un atto realmente civico e dunque politico, all’osservare certe cose evidentemente errate ma concludendo che «tanto non si può fare nulla».
Be’, cinquant’anni fa, durante gli “anni di piombo”, in un pezzo per il “Corriere della Sera” con il quale collaborava Italo Calvino scrisse alcune cose che mi sono appuntato e, a mio parere, valgono molto riguardo a quanto ho scritto lì sopra.
Lo Stato, oggi, consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono
scrisse, rimarcando poi l’importanza di prendere posizione soprattutto quando le istituzioni appaiono più inefficienti perché
è in questi momenti che si decide la sorte delle nazioni e degli ordinamenti sociali.
Ecco, fatte le debite proporzioni, ma pure considerando la frequente inefficienza delle istituzioni nella gestione amministrativa e politica dei territori montani, queste parole di Calvino mi danno una potenziale buona risposta alla domanda posta prima. Di fronte a molte brutture imposte attraverso metodi sovente ambigui e discutibili ai territori montani e a iniziative che sotto ogni punto di vista appaiono nocive per essi e dannosi per le comunità che li abitano ma per le quali vengono spesi un sacco di soldi pubblici, il che rende il danno doppio se non triplo al pari della beffa, non ci si può mostrare arrendevoli, o già arresi senza nemmeno batter ciglio, e non si può non prendere una posizione consapevole, articolata e motivata non tanto con la pretesa di imporre la propria “verità” ma per chiedere fermamente che quelle opere e quei progetti siano messi pienamente in chiaro, discussi, dibattuti. In altre parole, per non lasciare che la sorte di quei territori, di chi li abita e li frequenta con passione autentica sia decisa da altri e altrove in base a interessi avulsi dal contesto locale quanto non antitetici, per di più arrendendosi a tale condizione per mera mancanza di senso civico, di relazione culturale con il territorio coinvolto o perché, appunto, si pensa che «tanto non si può fare nulla».
[Immagine tratta da www.gasparilavori.it.]Molto spesso l’imposizione di progetti e opere fuori contesto, insensate e impattanti alle montagne rappresenta anche, se non soprattutto, proprio la manifestazione di un’inefficienza istituzionale che impedisce a chi la dimostra di comprendere la nocività di quei progetti oppure, viceversa, di imporli per fini contrapposti a quelli che promuovono il bene del territorio e della sua comunità. È un’inefficienza anche questa, in fondo, di decisori istituzionali che non sanno o non vogliono amministrare i propri territori in maniera efficiente. Come ci si può arrendere senza prendere posizione contro situazioni del genere?
[Sbancamenti sulle piste di Cortina, qualche mese fa.]Io penso che non si può, e per me stesso credo che l’essere parte di una società civile (inevitabilmente: alla fine lo è anche l’eremita che vive isolato in un bosco ma con quel bosco e con il luogo d’intorno interagisce, dunque vi genera una presenza “politica”) debba comportare il dovere, che è parimenti un diritto, di «prendere posizione», esattamente come sosteneva Calvino, senza sentirsi in possesso di verità assolute ma facendolo in modo motivato, razionale e consapevole così da dare forza e valore alle proprie opinioni e alle azioni civiche che si vogliano mettere in atto. Il tutto, mi ripeto di nuovo, con l’obiettivo di generare quella cognizione diffusa del luogo chi si abita e si frequenta che sta alla base della più compiuta relazione culturale con esso e con il suo paesaggio il quale è la somma degli elementi geografici e della presenza umana mediata dalla relativa cognizione culturale. Cioè, per farla breve: il paesaggio siamo noi e noi siamo il paesaggio, dunque se in esso accade qualcosa che non va bene e che appare chiaramente dannoso è come se tale danno lo subissimo noi che lo viviamo. Si può restare passivi, arrendevoli, disinteressati e/o inermi di fronte a questa realtà?
No, non si può. E questo è quanto io ritengo massimamente importante, al riguardo.
Ci sono stati due grandi fenomeni naturali che, nello spazio e nel tempo, hanno modellato le nostre montagne, in particolar modo le Alpi, e “disegnato” la loro morfologia che poi nei secoli più recenti l’uomo ha cominciato ad abitare.
Il primo è legato alle grandi glaciazioni del Pleistocene, ultima delle quali è stata quella di Würm, avvenuta tra 110000 e 11700 anni fa, che hanno scavato la gran parte delle valli alpine. Il secondo, correlato al primo, è quello delle grandi grane, che in scala differente ma non meno modificante hanno cambiato i connotati di molte di quelle valli, con franamenti in certi casi talmente ciclopici da aver distrutto interi versanti montuosi, ricollocatisi altrove a valle (ne ho scritto al riguardo qui). Senza che oggi ce ne possiamo quasi rendere conto – salvo che per i fenomeni più recenti – molto probabilmente quando viaggiamo attraverso le Alpi o visitiamo le loro località, transitiamo e sostiamo sopra grandi accumuli di materiale franato, ormai rivegetati, e al contempo osserviamo un panorama d’intorno che facilmente secoli o millenni fa, prima che le frane lo modificassero, era differente.
L’intera catena alpina è ricca di questi fenomeni franosi; la zona tra il Passo del Maloja e quello del Gottardo, lungo le Alpi Lepontine e Retiche a cavallo tra Italia e Svizzera, lo è in modo particolare, presentando frane di ogni genere e taglia, tra le quali alcune delle più grandi in assoluto e altre divenute celebri per le conseguenze che hanno causato ai territori coinvolti. Non a caso, dunque, proprio a Chiavenna, località tra le principali della regione alpina appena descritta, ha sede il Centro Internazionale Grandi Frane Alpine, ente scientifico nato con l’obiettivo di studiare e documentare le grandi frane alpine, creando un polo scientifico-culturale transfrontaliero e promuovendo la cultura della prevenzione, con un ruolo formativo e museale legato ai disastri e ai paesaggi da essi creati. In tal senso, nel 2023 è stato inaugurato il percorso escursionistico Amalpi Trek (“Amalpi” è un nome nel quale si contrae la formula «Alpi in movimento, Movimento nelle Alpi»), la cui percorrenza – suddivisa in 10 tappe con alcune varianti possibili – illustra le vicende delle numerose grandi frane che hanno colpito i territori delle valli lepontine e retiche trasformandole in risorse culturali naturali. Il percorso è raccontato dal libro-guida Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo, (Milano University Press, 2023), curato dai geologi e docenti Tiziana Apuani e Cristian Scapozza, che elenca percorsi e peculiarità di tutte le tappe con un focus, ovviamente, sulle frane visibili e visitabili – alcune veramente eccezionali e dalla storia affascinante, seppur in certi casi tragica – ma anche sulle rilevanze storiche, artistiche, culturali e antropologiche dei territori attraversati. Un libro veramente bello ed estremamente interessante, in grado di offrire una sorta di storia “alternativa” delle Alpi […]
[Il paese di Piuro, nella Val Bregaglia italiana (provincia di Sondrio) prima e dopo la frana del 4 settembre 1618. Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua” di Martin Zeiller e Mattheus Merian, Francoforte, 1640.](Potete leggere la recensione completa di Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardocliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)